In base ad una sovrastima [del 2006] di biomasse di oltre 3,4 milioni di tonnellate/anno, pari a quello che brucia la Baviera - la regione più boscosa d’Europa - in Campania si stanno costruendo gli inceneritori di biomasse. Un «palese, tossico e fuorilegge gigantismo della Campania» raccontato dall'oncologo Antonio Marfella
Sabato scorso a Chaiaino si è svolta la manifestazione che ribadisce il «no» dei cittadini all’apertura della discarica – all’interno della cava del parco delle colline – prevista per ottobre. Di seguito pubblichiamo una lettera dell’oncologo Antonio Marfella, dell’Istituto Pascale di Napoli, fa un punto sugli impianti a biomasse previsti in regione
Il decreto legge prevede in Campania quattro inceneritori e indica la portata solo di quello di Acerra: 600mila tonnellate/anno.
Dati ufficiosi prevedono: Salerno 600milatonnellate, Santa Maria La Fossa 400mila, Napoli [est o ovest] 400mila. Per un totale di due milioni di tonnellate/anno. Il Piano Paser 2007 [evidentemente non noto al Governo] della Regione Campania prevede altresì lo sviluppo di impianti d’incenerimento di biomasse sulla base di una stima di biomasse di oltre 3,4 milioni di tonnellate/anno. La disponibilità di biomasse stimata nell’ottobre 2006 si aggirava su 1,5 milioni di tonnellate rispetto a una realtà che, a parere degli agronomi di Benevento, non supera le 600mila tonnellate reali. La stima di 3.4 milioni è pari a quella per la Baviera [la più boscosa d’Europa].
In base a questa sovrastima sono in fase avanzata impianti a biomasse, con maggiore concentrazione nelle province di Napoli e Caserta, con portate da 40mila a 150mila tonnellate/anno [Pignataro Maggiore, Atena Lucana], per una «potenza di fuoco» non inferiore a 1.5 milioni di tonnellate/anno.
La somma fa una portata, in una regione come la Campania che sinora non ha un solo inceneritore a norma, di 3.5 milioni di tonnellate/anno di materiale da incenerire tra rifiuti e biomasse; in base a un decreto legge anche le ecoballe sono potenzialmente in grado di essere riconducibili a biomasse da incenerire. La Campania produce 2.800.000 tonnellate/anno di rifiuti urbani cui si vanno ad aggiungere 6 milioni di tonnellate di ecoballe depositate senza precauzione in siti dispersi per il territorio (in particolare Taverna del Re nel Casertano definita dalla magistratura «discarica a cielo aperto non a norma») per 9 milioni di rifiuti da smaltire [non necessariamente per incenerimento].
Una volta smaltita questa quantità di rifiuti, in base alle norme europee e italiane, la quota da smaltire, escluso la frazione da riciclare e compostare, non supera però la quota di 600mila tonnellate/anno, lo conferma l’assessore Ganapini. Ammessa quindi la necessità, non obbligatoria per legge, di smaltire per incenerimento anche i sei milioni di ecoballe, ne consegue che la portata degli impianti previsti è ampiamente in grado di raggiungere e completare lo smaltimento per incenerimento entro due, massimo tre anni dalla realizzazione degli impianti; ma che, per contratti non inferiori ai venti anni di esercizio, la Campania, in contrasto con le leggi per la riduzione di CO2, si avvia a disporre di una impiantistica di incenerimento pari a quasi il cento per cento della sua reale disponibilità di materiale da incenerire.
Ammettendo nel contempo la realizzazione di congruo numero di impianti di compostaggio e di un minimo di raccolta differenziata, stimabile al 35 per cento l’una [900mila tonnellate/anno] e almeno al 20 per cento l’altra [600mila] ne consegue un sovradimensionamento di 1,5 milioni di tonnellate/anno per non meno di 17 -18 anni di esercizio per impianti che funzionano sulle 24 ore. Logica deduzione: è in atto la realizzazione di impianti di incenerimento sovradimensionati per non meno di 1,5 milioni di tonnellate/anno. La cifra è vicina a quanto stimato dalla magistratura come smaltimento di rifiuti industriali di altre regioni [prevalentemente dal Nord industriale] e sinora destinate a discariche illegali ma anche legali [vedi Pianura]. Per raffreddamento e manutenzione sarà necessaria acqua pari a non meno il 10 per cento del fabbisogno idrico di Napoli, in una regione che tende alla desertificazione di una quota del 7 per cento.
Beffa finale, l’unico impianto non previsto di incenerimento è quello per rifiuti speciali ospedalieri per una necessità non superiore alle 20mila tonnellate/anno, ciò che impone alle vuote casse regionali ulteriori spese per lo smaltimento extraregionale [non meno di 250 milioni di euro/anno].
Abbiamo visto tali rifiuti sui treni inviati all’estero; si alimentano i dubbi sulle modalità di smaltimento intraregionale in presenza di impianti d’incenerimento indifferenziato sovradimensionati o di discariche non controllate bene.
In conclusione, questo palese, tossico e fuorilegge gigantismo della Campania, con una previsione per la sola Napoli di inceneritori per tremila tonnellate/giorno rispetto a 1.500 di Rsu [inceneritori di Barcellona più Vienna: 500mila tonnellate/anno per due milioni di persone ciascuno; Acerra più Napoli est: un milione di tonnellate/anno per un milione di persone] impone una atroce domanda: dopo essere stata la «pattumiera dei rifiuti industriali di Italia» [magistrato Aldo De Chiara] ora per chi dovrà bruciare la Campania?
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