L'incontro di alto livello dedicato al cibo, ai problemi ambientali e al ruolo degli agrocarburanti si avvia alla conclusione. Domani la dichiarazione finale. Rimangono molte divergenze tra i paesi «importanti» su come affrontare la crisi dei prezzi agricoli.
Poche cose scatenano la retorica dei governi e dei capi di stato come un vertice dedicato alla lotta alla fame. Il summit della Fao, in corso a Roma fino a giovedì, non ha fatto eccezione. Dall’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, che ha parlato di «opportunità storica per combattere la fame» fino a quello del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che ha proposto a tutti i paesi di trovare le risorse per affrontare la crisi dei prezzi agricoli rinunciando a una parte dei propri arsenali, tutti hanno fatto a gara a esortare alla collaborazione mondiale. I numeri della crisi sono ormai noti: il prezzo delle principali derrate alimentari è salito enormemente negli ultimi dodici mesi, con punte anche del 70-80 per cento per il riso, alimento fondamentale per più di un miliardo di persone. Secondo i dati resi noti ieri, nel mondo sono almeno 850 milioni le persone esposte al rischio fame. Che non è più limitato alle aree rurali dei paesi del sud del mondo, ma ha già sconfinato in molte zone urbane delle metropoli asiatiche e africane. E bussa alla porta dei paesi ricchi sotto forma di rialzo dei prezzi e di erosione del potere d’acquisto dei ceti popolari. Le cause, riportate anche durante i discorsi ufficiali che hanno costellato i primi due giorni del summit, sono altrettanto note: aumento del prezzo del petrolio, che fa salire il costo dei trasporti e dei fertilizzanti, espansione delle aree dedicate alla produzione di agrocombustibili, che sottraggono terreno fertile alla produzione per uso alimentare, ruolo della speculazione finanziaria, che punta al rialzo dei prezzi delle «commodities» agricole, cioè del cibo valutato sulle borse mondiali. Le divergenze tra i paesi, soprattutto tra i grandi esportatori di cibo e gli importatori netti, emergono però quando si tratta di attivare soluzioni immediate e strutturali per raffreddare il mercato agricolo mondiale. Stati uniti e Brasile, per esempio, non sono disposti a rinunciare alla politica di sostegno alla produzione di agrocombustibili e l’Europa non è disposta ancora a mollare del tutto il sostegno all’export agricolo, che conduce i prodotti europei a «colonizzare» i mercati del sud. I paesi importatori, invece, cercano di proporre meccanismi che aumentino l’offerta. Il Giappone, per esempio, principale importatore netto di cibo a livello mondiale, ha proposto di assottigliare le scorte strategiche mondiali di cereali per immettere cibo sul mercato mondiale e abbassare i prezzi. Non si discostano molto dal solco ormai noto e abbondamentente scavato del liberismo anche per l’agricoltura, le idee di Robert Zoellick, ex ministro Usa per il commercio estero ed attuale presidente della Banca mondiale. Zoellick propone la riduzione delle tariffe globali sul commercio di alimenti per favorire – secondo lui – i paesi più esposti alle fluttuazioni dei prezzi.
Sul piano degli interventi tampone, invece, l’Onu ha annunciato attraverso la direttrice del Programma alimentare mondiale [Pam] Josette Sheeran, un fondo di un miliardo e 200 milioni di dollari per le misure di emergenza nei 60 paesi più colpiti dalla crisi alimentare. L’ex segretario generale Kofi Annan, inoltre, ha inaugurato una «partnership» tra le diverse agenzie che si occupano di agricoltura [Fao, Ifad, Pam] per lanciare una Rivoluzione verde nell’agricoltura africana, puntando sulla piccola produzione familiare. Il vertice si concluderà giovedì con una dichiarazione finale che, come di consueto nel caso di divergenze tanto profonde, cercherà di limare le formule diplomatiche e gli impegni in modo da non lasciare scontento nessuno, o quasi. Di certo non sono contenti i rappresentanti dei movimenti contadini riuniti a Roma, nella Città dell’Altra economia, per il vertice parallelo Terra Preta. La loro voce, al tavolo dei capi di governo, è stata solo un eco lontana. Come se l’agricoltura fosse una cosa troppo seria per lasciarla fare ai contadini.






