In uno dei più poveri stati dell'India, contadini e indigeni si oppongono al progetto di creare un enorme polo siderurgico. Il progetto della multinazionale sudcoreana Posco, dicono, distruggerebbe l'ambiente e la loro vita.
L’Orissa è uno stato dell’India affacciato sul golfo del Bengala, con un vasto entroterra rurale e montagnoso e pochissimi insediamenti urbani. Lo stato fa parte della cosiddetta Mineral Belt, la fascia di stati nell’oriente della penisola indiana che racchiude nel sottosuolo il 70 per cento dei giacimenti di carbone, il 56 per cento di ferro, il 60 della bauxite dell’India. Nel territorio dell’Orissa vivono, prevalentemente di agricoltura, circa 7 milioni di adivasi [indigeni], divisi in 62 tribù di etnie diverse.
In India l’attrattiva dello sviluppo industriale, e la volontà di colmare la distanza con le manifatture cinesi ha portato il governo federale alla progettazione di centinaia di Zone economiche speciali [Sez] per allettare gli investimenti esteri con una politica di esenzione dalle imposte. Queste politiche hanno permesso all’Orissa– uno degli stati più poveri dell’Unione Indiana–di aumentare negli ultimi anni dell’11 per cento gli investimenti produttivi sul territorio rispetto alla media nazionale. Proprio in questa zona il gruppo siderurgico sudcoreano Pohang steel company–meglio conosciuto come Posco–ha proposto nel 2004 un progetto del valore complessivo di 12 miliardi di dollari per la costruzione del più grande polo di produzione dell’acciaio in territorio indiano. Dopo l’approvazione del progetto, avvenuta nel 2005, il governo centrale ha tentato di espropriare le terre dei contadini, causando la ferma opposizione delle comunità le cui proteste sono spesso sfociate in sanguinosi scontri con le forze di polizia.
Il progetto della Posco prevede la costruzione di impianti siderurgici con una capacità produttiva di tre milioni di tonnellate di acciaio nella prima fase di produzione, prevista tra il 2007 e il 2010, ed una capacità di 12 milioni di tonnellate una volta raggiunta la piena operatività. Le popolazioni locali sostengono che l’impatto ambientale e sociale del progetto sarebbe disastroso: gli adivasi perderebbero le loro terre; i contadini perderebbero ogni mezzo di sostentamento e l’equilibrio ambientale verrebbe stravolto con una conseguente grave contaminazione dei terreni e delle acque. Il processo di approvazione del progetto viene contestato dalle comunità, che lo ritengono viziato da gravi inadempienze nella fase di consultazione delle comunità e quindi nullo. Le norme contenute nel Panchayati Raj [73esimo emendamento] della Costituzione indiana affermano infatti che ogni piano di sviluppo economico e di controllo delle risorse naturali è di competenza dei villaggi panchayat [autorità locali]. Il progetto della Posco, come molti altri legati alle Zes, risulta perciò essere incostituzionale.
Dopo mesi di forti proteste, nel marzo 2007 il progetto industriale nell’Orissa viene temporaneamente bloccato. Pochi mesi dopo i lavori vengono tuttavia di nuovo autorizzati. In segno di protesta, nel maggio 2007 due dirigenti indiani di Posco vengono sequestrati dagli abitanti del villaggio di Govindpur, contro cui si sta operando una requisizione dei terreni. Ancora, nel novembre 2007 il villaggio di Dhikina, dove vivono circa 600 famiglie è luogo dei sanguinosi scontri con le forze armate e viene circondato dalla polizia e privato di qualsiasi contatto con l’esterno. L’uso della forza, cui ricorre la polizia per controllare le proteste della popolazione–appoggiata da veri e propri mercenari assoldati dalla Posco–causa numerose violazioni dei diritti umani. In molti casi, tra cui a Dhikina, le forze armate isolano per giorno i villaggi in resistenza e causando gravi carenze di beni alimentari e medicinali. Poche settimane fa, ad aprile, i lavori per la costruzione del porto e delle miniere sono stati nuovamente bloccati. Anche i lavoratori sudcoreani della Posco, appoggiati dal sindacato di categoria, si schierano contro le politiche di espropriazione messe in atto dall’impresa in Orissa. Dichiarano la propria solidarietà alle comunità in lotta ed organizzano, proprio all’interno degli stabilimenti nazionali della Posco, una serie di iniziative di denuncia e pressione sulla questione. In India intanto iniziano nuove contrattazioni fra il governo dell’Orissa e la Posco, alla ricerca di un nuovo accordo sui territori in cui ubicare i lavori ma anche sulla negoziazione delle royalties che la multinazionale dovrà pagare allo stato indiano e sugli indennizzi per gli abitanti.
La nuova proposta è che gli stabilimenti sorgano in una nuova zona, distante circa 340 chilometri dalla precedente, per tutelare i diritti della popolazione rurale ed indigena. Mentre nelle stanze di governo si discute del futuro del progetto, le comunità non stanno a guardare ed hanno annunciato a breve nuove mobilitazione in difesa del territorio della regione.
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