Perché l'accordo con Banca Prossima

Ecco la risposta del Consorzio Ctm Altromercato alla lettera – pubblicata su Carta n.13 – di Alessandro Santoro, prete della comunità delle Piagge di Firenze, e altri, sull’accordo tra Ctm e Banca Prossima.

Gentili autori della “Lettera aperta a Ctm altromercato”, vi ringraziamo dell’attenzione che ci avete dedicato scrivendoci.

La prima cosa che ci teniamo a dirvi è che questa risposta, più che ribattere alle vostre argomentazioni punto per punto, vuole contribuire alla discussione che ci pare si sia aperta sulle questioni sollevate dalla vostra lettera, in particolare la questione del finanziamento delle attività delle botteghe del mondo. Una discussione che ci pare fondamentale, perché strettamente legata al ruolo futuro delle botteghe stesse all’interno del sempre più vasto scenario del commercio equo e solidale, e soprattutto necessaria alla luce delle decisioni critiche da prendere in questi e nei prossimi mesi. Desideriamo inoltre precisare che, coerentemente con la natura democratica del nostro movimento, la convenzione con Banca
Prossima sarà sottoposta a ratifica nel corso dell’assemblea soci di Ctm altromercato di giugno c.a.. Come per tutte le decisioni importanti, saranno quindi i soci a stabilire se la strada che abbiamo indicato è quella che il Consorzio intende percorrere.

Tornando alla vostra lettera, vorremmo innanzitutto rassicurarvi che, come voi, anche noi, nel nostro ruolo di Cda del Consorzio Ctm altromercato, proveniamo da anni di volontariato e rappresentiamo delle cooperative ed associazioni di commercio equo e solidale che si impegnano “dal basso”, con grande passione, nel cambiare i meccanismi di ingiustizia presenti negli scambi economici tra i paesi del Nord e del Sud del mondo e nel costruire un’economia più giusta.
Se dunque ci accomunano strettamente le origini, i valori e gli obiettivi del nostro agire quotidiano, sembra che tra noi e voi ci siano invece delle differenze non piccole e delle sensibilità diverse circa il ruolo e le prospettive future del commercio equo e dell’economia solidale in generale.
A tal proposito permetteteci di fare un rapido riassunto, importante per chiarire la nostra posizione. Il Consorzio Ctm Altromercato, grazie al contributo di migliaia di volontari, in questi oltre 20 anni di vita ha costruito una storia per molti versi unica: da piccolo fenomeno, fatto di tante realtà spontanee che volevano testimoniare i valori di giustizia e dignità attraverso un consumo attento e consapevole, è diventato oggi un sistema in cui sono presenti vere e proprie imprese sociali, in grado di operare a pieno titolo nell’economia del nostro paese. Tra lo stupore di molti, il Consorzio Ctm altromercato, la centrale e le botteghe, si confronta oggi con il mercato e opera fianco a fianco con molte imprese
commerciali e della distribuzione organizzata, pur rimanendo fermi i principi per i quali è nato: l’assenza di scopo di lucro, la lotta alla povertà attraverso il sostegno ai piccoli produttori marginali del sud del mondo, la sensibilizzazione al consumo consapevole ed alle iniquità del sistema commerciale tradizionale.
Oggi Ctm altromercato è, e lo diciamo con grande orgoglio, una rete di economia solidale in grado di perseguire i suoi scopi intrecciando il lavoro retribuito di oltre 450 persone con l’apporto gratuito di migliaia di volontari e di soci, che insieme generano un’economia giusta di 60 milioni di euro all’anno, un fatturato pari a quello di molte aziende della produzione e della distribuzione commerciale convenzionale.

Veniamo ora al punto della questione: il sistema di imprese sociali che abbiamo creato in questi anni, basato prevalentemente sul tempo liberamente dedicato dalle persone, dal punto di vista finanziario è retto attraverso l’impegno personale di molti soci, persone che con i loro risparmi hanno permesso di far nascere e crescere la rete consortile, permettendoci di arrivare al livello attuale. Purtroppo, però, l’impegno finanziario di coloro che ci sostengono, per quanto meritorio e indice di genuina passione civile, oggi non è più sufficiente a far fronte alle esigenze di molte associate. Con dimensioni orami non più piccole, nella questione della sostenibilità del Consorzio è centrale ed ineludibile il problema finanziario, ossia del reperimento delle risorse necessarie a far fronte simultaneamente ai diversi impegni: il prefinanziamento ai produttori, il pagamento dei costi del personale, le spese di affitto, i tempi di incasso delle vendite dei prodotti, ecc.
Per quanto la rete sia costantemente impegnata nel raccogliere capitale sociale e prestito dei soci è a noi chiaro come la dimensione di molte realtà cooperative, che muovono centinaia di migliaia di euro, non possa reggersi esclusivamente sul rischio personale dei soci, in particolar modo in una situazione così difficile per tante famiglie italiane, per le quali anche poche centinaia di euro possono fare la differenza nel bilancio di fine mese.

E qui veniamo al bivio, alla decisione critica da prendere: trovare il modo di creare rapporti economico-finanziari con soggetti diversi e sostenere i bisogni operativi di un commercio equo e solidale che vuole cambiare l’economia del nostro paese, oppure prendere atto che l’utopia per cui molte persone si sono impegnate ha raggiunto il suo limite e non è possibile andare oltre, attuando una decrescita spontanea, riducendo l’economia solidale ad una pura testimonianza di valori, un po’ come agli albori.
Ci pare che voi sosteniate la seconda strada, mentre noi, con tutti i limiti e le contraddizioni possibili, ma coerenti con la nostra storia, stiamo disperatamente cercando di non abbandonare l’utopia che per tanti anni abbiamo reso concreta. La ricerca di nuovi fonti di accesso al credito finanziario è mossa dalla stessa volontà che ci ha portato a realizzare accordi con la grande distribuzione dieci anni fa, decisione difficile, come da voi ricordato, senza la quale tuttavia oggi probabilmente le botteghe del mondo avrebbero un ruolo di mera rappresentanza, di piccolo simbolo di economia solidale, e come avviene in quasi tutti gli altri paesi europei, la grande distribuzione stessa avrebbe assunto il ruolo di guida del
fenomeno del consumo critico. La stessa volontà che, vale la pena ricordarlo, perché spesso
ci si ferma a banche e distribuzione, ma si trascura il resto, ci ha portato a collaborare con tante realtà dell’economia tradizionale, nella trasformazione dei prodotti, nella loro lavorazione, nel trasporto dei prodotti finiti, nella comunicazione, nell’amministrazione, nell’informatica. Senza queste relazioni non sarebbe stato possibile raggiungere il successo di pubblico attuale, l’interesse verso il commercio equo delle organizzazioni e delle botteghe, il livello di qualità dei nostri prodotti, la realizzazione di numerosi progetti di autosviluppo presso i produttori del sud del mondo. Relazioni che ci hanno permesso di
accreditare nel nostro paese l’economia gestita con altri valori rispetto al profitto, che hanno aperto la strada ad altre esperienze innovative nel nostro mondo, e che in qualche caso hanno dato vita a sinergie con piccole e medie imprese italiane, sorprese dalla forza dei nostri progetti ed appassionate con un interesse che va ben oltre quello strettamente economico o di marketing.

Il problema del sostegno del sistema Consorzio ha raggiunto una dimensione in cui c’è bisogno di notevoli risorse: crescono, per fortuna, gli importi che la Centrale paga ai produttori, secondo la regola del prefinanziamento anticipato, e quindi con molti mesi in anticipo rispetto alla riscossione per la vendita, e crescono gli investimenti delle botteghe del mondo per sostenere il loro sviluppo quale alternativa alla distribuzione commerciale, in particolare alla Gdo. In questa situazione, fatta eccezione per Banca Etica e per le raccolte di risparmio e di capitale dei soci, non ci sono alternative sufficienti al sistema finanziario tradizionale. Ci dispiace molto, ma è così. E del resto molte botteghe del mondo già oggi sono costrette a relazionarsi con banche tradizionali, chiedendo prestiti, anticipazioni e fidi
di cassa.

In questo quadro, come detto cruciale, Banca Prossima si è offerta di costruire una convenzione con il Consorzio a favore delle botteghe socie. Come tutti sanno, Banca Prossima è di proprietà del gruppo Intesa-San Paolo, anche se la gestione è separata. La raccolta di capitale e gli impieghi sono dedicati al mondo del no profit. E’ noto come il gruppo Intesa San Paolo fosse una banca armata e come da metà del 2007 abbia dichiarato di sospendere la partecipazione a operazioni finanziare che riguardino il commercio e la produzione di armi. Nel 2007 il gruppo è ancora presente nell’elenco, essendo la
sospensione operativa da giugno. Voi affermate che Intesa San Paolo finanzia le peggiori multinazionali del mondo. A noi pare che il fatto di attingere fondi da Banca Prossima, una banca che raccoglie le risorse da impiegare da organizzazioni del terzo settore, tra cui Caritas italiana, Legacoop sociali,
Consorzio Cgm, Anfas e molte altre Onlus sia un passo avanti circa l’impiego delle risorse con le quali si finanzia il commercio equo. Se ci si relaziona con un soggetto simile si riducono le risorse destinate all’economia delle multinazionali piuttosto che incrementarle, come invece potrebbe succedere nella situazione attuale, in cui molti soldi del commercio equo vanno ad alimentare conti di banche italiane tradizionali.

Ultima vostra osservazione: Banca Intesa è dentro il sistema globale, che massimizza profitti a danno di lavoratori, ambiente e comunità locali. Osservazione giustissima. Gran parte del nostro mondo è parte di questo sistema. E nessuno di noi può probabilmente affermare di esserne immune. Da tempo il Consorzio ha scelto di accettare la sfida, di non essere solo una testimonianza simbolica, ma di agire nella nostra comunità per operare un cambiamento positivo, commisurando di volta in volta i passi avanti che si possono ottenere con i compromessi che a volte sono necessari e senza i quali il cambiamento non è possibile. Come riportato nella prefazione di Stefano Zamagni al libro di Frans van der Hoff “Faremo migliore il mondo”, il commercio equo e solidale ha una possibilità di successo,
ma a patto che “tra studiosi e operatori si diffonda il convincimento in base al quale i principi “altri” dal profitto e dallo scambio di equivalenti possono, se si vuole, trovare posto dentro l’attività economica. Se invece, si vede l’avanzare dell’area del mercato come una desertificazione della società, perché si pensa al mercato come al luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole […] è chiaro che il commercio equo e solidale non potrà mai raggiungere la soglia critica di cui dicevo. Si deve arrivare a comprendere che esiste una terza concezione del mercato, quella dell’economia civile, in base alla quale si può vivere l’esperienza della socialità umana e della fraternità all’interno della normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo di essa.” Da anni ci pare di averlo compreso, e pur nei nostri limiti e con i nostri errori, percorriamo risoluti questa strada, per un’economia solidale e sostenibile.

Ringraziandovi per l’attenzione, rimaniamo a vostra disposizione anche per un eventuale
incontro “de visu”.


per il Consorzio Ctm altromercato, il Consiglio di amministrazione

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