Danzatori balinesi volteggiano nell’aria. Sui loro corpi i colori della terra e della natura. Tengono tra le mani un globo terrestre che lentamente si cuoce. «Don’t cook the climate» dice uno striscione. È la terra che brucia, si surriscalda. Intorno ad essa danzatrici vestite di rosso come fiammelle accese.
È una coreografia spettacolare quella che le associazioni ambientaliste, pacifiste e cittadini di tutto il mondo hanno messo in piedi per l’apertura della tredicesima conferenza sui cambiamenti climatici che si sta volgendo in questi giorni a Bali, in Indonesia.
Tra di loro c’è anche qualcuno che indossa maschere subaquee per sottolineare come lo «sviluppo» urbano e il surriscaldamento del pianeta cambierà la geografia dei continenti.
Proprio ieri l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha reso noto un nuovo studio che lancia l’«allarme inondazioni» rivelando che, entro il 2070, il triplo delle persone che attualmente sono esposte a inondazioni delle coste saranno sommerse dalla crescita del livello del mare. Colpa dell’azione scellerata dell’uomo.
I 190 stati che partecipano alla conferenza hanno un compito difficile, correre ai ripari cercando di raggiungere un accordo comune su un nuovo patto internazionale che superi i parametri del Protocollo di Kyoto, ormai insufficienti a garantire il futuro del pianeta.
Tags assegnati a questo articolo: clima, ambiente, beni comuni






