NON PAGA di devastare il Delta del Niger con i suoi impianti altamente inquinanti [vedi articolo a fianco], l’Eni ci prova anche a Taranto. Lunedì 12 febbraio la società del cane a sei zampe ha presentato al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, un progetto «di rilancio industriale» che prevede il raddoppio della raffineria di Taranto.
Con questa operazione la capacità di raffinazione dell’impianto passerà da 6,5 a 11 milioni di tonnellate di greggio l’anno, mentre lo stoccaggio sarà incrementato di 445 mila metri cubi. Tutto questo in un’area già provata da un massiccio inquinamento ambientale e dove l’incidenza di tumori è in aumento costante. C’è di più. Nella stessa zona è prevista la creazione di una centrale a gas naturale che porterà la produzione d’energia da 90 a 240 megawatt.
Il rigassificatore di Taranto è infatti «funzionale al raddoppio della raffinazione dell’Eni e all’incremento produttivo dell’Ilva», spiegano in una nota alcune associazioni ambientaliste tra cui Peacelink, che proprio il 12 hanno scritto al presidente della regione per chiedergli di opporsi all’«affare». La loro è una lettera dura perché, spiegano, «anche se l’Eni si affretta a sottolineare che saranno introdotte tecnologie per tagliare le emissioni di anidride solforosa e abbattere le polveri, tutto questo non ci tranquillizza. L’incremento della raffineria avviene in assenza di un quadro di analisi e monitoraggio ambientale della città e dell’area industriale». In più, per il rigassificatore previsto a Taranto è ancora in corso la Valutazione d’impatto ambientale [Via], perciò gli ambientalisti chiedono a Vendola non solo di fermare il progetto dell’Eni ma anche che «i due progetti siano dichiarati incompatibili tra loro». E ricordano che nello stabilimento dell’Ilva «sono stati trasferiti tutti i processi di produzione ‘sporchi’ che Genova non vuole più ospitare».
Per ironia della sorte, proprio lunedì 12 febbraio il giudice monocratico del tribunale di Taranto ha condannato in primo grado il presidente dell’Ilva, Emilio Riva, suo figlio Claudio e Claudio Caporosso, il direttore dello stabilimento, rispettivamente a tre anni, un anno e sei mesi e un anno e otto mesi per l’inquinamento atmosferico prodotto dall’industria, e per «omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro».
Nello stesso giorno, a Brindisi, la magistratura ha ordinato l’arresto di cinque persone per presunti reati legati alla realizzazione dell’impianto di rigassificazione. In città infatti da mesi, nonostante le proteste degli ambientalisti, della regione e del comune [quest’ultimo governato dal centrodestra] è in costruzio-ne uno dei due rigassificatori previsti in Italia [il secondo è in Veneto, davanti alle coste del Polesine]. Tra gli arrestati c’è anche l’ex sindaco Giovanni Antonino [centrosinistra] accusato di aver pagato una lauta tangente [si parla di 360 milioni delle vecchie lire] per ottenere le autorizzazioni necessarie a costruire l’impianto. La società costruttrice è la Lng [British gas], che ha avviato i lavori in novembre con un investimento di 800 milioni di euro e non si è fermata neanche davanti alla richiesta del governo, nel dicembre scorso, di riaprire la Conferenza dei servizi, riavviando allo stesso tempo la procedura di valutazione impatto ambientale. Solo nel gennaio di quest’anno i lavori si sono fermati. La Regione Puglia ha infatti chiesto e ottenuto la sospensione per interventi di bonifica dopo che i dati dell’Arpa hanno riscontrato che nella acque di falda, adiacenti alle opere di colmata, i limiti d’inquinamento superano «valori accettabili». Per Prodi si prospetta un’altra«tirata d’orecchie» da Downing street?
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