Si conclude domani a Bali, in Indonesia, il vertice mondiale sul clima. 190 paesi sono riuniti da quasi due settimane per fissare le fissare le linee guida per giungere, entro due anni, ad un «Post Kyoto» e cioè ad un nuovo accordo sulla emissione dei gas serra.
L’Unione europea vorrebbe indicare da subito gli obblighi degli stati più ricchi ma gli Stati Uniti si oppongono fermamente, mentre l’Onu recita il difficile ruolo del mediatore.
Lo scontro tra Stati uniti e l’Europa ha rischiato oggi di sfiorare l’incidente diplomatico quando il ministro dell’ecologia francese, Jean-Louis Borloo, ha invitato l’amministrazione americana a prendere impegni seri «in cifre e in date» nella lotta contro il cambiamento climatico.
A dare man forte alla Francia c’è anche il Portogallo. Il sottosegretario portoghese all’ambiente, Humberto Rosa, ha dichiarato che la conferenza dei 16 principali paesi inquinanti, organizzata dagli Usa a fine gennaio alle Hawaii, potrebbe essere disertata. Anzi, ha sottolineato Rosa, se non si raggiungesse un accordo durante la conferenza il prossimo vertice «non avrebbe alcun senso».
Ma anche oggi contro gli Stati uniti è tornato alla carica l’ex vicepresidente americano Al Gore con una delle sue «unconvenient truth», «scomode verità». «Il mio Paese è il principale responsabile dell’ostruzionismo che si sta incontrando qui a Bali–ha detto Gore–Potete sentirvi arrabbiati e frustrati e prendervela con gli Stati Uniti. Ma avete un’altra opzione: decidere di andare avanti e fare tutto il difficile lavoro che bisogna fare. Dobbiamo andar via da qui con un mandato forte».






