Il bulldog a sei zampe: L’Eni va a Londra

Cinquanta miliardi di dollari l’anno, come minimo, e due milioni di barili di petrolio al giorno. E’ il valore della nuova società di «Trading e shipping» che il consiglio di amministrazione dell’Eni ha creato, con sede a Londra. Dal primo ottobre, la nuova società è funzionante, anche se la piena operatività sarà raggiunta solo da gennaio 2008. Ammesso, però, che l’operazione riesca a concludersi scavalcando le proteste dei sindacati, contrari a tutta la manovra di delocalizzazione per molte ragioni.
La prima è che si tratta, a tutti gli effetti, della cessione di un ramo dell’azienda, ricavato dalla divisione «Refining e marketing» [con sede a Roma] verso una nuova società, creata ad hoc, e trasferita all’ombra della borsa petrolifera della capitale britannica. La «EniTrading and shipping co.», infatti, è controllata al cento per cento dal cane a sei zampe, ma non c’è nessuna garanzia che in futuro possa essere sempre così. I sindacati, quindi, avevano chiesto una clausola di garanzia per i 200 dipendenti trasferiti dalla divisione «Refining e marketing» [Rm] dell’Eni spa alla nuova società «Trading e shipping». In caso di modifiche del pacchetto azionario, non ci sarebbero stati rischi per i dipendenti. L’Eni non ha accettato, e le trattative si sono rotte venerdì 28 settembre. Con il risultato che i 200 dipendenti della nuova società [60 dovrebbero trasferirsi a Londra e una quarantina ad Amsterdam, dove verrebbe rinforzato l’ufficio locale] hanno dichiarato due giorni di sciopero, il 15 e il 16 ottobre prossimi. Assieme a loro, lo stato di agitazione è stato dichiarato in tutta la divisione «Rm» [1200 dipendenti, a Roma e Genova] e si sta anche allargando ad altre divisioni della multinazionale.
La clausola di garanzia, ironia della sorte, vale invece per l’amministratore delegato della nuova società, Franco Magnani, che viene dalla McKinsey, e fino a pochi mesi fa era un consulente del mercato del trading petrolifero. L’attuale amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, viene dalla stessa azienda, che è uno dei grandi nomi del consulting aziendale, soprattutto per il settore energetico. La McKinsey aveva ricevuto un incarico di consulenza per studiare come riorganizzare il trading dell’Eni. Il risultato è che Eni sta seguendo le indicazioni della McKinsey e ne ha anche assunto il consulente, nominandolo ad della EniTrading and Shipping, ma solo come «ordine di servizio». Formalmente, Magnani rimane un dipendente della casa madre, l’Eni spa, mentre i lavoratori sono già stati spostati nell’organico della nuova nata.
La nuova società dovrebbe, in sostanza, comprare il petrolio dall’Eni e rivenderlo sul mercato internazionale, possibilmente lucrando sull’eventuale margine. Ma dovrebbe anche comprare il petrolio per conto dell’Eni, che rimane il più importante fornitore dell’Italia, che dipenderebbe così da Londra.
Edo Dominici, dell’Rsu dell’Eni, spiega che l’intera operazione, deliberata dal cda dell’Eni a febbraio scorso, è avvenuta senza consultare né i sindacati, né tantomeno il governo, che pure ha ancora il 33 per cento del pacchetto azionario dell’Eni. «Dobbiamo ancora capire bene la portata e il senso di questa cessione di ramo d’azienda – dice Dominici – che non è stata illustrata in modo soddisfacente».
In termini di politica industriale della multinazionale petrolifera italiana, infatti, la decisione di creare la nuova società è in controtendenza rispetto alla strategia degli ultimi anni. Eni ha cercato di accorpare il più possibile, inglobando Agip e le sue controllate, così come Italgas. Nelle brochure «esplicative» distribuite in azienda, il managment spiega che la decisione di procedere con l’operazione di delocalizzazione Oltremanica risponde a esigenze di «trasparenza ed efficacia dei controlli» ma anche a «vantaggi fiscali per i trader». In sostanza, meno tasse sulle operazioni di compravendita del greggio.
Claudio Avvisati, della Filcem-Cgil, fa notare che la delocalizzazione a Londra rischia di attenuare la possibilità dello stato di controllare le attività di approvvigionamento: «Se fossi Bersani, sarei molto preoccupato – dice Avvisati – ma noi ci preoccupiamo soprattutto dei lavoratori, perché la nuova società è solo una società di servizio, senza assett, per cui potrebbe facilmente essere preda di operazioni di acquisto». Si tratta di una preoccupazione che viene direttamente dai lavoratori dell’azienda, trader petroliferi, che bisbigliano, in russo, il nome di un possibile compratore, magari ancora solo virtuale, ma non del tutto improbabile nel medio periodo. Avvisati sottolinea anche che con questa operazione «l’Eni in Italia diventa più povera, visto che un terzo della divisione ‘Rm’, la più importante dal punto di vista dell’occupazione, se ne va verso le isole britanniche».

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