Lanzillotta in Sardegna

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Come è noto, la signora Lanzillotta, ministra degli affari regionali nel governo Prodi, rappresenta la punta più avanzata dell’innovazione riformista coraggiosa [tralascio le virgolette perché ne occorrerebbero troppe]. Per conto del gruppo di potere cui appartiene, capeggiato da Francesco Rutelli, intrattiene relazioni con le imprese che hanno preso di mira i servizi pubblici locali. Prima delle elezioni politiche, l’anno scorso, Lanzillotta ne prometteva la liberalizzazione e modernizzazione, se il centrosinistra avesse vinto. Altro che Berlusconi. Purtroppo la ministra non è stata del tutto di parola: sull’acqua, ad esempio, ha dovuto accettare una moratoria, assediata com’è dalla sinistra cosiddetta radicale [sarebbe ora di chiamarla sinistra e basta], e soprattutto dalle oltre 400 mila firme raccolta dalla legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua: firme raccolte da quel movimento che secondo molti non esiste più, e con il solo sostegno di giornali indipendenti che qualcuno vorrebbe non esistessero più.

Ma l’ideologia è una forza potente. E la ministra Lanzillotta un tipo tenace. Perciò, per conto del governo, ha impugnato presso la Corte costituzionale la cosiddetta “tassa sul lusso” varata in Sardegna dal presidente Soru e dalla sua maggioranza di centrosinistra. Soru, che è un liberista intelligente [invece che idiota, come la gran parte dei liberisti italiani] ha fatto questo ragionamento: noi, con il Piano paesistico regionale [steso da un insigne urbanista e collaboratore di Carta, Edoardo Salzano] diciamo basta alla costruzione di nuove case in una fascia di tre chilometri dalla costa. In questo modo salvaguardiamo il valore di mercato [appunto, Soru è liberista] del turismo sardo, che altrimenti degraderebbe in una insopportabile cascata di cemento. Però arrestare questo “sviluppo” comporta un sacrificio economico. Quindi si tratta: a] di far pagare un’imposta ai ricchi che si servono delle nostre coste, cioè coloro che arrivano con barche oltre i 14 metri e con aerei privati; b] soprattutto, di far sì che chi possiede una seconda casa in Sardegna, non abitandovi ma usandola uno o due mesi l’anno, paghi l’uso che fa del nostro territorio e delle sue spiagge, ecc. Questa tassa sulle seconde case, a sua volta, è graduata in base alla grandezza della casa [più o meno di 60 metri quadri] e alla vicinanza alla costa [il valore delle case aumenta se sono più vicine al mare].

Insomma, una tassa progressiva [chiede di più a chi ha di più] e che ha lo scopo di rendere utili, almeno dal punto di vista del bilancio sardo, le città morte di seconde case che la speculazione degli ultimi decenni ha creato [e in proposito consiglio di leggere l’articolo di Sandro Roggio, urbanista sardo, sul mensile di Carta che uscirà questo sabato, dedicato appunto al destino delle coste italiane].
Cos’ha da obiettare la ministra Lanzillotta? Che la tassa sarda, per altro già pagata [dice Soru] dal 50 per cento di chi dovrebbe pagarla, un dato che impressiona positivamente, invade le competenze dello Stato e per di più viola il principio di uguaglianza tra i cittadini, visto che a pagare sono i non residenti. Soru risponde che la Sardegna è una regione autonoma a statuto speciale fin dal 1948, e ha il diritto di imporre nuove tasse. E d’altra parte invocare il principio di uguaglianza è in questo caso ridicolo.
Sta di fatto che il governo Prodi, e la sua punta avanzata coraggiosa, cercano di sabotare l’unico provvedimento che con qualche decisione, in tutto il paese, cerca di fermare l’ondata di cemento che ha già investito – si calcola – tra il 60 e il 70 per cento delle coste, privatizzandole di fatto, esponendole ad incendi come quello del Gargano [ne parleremo sul prossimo numero del settimanale], inquinando il mare, ecc. E la ragione è puramente ideologica: lo “sviluppo” non può essere fermato, foss’anche quello cialtrone delle seconde case [e figuriamoci quello degli inceneritori, dei rigassificatori, delle superferrovie…].

Perché può essere raccontato agli elettori come la “crescita” del paese [cioè dell’economia] e soprattutto perché apre le dighe degli affari, dai super-palazzinari che governano Roma alle Impregilo che costruiscono il Mose e fanno andare in malora la raccolta dei rifiuti in Campania. Quel centrosinistra, quello della signora Lanzillotta, è un originale impasto di dirigismo politico-economico e di alleanze con gruppi di potere imprenditoriali. Sono le partecipazioni statali alla rovescia: un tempo era lo Stato a intervenire nell’economia, creando le sue industrie; oggi è l’economia a intervenire nello Stato, creando le sue lobbies.

Tags assegnati a questo articolo: ambiente, democrazia, beni comuni, rifiuti, politica, decrescita

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