La crisi come alibi

La decisione finale sul pacchetto clima dell’Ue è stata rinviata a dicembre. È stato deciso intanto che gli obiettivi complessivi rimangono, come la riduzione di CO2 del 20% al 2020, anche se non c’è accordo su alcune modalità, visto che paesi come l’Italia e la Polonia hanno sollevato dei problemi. La Commissione è contenta perché c’è conformità sull’obiettivo finale dell’accordo ma, dice Barroso, si dovrà lavorare molto per raggiungere una maggiore sensibilità da parte dei governi italiano e polacco.
Secondo Greenpeace uno dei dettagli più importanti è la clausola per un passaggio automatico, che fa scattare l’accordo dal 20 al 30, nel caso venga raggiunto un accordo internazionale, all’interno del protocollo di Kyoto, ossia nel caso gli Stati uniti intervengano. L’Italia ha fortemente osteggiato questa clausola e pensiamo che continuerà a farlo.
Un altro punto è la direttiva sulle rinnovabili, ossia l’impegno di raggiungere al 2020 il 20
di energia da fonte rinnovabile. Anche qui ci sono diverse clausole di cui la più importante, che secondo noi può fare deragliare l’accordo, è l’importazione dall’estero di energia rinnovabile. Secondo noi non ci deve essere perché lo sforzo per produrre energia rinnovabile deve essere interno all’Ue. Se incominciassimo a importare dall’estero vorrebbe dire infatti annacquare l’impegno dell’Europa. Questi sono tutti singoli punti su cui non c’è accordo e su cui gli stati dovranno discutere.
Il pericolo è che l’Italia e la Polonia possano coinvolgere altri paesi, come quelli dell’est, per porre il veto – che altrimenti da soli non potrebbero porre – e quindi far saltare l’accodo. Greenpeace, in Italia e all’estero, continuerà a vegliare per far si che questo non accada

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