Un'opera illegittima realizzata sulla costiera amalfitana in nome della musica. La cementificazione di quel che resta dell'Agro romano per creare sviluppo. Due esempi dell'arretratezza, a voler essere buoni, del centrosinistra.
L’opera «era e rimane illegittima, checché ne dicano, come scrive Salzano, schiere di potenti e sapienti che, forse, in una terra strozzata dalla malavita, dovrebbero stare più attenti alla trasparenza delle decisioni pubbliche». E’ uno dei passaggi dell’articolo di Vezio De Lucia [su eddyburg.it] a proposito dell’auditorium di Ravello [Salerno], inaugurato in pompa magna e con grande dispiegamento di nomi e media. Una nuvola che si integra nel paesaggio e affaccia sul Mediterraneo: è stata definita così, dai media, questa costruzione che somiglia di più a una stazione, realizzata sulla base di uno schizzo del famoso architetto Oscar Niemeyer. Un abuso edilizio, invece, secondo Italia Nostra. «A Ravello l’architettura è contro l’urbanistica e il paesaggio. Che la previsione dell’auditorium fosse illegittima – dice l’associazione – era stato riconosciuto dal Tar Campania con una sentenza che, è vero, il Consiglio di Stato poi sorprendentemente annullò, ma senza entrare nel merito, per un supposto vizio di notifica dell’originario ricorso di Italia Nostra. Dunque, l’auditorium è innanzitutto un abuso edilizio». Ma l’associazione contesta anche la qualità dell’opera: «All’illegalità si aggiunge la violazione di ogni rispetto del paesaggio e del contesto, per le dimensioni palesemente fuori scala [parte del costruito aggetta sui terrazzamenti] e per la forma: la cupola si oppone all’andamento naturale del pendio e occupa pesantemente le visuali dall’alto e dal basso; la struttura ondeggiante non ha alcun rapporto con la tipologia edilizia tradizionale dominante in costiera».
Basta andare sul sito eddyburg per ricostruire la vicenda di questo auditorium, nato in un’area vincolata per legge, dove non poteva essere realizzato, ma fortemente voluto innanzitutto dagli amministratori di centrosinistra di allora [il sindaco di Ravello, Secondo Amalfitano, e l’ancora presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino], insieme al presidente della Fondazione Domenico De Masi. Un’opera nata tra l’opposizione di illustri personalità e urbanisti [fra gli altri, appunto, Salzano e De Lucia] e il ricorso di Italia nostra, dopo aver perso per strada altre associazioni ambientaliste. Dall’altra parte, come ricorda De Lucia «ben 165 importanti intellettuali, politici, ambientalisti, giornalisti [da Remo Bodei a Fausto Bertinotti, da Massimo Cacciari a Renato Brunetta, da Giovanni Valentini a Mario Pirani: per la lista completa vedi sempre in eddyburg] più sensibili alla griffe che alla legalità, si dichiarano entusiasticamente a favore».
Una vicenda che rimanda a un’altra: fa pensare all’indifferenza per le sorti di quello che resta dell’Agro romano, già ampiamente compromesso dal Piano regolatore dell’era Veltroni, che i costruttori romani vogliono cementificare a ogni costo, anche contro i vincoli, e il buon senso. E’ dell’estate scorsa l’intervento della soprintendenza ai beni architettonici del comune di Roma per vincolare una porzione di Agro romano fra le vie Laurentina e Ardeatina, di proprietà dei due fratelli Caltagirone, Francesco Gaetano e Leonardo, e del gruppo di Paolo Santarelli, potentissimi costruttori della capitale. L’azione della soprintendente era partita già l’anno precedente, con la presentazione di 120 osservazioni al Prg della capitale, evidentemente ignorate: da lì la sua decisione di apporre i vincoli su terreni di pregio. A sostenerla arrivò presto il ministro Sandro Bondi [Pdl]: una mossa letta allora come uno «sgarbo» al sindaco di Roma, Gianni Alemanno [Pdl], frutto di lotte intestine al centrodestra in vista delle candidature per le elezioni regionali di quest’anno. Comunque, quali che fossero i motivi, da una parte si schierarono la soprintendenza e Bondi a favore della tutela dell’Agro, dall’altra i costruttori, affiancati non solo dall’amministrazione capitolina [Pdl], ma anche dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio [ambedue di centrosinistra]. Furono gli esponenti del Pd a parlare esplicitamente della necessità di raccogliere il «grido dei costruttori», vedendo nell’edilizia un volano di sviluppo della capitale e un antidoto alla crisi.
Oggi siamo tornati al punto di partenza, dopo che, a fine gennaio, il ministro Bondi ha firmato il provvedimento che sancisce i vincoli su quella porzione di Agro romano. L’Acer, associazione dei costruttori romani, ha annunciato ricorso al Tar, sostenendo di poter contare su tre delle quattro istituzioni competenti, cioè comune, Provincia e Regione. Dall’altra parte, salvo qualche defezione nel centrosinistra, c’è solo la soprintendenza.
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