Dietro la sentenza di condanna di Microsoft

Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato una multa da 497 per Microsoft. Ma la partita non è solo economica, nè tecnologica. Ecco perché

La notizia della condanna di Microsoft ha suscitato diverse reazioni nei giorni scorsi sulla stampa e in rete. Per alcuni è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Per altri si è trattato di una sentenza annunciata che, anzi, è arrivata con notevole ritardo. Quello che manca, probabilmente, è una analisi un po’ più accurata delle conseguenze e degli scenari.

Intanto ricostruiamo i fatti. Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato l’accusa a Microsoft di aver violato l’articolo 82 per “abuso di posizione dominante” nel settore informatico con riferimento a due procedimenti aperti dalla Commissione Europea. Il primo riguardava il lettore multimediale Windows Media Player che serve a leggere cd, vedere filmati, ecc. Un programma installato automaticamente sul computer degli utenti in ogni copia di Windows e che pertanto la commissione ha considerato di ostacolo per altre offerte del mercato. Per questo la Commissione aveva imposto a Microsoft di commercializzare in Europa una versione priva di Windows Media Player. Il secondo era relativo al mercato del software per server, ovvero di quei programmi che permettono ai computer di scambiarsi dati in Internet come nelle reti casalinghe o aziendali. La Commissione aveva imposto a Microsoft di rendere noti i dati tecnici essenziali per permettere ad altri concorrenti di poter produrre software per server “interoperabile” con quello di Microsoft, ovvero in grado di collegarsi e condividere dati. A questa ingiunzione Microsoft aveva risposto appellandosi al segreto industriale e al rischio di fornire informazioni coperte dalla proprietà intellettuale, come il codice dei suoi programmi, ai concorrenti. La corte ha invece confermato l’ingiunzione poiché ha ritenuto fondante l’accusa di posizione dominante per la quale era stata condannata il 7 Giugno 2004 (il 95% dei computer desktop, utilizzati dagli utenti, utilizzano Windows di Microsoft), non fondanti le obiezioni di Microsoft (la Commissione aveva chiesto di conoscere il funzionamento dei protocolli, le regole della comunicazione tra computer, non i codici che le mettono in pratica) e reticente l’atteggiamento di Microsoft rispetto alle richieste della Commissione che aveva aperto 4 procedimenti nei confronti di Microsoft fin dal 1998 ottenendo “insufficiente collaborazione”. Per questi motivi è stata confermata la multa di 497 milioni di Euro più altri 208 inflitti sempre dalla Commissione nel giugno 2006 per “insufficiente ottemperanza”. L’unica nota positiva, per la multinazionale di Bill Gates, è che il Tribunale ha decretato che non è nei poteri della Commissione obbligare Microsoft a fornire informazioni e codici ad un fiduciario nominato dalla Commissione stessa e a spese di Microsoft.

Ora la Microsoft ha due mesi per ricorrere in appello ma solo per motivi di diritto. Intanto tramite Brad Smith, numero uno dei consiglieri legali, ha fatto sapere che studieranno la sentenza prima di decidere il da farsi ed auspicano che questo serva “a costruire un rapporto nuovo e più forte con la commissione Ue”.

Le reazioni
Molti i commenti politici alla sentenza.Il presidente della commissione Barroso l’ha definita una conferma dell’obiettività e la credibilità della politica di concorrenza della Commissione Europea". Per la commissaria olandese Neelie Kroes la sentenza dimostra “quanto i consumatori stanno soffrendo per colpa di Microsoft” e “manda un chiaro segnale che le società super-dominanti non possono abusare della propria posizione per danneggiarli e frenare l’innovazione escludendo concorrenti in mercati connessi”. Brilla invece, per il suo silenzio, la politica italiana (governo incluso).
Altri commenti si potevano leggere sui giornali. Il Sole24Ore di ieri affida a Carlo Scarpa un editoriale in prima pagina dal titolo “L’antitrust arma debole nel mercato high tech”. La sentenza viene definita un “attacco a Microsoft” utile ai consumatori nel breve periodo soprattutto se facendo “più spazio ai nuovi concorrenti consenta di avere prezzi minori o di stimolare la qualità dei prodotti”. Negativa se “questo significasse tarpare le ali della innovazione”. Di Chi? Di Microsoft e del suo straordinario successo “basato sulla capacità di convincere (con i fatti, non solo con "fumo negli occhi”) i consumatori" in un settore che ha una cararatteristica, chi afferma lo standard: “vince e prende tutto, o quasi” come dimostrerebbero le vicende dei “monopoli” di Google e Ipod citate da Microsoft. “Ma si tratta di posizioni costruite sul merito e questo va bene”, mentre sbaglierebbe la commissaria Kroes ad auspicare una contrazione delle quote di mercato di Microsoft. Inoltre per Scarpa sarebbe a rischio l’autorevolezza di un istituto come l’antitrust, non certo per le sanzioni (500 milioni di euro ad una impresa che vanta un utile netto di “12,6 miliardi di dollari per il 2006”), ma perché avrebbe imposto a Microsof di “aprire completamente l’accesso ai propri prodotti per il futuro” e se Microsoft si rifiutasse in “mercati molti innovativi” rischierebbe comunque di essere “un’arma per sua natura debole”.
Non è stato da meno Franco Debenedetti, ex Senatore dell’Ulivo, che "intervistato
da Repubblica ha parlato di “scelta sbagliata”. La sentenza per De Benedetti sarebbe una “punizione per chi ha innovato con successo” perché la Microsoft sarebbe ora costretta a “rivelare i suoi segreti indistriali per permettere ai concorrenti di sviluppare applicazioni per i server che usano il sistema operativo Windows”, mentre invece la protezione intellettuale servirebbe “a incentivare la ricerca”. D’altra parte “quando è iniziato il procedimento (per abuso sui lettori multimediali, ndr) Microsoft e Real erano gli unici e nel frattempo sono esplosi fenomeni come Itunes e You Tube. Si diceva che il mercato era bloccato, e il mercato stesso ha prodotto spontaneamente i suoi anticorpi”. Insomma la commissione “ha peccato di interventismo” e “non ha saputo guardare avanti”.

Gli scenari: la guerra dei brevetti.
In realtà la vicenda Microsoft in Europa c’entra con il tema della “proprietà intellettuale”, ma in una maniera particolare: attraverso il problema dei brevetti software. Sia Scarpa che Debenedetti sbagliano, Microsoft non era stata costretta a rivelare il codice di funzionamento dei suoi programmi, ma solo come funzionano i protocolli di rete utilizzati da Windows. Ovvero l’insieme di regole che governano la comunicazione tra computer. Se l’Internet è quel mezzo di comunicazione mondiale che conosciamo al quale possono collergarsi computer (ma anche telefonini di terza generazione e in futuro Tv e perfino elettrodomestici) di qualsiasi tipo e marca, è perché tutte queste tecnologie condividono uno stesso protocollo di comunicazione (chiamato "TCP/IP ":http://it.wikipedia.org/wiki/TCP/IP) reso pubblico fin dall’inizio dagli ambienti accademici dove venne sviluppato e migliorato 30 anni fa. Un nuovo mercato è stato possibile grazie al fatto che la competizione era basata sulla qualità della produzione di programmi e computers (macchine più veloci, più semplici da utilizzare) e non sul monopolio delle modalità con le quali potevano interagire tra loro creando il fenomeno prima tecnologico e poi sociale delle reti. Insomma ognuno poteva costruire quel che voleva, come voleva, e rispettando un insieme di regole pubbliche avrebbe avuto accesso alla rete. Windows stesso è l’esempio di un software proprietario che per collegarsi a Internet usa un protocollo pubblico. Il problema nasce quando un computer con software diverso prova a collegarsi ad uno con Windows, ovvero in situazione come reti aziendali ma anche in pubbliche amministrazioni. In quel caso bisogna usare i protocolli di Windows che hanno un problema: sono brevettati. Un po’ come se in una comunità di persone l’alfabeto e la grammatica del linguaggio che serve per comunicare fosse stato brevettato da qualcuno e per conoscerlo (e utilizzarlo) io debba pagare o farmi tradurre. Se questo linguaggio è utilizzato dal 95% delle persone come cittadino dovrei adeguarmi (e pagare), come imprenditore ho poche chance di inventare un’altra grammatica e alfabeto sperando che prenda piede.

Però in ambito informatico c’è l’alternativa. Ovvero capire come funzionano dei protocolli “chiusi” con la tecnica, cosiddetta, del reverse engineering. In pratica si tratta di scoprire come funziona una scatola nera" intuendo le regole a partire dai risultati prodotti inserendo certi dati. Con un esempio un po’ tirato è come se sapessi che prendendo due numeri “2” la scatola mi tiri fuori “4”. Posso intuire che l’operazione che compie sia un’addizione (2+2), ma anche una moltiplicazione (2 per 2, che da lo stesso risultato). Quindi mi serve un altro esperimento per individuare meglio le regole. A quel punto posso cominciare a costruire una mia scatola che riproduca lo stesso comportamento. Non ho copiato il codice, infatti la legge in Italia non lo punisce, ma in una situazione complessa come un protocollo di comunicazione di rete non ho la certezza che funzioni nello stesso modo. Quindi tanto vale aprire la mia scatola, come software libero, e "finanziarne lo sviluppo nell’interesse della comunità. Samba è nato così. Si installa con qualsiasi distribuzione recente di software GNU/Linux come Debian, Ubuntu o Fedora e permette di condividere dati e informazioni con computer sui cui gira Microsoft Windows ottenendo un sufficiente livello di “interoperabilità” e dentro reti dette “miste”, pur non avendo copiato il codice di Microsoft. Grazie a questo programma il software libero stava diventando un’alternativa concreta per imprese e pubbliche amministrazioni che hanno il problema di collegare in reti interne i loro computers.

Stando così le cose Debenedetti si sbaglia, e per due volte. Non è stato il mercato, o almeno non quello classico, che ha fatto nascere i suoi “anticorpi”. Per esempio, per quanto riguarda i player multimediali, una decisa diffusione si è avuta solo quando è stato trovato il codice del sistema proprietario Div della Microsft, creando il Divx, vero incubo delle major, perché è quel sistema di comprensione che permette di condensare un DVD in un file da condividere nelle reti di scambio file. I lettori sono venuti di conseguenza. Probabilmente qualcuno lo chiamerebbe mercato" lo stesso, ma non è certo nato sulla scia del pensiero classico che in economia difende la “proprietà intellettuale” in rete come fossero le "enclosure della prima rivoluzione indistriale come fanno all’ Istituto Bruno Leoni sostenendo che la sentenza allenta i vincoli della “proprietà privata”.

Alla stessa maniera, per quanto riguarda la vicenda dei server, è evidente che i concorrenti (eclusi) di Microsoft non sono quelli che vorrebbero commercializzare software per server Windows, come sostiene Debenedetti, ma chiunque provi a scrivere software minimamente abilitato a dialogare con quelle macchine, specie se libero. E infatti Microsoft, per mettere fuori mercato gli altri, ha oscillato tra le ventilate azioni legali contro linux, prima annunciate poi smentite, (vere e proprie azioni di FUD, ovvero “disseminazione di informazioni negative, vaghe, inaccurate o false” a fini di marketing, esemplare il caso SCO raccontato nel libro Noscopyright), fino all’ accordo con Novell, distributrice di software open source con la quale Microsoft ora condivide dei brevetti software, per permettere l’interoperabilità tra loro prodotti. Un accordo contestato nel mondo del software libero perché comunque non argina il problema dei brevetti e del loro monopolio, quindi della possibilità di competizione, ma soprattutto discrimina gli altri distributori di sofware libero. D’altra parte, con buona pace di Scarpa, per capire che alla Microsoft la pensano diversamente intorno al problema “innovazione”, basterebbe ricordare le parole che Bill Gates disse nel 1991: “Se la gente avesse capito in che modo sarebbero stati concessi i brevetti quando fu inventata la maggior parte delle idee di oggi e avesse depositato un brevetto, l’industria sarebbe oggi completamente paralizzata. La soluzione è brevettare tutto quello che possiamo. Un’azienda agli esordi che non disponesse di propri brevetti verrà obbligata a pagare qualsiasi prezzo che i giganti decidono di imporre”.

Ecco perché la Free Software Foundation Europe e il team di Samba hanno ringraziato la commissione accogliendo “la decisione della Corte come una pietra miliare per la concorrenza. Essa mette fine all’idea che offuscare deliberatamente gli standard e intrappolare i clienti costituisca un modello di business accettabile, e obbliga Microsoft a tornare a competere sul terreno della tecnologia software”.

UE vs USA
Il problema di tutta la vicenda, però, è un altro. E bisogna andarsi a leggere Washington Post o il New York Times, per capirlo. Ovvero la diatriba che si aperta da tempo tra le due sponde dell’Atlantico sulle politiche in materia di “proprietà intellettuale”. Negli USA i brevetti software sono legali, in Europa no. Infatti la vicenda Microsoft in Europa si è intrecciata con il tentativo di armonizzare la legislazione dei paesi membri legalizzando i brevetti software vietati dall’art. 52 della Convenzione di Monaco del 1973. Nonostante questo, e in modo surrettizio, comunque 30.000 brevetti riconducibili a codice informatico sono stati depositati presso l’Ufficio Brevetti Europeo (EPO), di cui il 60% appartiene a multinazionali USA e Giapponesi.

La prima proposta di legalizzazione risale al 2002 e da allora, tra alterne vicende, si è trascinato un dissidio tra commissione e parlamento che più volte hanno presentato e rigettato la proposta in prima e seconda lettura. Fino alla definitiva bocciatura nel 2005 soprattutto grazie alla pressione di una petizione europea firmata da 150.000 persone, l’interesse di 2 milioni di piccole e medie imprese e di associazioni che si occupano di diritti ed accesso nella società dell’informazione (tutta la vicenda è stata documenta sul sito della campanga della Free Informatio Infrastructure – http://eupat.ffii.org). Non sono mancati, però, momenti delicati. Come quando si è scoperto che Arlene McCarthy, laburista blariana relatrice della proposta per il gruppo dei Socialisti Europei, aveva presentato il suo testo in un documento di Microsoft Word che aveva come autore originale un esperto di brevetti software della BSA (Business Software Alliance), ovvero un cartello lobbystico di multinazionali, per lo più statunitensi, tra le quali anche Microsoft. O quando il governo USA, in pieno iter della proposta di legge, ha scritto al parlamento europeo esprimendo le sue perplessità sulle decisioni del rigetto, e in particolare sulle nome che “vietano il rilascio di brevetti quando limitano l’interoperabilità”.

Alla luce di questi fatti bisognerebbe, quindi, leggere l’ intervista di Mario Monti al Corsera. Perché ha il pregio di mettere in chiaro almeno due punti. Intanto che la vicenda in Europa è nata sulla scia di una analoga iniziativa dell’Antitrust negli USA contro Microsoft. C’è da aggiungere, però, qualche dato. L’amministrazione Bush al suo insediamento nel 2000 non solo aveva ribaltato la linea perseguita fin a quel momento dall’antitrust a guida democratica, ma nel novembre 2001 lascia cadere le accuse più pesanti per Microsoft. Un anno dopo arriverà la soluzione definitiva della vicenda (qui si può trovare una cronologia dei fatti). Una identità di vedute, tra Microsoft e amministrazione Bush, neanche tanto nascosta. Prima della campagna elettorale lo stesso Bush affermava sul caso Microsoft “Io sto dalla parte dell’innovazione e non delle dispute” mentre perfino alcuni analisti finanziari consideravano la vittoria del presidente texano come una manna dal cielo per i problemi giudiziari di Gates vista l’antipatia ideologica dei repubblicani per le regolamentazioni". Una “manna” stimolata, però, anche dai contributi elettorali. Secondo il "Center for Responsive Politics nel 2000 Microsoft ha donato 4 milioni e mezzo di dollari divisi per il 53% ai repubblicani e il 47% ai democratici mentre nel 2002 stanzia un milione e mezzo con un deciso 60% al partito di Bush.

In conclusione
L’altra questione che chiarisce bene Monti nella sua intervista è il problema degli interessi pubblici fatti nel nome dei consumatori. Ma sarebbe meglio dire in nome della cittadinanza. Oggi attraverso le reti pubbliche e private passano dati essenziali per la nostra società. Transazioni finanziarie, informazioni mediche, email personali, ecc. Poter avere ilcontrollo dei protocolli e dei software che gestiscono è diventato un problema sempre più importante e di interesse pubblico. Le reti stesse sono ormai diventate l’equivalente di beni comuni. E come tali hanno bisogno di poliche che ne assicurino efficienza e sicurezza. Le loro sorti possono essere affidate agli interessi di un mercato e per di più monopolistico? Evidentemente no. Come è evidente che in materia di innovazione tecnologia e interessi pubblici occorra cambiare un po’ di parametri e atteggiamenti tra quelli fin qui adottatti. E chissà che la politica, una volta tanto, non possa avere un ruolo più autorevole in questo senso.

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