La strana crisi del gas tra Ucraina e Russia sta senza dubbio sollevando forti preoccupazioni nei Paesi Europei che dipendono in parte dal gas russo ( 25 % circa del fabbisogno) , ma anche molte perplessità sulle sue vere ragioni.
Indubbiamente la crisi covava tra Ucraina e Russia dopo l’elezione del filo-occidentale Yushenko l’anno scorso. La mossa di Mosca di ricattare Kiev attraverso le risorse energetiche e le contromosse ucraine, riducono in parte le forniture del gas ai paesi occidentali.
Per quanto riguarda l’Italia, però, l’improvvisa e presunta carenza di gas non è estranea alle politiche dell’Eni, che con Gazprom ha una complessa rete di relazioni, di accordi e di interessi che vanno ben oltre questa crisi.
Il problema tra Eni e Gazprom nasce dal famoso contratto (bloccato dall’antitrust ) in cui Eni rinunciava alla commercializzazione in Italia del 10% del gas russo, a favore della Cei – Central Energy Italy, controllata da Gazprom e al 33% da Bruno Mentasti Granelli.
DS (Bersani) e Margherita (Letta) a suo tempo attaccarono Berlusconi ritenendolo coinvolto nell’affare.
L’antitrust ha poi bloccato il contratto che attualmente è in fase di ri-negoziazione .
E proprio in questa fase delicata delle trattative ecco confezionata una bella crisi, con tam tam mediatico e ampia diffusione di allarmismo.
L’anno scorso di questi tempi si parlava di eccesso di gas sul mercato italiano e di come risolvere il problema, ora si parla di crisi.
A chi vuole forzare la mano in Italia la crisi del gas russo ?
Da questa estate (che combinazione !) si è cominciato a parlare di come diversificare le forniture di gas metano in Italia ( che attualmente arrivas quasi esclusivamente per gasdotti).
Seguendo questa pista arriviamo probabilmente al “tesoro”: il gas (metano) non viaggia (se non in forma marginale) con le enormi navi come il petrolio, ma, da noi come in molte altre parti d’Europa, arriva con i gasdotti. E qui potrebbe stare il grande affare.
In Italia si trasporta già via nave quasi tutto il G.P.L. (Gas da Petrolio Liquido) importato o trasferito dalle raffinerie, ma non esistono, quasi, strutture analoghe per il metano.
Servirebbe sviluppare la costruzione delle grandi gasiere, dove il gas portato a temperature bassissime verrebbe trasportato liquido, servirebbero i terminali per la rigassificazione, che facendo risalire la temperature riporterebbero il metano allo stato gassoso per l’inserimento nella rete. Andrebbero costruiti porti, depositi e impianti.
In Italia esiste solo un terminale di questo tipo a Panigaglia (Liguria), se ne sta costruendo uno a Rovigo e ne sono stati approvati altri due, ma c’è un problema grosso: i cittadini, noi.
Questi impianti fanno paura e le popolazioni locali non li vogliono, spesso anche le stituzione sono con i cittadini. Attenzione quindi all’uso di questa crisi.
Attualmente l’Italia non corre alcun rischio di rimanere senza gas. Sui 400 milioni di metri cubi di gas che si consumano giornalmente in Italia solo il 30% viene dalla Russia (quindi 120 Milioni), In base alle dichiarazioni di Scaroni (Amministratore delegato dell’Eni) abbiamo in Italia scorte per 6 miliardi di metri cubi di gas: quindi anche se la Russia chiudesse del tutto i rubinetti, e non l’ha fatto , avremmo scorte sufficienti per oltre 50 giorni, non i quindici sparati sulle pagine dei giornali.
Senza considerare la possibilità di aumentare le capacità degli altri gasdotti che abbiamo.
A che gioco stiamo giocando? Che ruolo ha l’Eni in questo gioco? Qual è la torta da dividere?






