Le critiche dei contadini al documento finale della Fao

Il summit dell'agenzia dell'Onu si chiude oggi a Roma con un documento finale che, secondo i movimenti sociali e contadini riuniti nel vertice parallelo Terra Preta, evita di affrontare le questioni strutturali del mercato agricolo mondiale. Le analisi di Fairwatch.

I lavori della conferenza Fao confermano che le gravissime emergenze della crisi alimentare e climatica vengono usate dalle elite politiche ed economiche mondiali come opportunita’ per rafforzare il controllo delle aziende transnazionali sull’agricoltura e sui beni comuni naturali. Una scelta che non potra’ che aggravare la situazione attraverso versioni ancora piu’ pericolose di quelle politiche che l’hanno gia’ generate. E anche la Task force che le Nazioni Unite vogliono mettere in campo per far fronte alle difficolta’ di oggi «nasce per facilitare la convergenza tra i piu’ potenti attori privati dei settori della finanza, della tecnologia e degli affari permettendo loro di fare profitti con la scusa della gestione della crisi. Una cosa che disgusta i piu’ poveri della terra».
Il documento finale che verra’ letto in plenaria dal nativo nordamericano a nome di tutti i 250 delegati del Contro-vertice Terra Preta, e anticipato poche ore fa in conferenza stampa nel palazzo Fao, accusa il vertice di procedere con il «business as usual», e per questo le organizzazioni contadine e della societa’ civile che in questi giorni hanno dato vita al Contro-vertice chiedono l’istituzione di procedimenti penali in nome delle vittime della crisi alimentare che colpiscano corporation e istituzioni che con le loro azioni hanno permesso a qualcuno di arricchirsi mentre popolazioni intere soffrono la fame. Le organizzazioni chiedono, inoltre, l’istituzione in sede Onu di una Commissione sulla Sovranita’ alimentare composta da rappresentanti dei governi e delle organizzazioni di pescatori, contadini, piccoli produttori, allevatori e popoli indigeni, per identificare, documentare e presentare strategie collettive per risolvere la crisi climatica e alimentare. Le organizzazioni, infine, si impegnano a analizzare e monitorare i risultati effettivi che seguiranno a questo vertice.
I problemi che stanno vivendo i piu’ poveri sono l’effetto di decenni di politiche sbagliate, delle speculazioni, dell’abbandono forzato delle terre da parte dei contadini, ma questo «non compare minimamente nel documento finale della conferenza, come le organizzazioni contadine e della societa’ civile sono del tutto assenti dalla Task Force Onu – ha spiegato un rappresentante de La Via Campesina nella conferenza stampa delle organizzazioni non governative – nonostante in oltre 4mila fossimo presenti anche a questo vertice con i nostri saperi e le nostre capacita’». I Governi e le agenzie ONU presenti alla FAO, accusano le organizzazioni contadine, si comportano proprio come hanno fatto con la analoga crisi del 1974, «quando Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale vi risposero con politiche di liberalizzazione e di aggiustamento strutturale che hanno danneggiato in modo irreparabile la capacita’ delle agricolture locali e nazionali di produrre cibo e sfamarsi».
I produttori e la societa’ civile fanno parte della soluzione della crisi alimentare e di quella climatica, e a partire da questa convinzione, protestano contro l’impossibilita’ di incidere sugli interventi strategici che, paradossalmente, vorrebbero andare incontro alle loro necessita’ presenti. «Abbiamo bisogno di avere accesso alla terra, alle sementi contadine, a mezzi che ci aiutino a sostenere i nostri insediamenti agricoli che consumano poca energia e continuano a sfamare la maggior parte degli abitanti della terra», hanno continuato i delegati di Terra Preta, arrabbiati con i Governi «che anche in questa conferenza hanno ripetuto gli impegni di sempre, hanno difeso interessi molto diversi tra loro e hanno delegato tutte le soluzioni alla Task Force dell’Onu: una scelta che non possiamo condividere perche’ dimostra che nessuno ha voluto prendere seriamente l’iniziativa per combattere la fame».
Un paradosso vuole che circa tre quarti di quel miliardo e duecento milioni di persone che vivono in estrema povertà abitino in aree rurali, cioè a diretto contatto con quella terra che potrebbe e dovrebbe dar loro da mangiare a sufficienza, oltre che un reddito. Per di più l’agricoltura è stato un settore sempre più trascurato dagli investimenti pubblici: se tra il 1980 e il 2007 i Paesi industrializzati [Oecd] hanno aumentato i propri aiuti allo sviluppo da 20 miliardi di dollari a 100 miliardi, negli stessi anni i fondi destinati all’agricoltura sono scesi da 17 a 3 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali, secondo Via Campesina, non sono andati ai contadini.
Fino ad oggi abbiamo creduto che fossero i prezzi dei prodotti agricoli cronicamente bassi a costituire il principale ostacolo per la promozione economica e sociale dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. La verità è che i prezzi più alti non si traducono in maggiori guadagni per contadini e allevatori, ma vengono assorbiti dai trasporti, dall’industria agroalimentare e dalla grande distribuzione. Secondo Coldiretti, infatti, dei circa 467 euro al mese che ogni famiglia destina in media per gli acquisti di alimenti e bevande, oltre la metà, va al commercio e ai servizi, un 30 per cento all’industria alimentare e solo 89 alle imprese agricole.
In questa partita stanno giocando sporco altri concorrenti: gli speculatori. Il mercato internazionale dei prodotti agricoli, infatti, riguarda solo il 10 per cento della produzione globale. I contratti con cui si commercia questa parte limitata della produzione agricola hanno, per la natura stessa degli approvvigionamenti, scadenze «future»: fino a 18 mesi e oltre. I prodotti finanziari che consentono di investire nelle materie prime agricole [o commodities], e che determinano i loro prezzi internazionali, si chiamano «futures». Chi ha disponibilità di capitale li può acquistare, e molti vi si sono rifugiati dopo la crisi dei prodotti finanziari legati ai mutui. I fondi di investimento, ad esempio, controllano il 50-60 per cento del commercio del grano nei più grandi mercati internazionali. Si calcola che l’ammontare del denaro investito in futures di commodities è esploso dai 5 miliardi di dollari stimati nel 2000 ai 175 miliardi di dollari del 2007.
La maggior parte di questi titoli viene negoziata alla borsa di Chicago. Secondo i dati, i futures del grano [calcolati al prossimo dicembre] dovrebbero crescere del 73 per cento, quelli legati alla soia del 52 e quelli dell’olio di soia del 44. Si possono negoziare senza spostare un chicco di grano, e si può contemporaneamente variarne la quotazione soltanto grazie alla capacità di acquistarne scommettendo sui guadagni futuri e provocando, con questa sola mossa, l’aumento del loro valore. E’ per questo che l’aumento della produzione di cereali, che è pure prevista dalla Fao nel suo ultimo rapporto di previsione sull’annata agricola in corso, non ha alcun impatto sui loro valori. Non sono solo le speculazioni che rendono così instabile il mercato agricolo, ma anche la sua struttura e il suo carattere estremamente concentrato. I pochi, grandi operatori commerciali internazionali, ad esempio, hanno ritirato dal mercato degli stock per stimolare la crescita dei prezzi e rivenderli al meglio. In Indonesia, per citare solo un caso, la branca nazionale della Cargill al gennaio 2008 stoccava 13 mila tonnellate di soia nei suoi silos di Surabaya, in attesa che il suo prezzo raggiungesse livelli record.
Alcuni gruppi transnazionali possono fare questo e altro, perché detengono il monopolio del mercato: il 60 per cento dei terminal per il trasporto di granaglie negli Usa, ad esempio, è di proprietà di quattro società: Cargill, Cenex Harvest, Adm e General Mills. Sono questi giganti, che assommano in sé, in un’integrazione verticale serratissima, i semi, gli inputs, le piantagioni, la produzione, la trasformazione, la distribuzione e anche un rilevante potere finanziario, alcuni tra i principali vincitori di questa partita.
Anche le compagnie dei semi e dell’agrochimica stanno andando più che bene. Monsanto, il primo gruppo mondiale nel commercio dei semi, ha riportato un 44 per cento di aumento dei guadagni nel 2007. DuPont, il secondo in classifica, ha dichiarato che i suoi profitti sono aumentati del 22 per cento, mentre Syngenta, che guida il mercato dei pesticidi ma è terzo tra i colossi dei semi, ha visto le sue entrate crescere del 28 per cento nel solo primo quadrimestre del 2008. Procedendo nella filiera verifichiamo che anche i grandi trasformatori alimentari, alcuni dei quali sono anche grandi traders, stanno incassando parecchio. Nestlé, ad esempio, ha aumentato le sue vendite globali del 7 per cento. Anche per i supermercati la crisi alimentare non sembra portare guai ma un grande business. La catena inglese Tesco ha registrato un aumento nei guadagni del 12,3 per cento in più rispetto allo scorso anno, un rialzo record. La francese Carrefour e la statunitense Wal-mart hanno affermato che le vendite di alimentari sono la voce principale che ha incrementato il loro aumento di fatturato. E’ chiaro che qualcosa non va, e che le politiche agricole devono cambiare, a partire da quella europea.
Forse il colpevole della crisi attuale, dunque, sono stati i ben 20 anni di politiche di aggiustamento strutturale promosse nei Paesi del Sud ed in particolare in Africa da Bm e Fmi – che, in cambio di crediti d’aiuto, hanno chiesto ai propri beneficiari la riduzione del supporto e del finanziamento pubblico all’agricoltura, ma anche quella liberalizzazione del settore agricolo e dei mercati – che hanno portato i paesi del Sud [in particolare africani] a diventare da esportatori netti ad importatori netti di alimenti. Ma si è anche consolidata, nello stesso periodo, una politica europea incentrata sul modello industriale con vocazione esportatrice che ha favorito un tipo di produzione intensivo e insostenibile, oltre alla possibilità dei nostri prodotti di concorrere slealmente nel mercato internazionale.
Sono questi i modelli di intervento che hanno caratterizzato, a tutte le latitudini, gli orientamenti prevalenti delle istituzioni e degli attori economici in ambito agricolo. Schemi e automatismi che, come dimostra la crisi alimentare di oggi, non funzionano.

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