Il welfare è al verde

Si chiama «La vita buona nella società attiva» il Libro Verde prodotto il 25 luglio dal ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. Un documento che, dopo tre mesi- estivi!- di «consultazione pubblica», diventerà il Libro Bianco sul futuro del modello sociale italiano.
Dedicato «ai giovani e alle loro famiglie perchè vuole concorrere a ricostruire fiducia nel futuro», chiarisce subito l’orizzonte in cui intende situarsi: «la centralità della persona, in sè e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia».
Filosofia ribadita a più riprese, come quando si dice che «la crisi del modello sociale italiano è, prima di ogni altra cosa, una crisi culturale e di valori, a partire dal misconoscimento della centralità della persona, della insufficiente attenzione alla primaria difesa della vita, dalla ricorrente negazione del ruolo della famiglia».
Il richiamo più generale è alla Strategia Ue di Lisbona, che, per il decennio 2000-10, si prefiggeva di coniugare la costruzione di una società europea basata sul massimo della competitività economica con un sistema di piena occupazione e di protezione sociale adeguato.
Come se, otto anni dopo, il modello liberista non avesse dimostrato l’impossibilità della suddetta coniugazione, dovuta al fatto che la massima competitività poteva essere realizzata solo attraverso la deregolazione del mercato del lavoro e lo smantellamento delle protezioni sociali – direttiva Bolkestein docet – il «nostro» la ripropone come novità e garanzia per il futuro.
Non mancando di riproporre il cuore del pensiero liberista: «Occorre auto-organizzarsi il futuro, costruire anche direttamente il proprio percorso di bene-essere lungo tutto l’arco della vita. E’ l’idea della persona, peraltro non isolata, che risponde in prima istanza da sè al proprio bisogno; della persona che vive in maniera responsabile la propria libertà e la ricerca alle proprie insicurezze ad essere al centro di questo Libro Verde».
Non manca – bontà sua – di riconoscere come esista la «povertà assoluta» nel nostro paese: gli anziani sopra i 65 anni con la pensione minima, le donne sole con figli a carico, le famiglie con portatori di disabilità fisica e psichica.
Ma questa rivoluzionaria scoperta serve al «nostro» solo per segnalare la troppa attenzione in passato dedicata alla «povertà relativa», costruendo un modello sociale assistenzialista e deresponsabilizzante.
Insomma, basta filosofeggiare sul reddito minimo, ognuno provveda per sè e che lo Stato intervenga con funzione compassionevole, per coloro che proprio non ce la potranno fare.
E che tutto sia garantito dal «fare comunità». Le cui proiezioni fondamentali sono, letteralmente: la famiglia, il volontariato, l’associazionismo, l’ambiente di lavoro, le parrocchie, le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali e le stazioni dei carabinieri.
Ma quali sono le criticità e le possibili risposte? Vediamole in sintesi. La prima criticità è legata ai giovani, il cui ingresso nel mercato del lavoro avviene con troppo ritardo, impedendo il positivo anticipo delle scelte responsabili di vita «a partire dalla procreazione». Come rispondere a questa necessità? Attraverso «una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro», «un nuovo sistema di ammortizzatori sociali», «un’ulteriore de-regolamentazione del sistema di collocamento», «la riscoperta della vocazione formativa dell’impresa rispetto ad un sistema di formazione pubblica che non decolla» [!].
La seconda criticità è legata ai servizi dell’infanzia, in riferimento ai quali si riconosce l’enorme ritardo del welfare italiano – copertura pari al 9 per cebto della domanda – rispetto agli obiettivi assegnati al nostro paese dalla Strategia di Lisbona [copertura pari al 33 per cento].
Come rispondere a questa necessità? Attraverso «la flessibilità e il pieno utilizzo delle risorse pubbliche e private, anche valorizzando le libere scelte delle famiglie italiane» [!].
La terza criticità sono gli anziani, dato che il welfare, precedentemente funzionante, ne ha garantito l’aumento dell’aspettativa di vita [77 anni per gli uomini, 83 anni per le donne], con una percentuale di ultrasessantacinquenni pari al 19,9 per cento, dei quali il 12 per cento è affetto da disabilità.
Per un welfare «dalla culla alla tomba», che non possa permettersi di dire che sarebbe economicamente competitivo l’anticipo della tomba stessa, sono problemi.
Come dunque rispondere a questa necessità? Per quanto riguarda il sistema previdenziale, al di là delle bufale ormai riconosciute sui dati del suo disavanzo, una risposta ci sarebbe: spalancare le porte all’immigrazione, ma il «nostro», consapevole di quanti ‘doberman’ compongano il suo Governo, non si perita nemmeno di nominarli [neppure tra le criticità, naturalmente].
Ed ecco allora la risposta innovativa: innalzare, anche oltre i 62 anni del Governo Prodi, l’età pensionabile [!].
E naturalmente prevedere un sistema sanitario e socio-assistenziale che veda il concorso di tutti i soggetti, pubblici e privati. Riappare così lo spettro dell’ideologia: «E’ finito il tempo della contrapposizione, tutta ideologica, tra Stato e mercato ovvero tra pubblico e privato. Un Welfare delle opportunità non può che scommettere su una virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà [..] e sull’applicazione più conseguente del principio di sussidiarietà. [..] Il finanziamento del complesso dei servizi di protezione sociale già oggi è caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile».
Come dare dunque organicità a questo fondamentale apporto privatistico? E qui siamo alla vera e propria «chicca»: «Il principio dev’essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale» [infermieraaa!]» […] appare opportuna una riflessione circa gli strumenti più appropriati per una maggior diffusione della previdenza complementare e dei fondi sanitari complementari [!].
Il documento prosegue con questa affermazione inequivoca: «a differenza che nel caso delle pensioni e della sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del pilastro pubblico […] sarà sufficiente evitare una ulteriore espansione dell’intervento pubblico».
In un Paese normale, ce ne sarebbe abbastanza per dichiarare uno sciopero generale. Il «nostro» ne è almeno intuitivamente consapevole, altrimenti non si capirebbe come mai dedica l’ultimo capitolo alla «governance» e nello specifico alle «relazioni industriali». Ed ecco il brillante percorso proposto: in attesa del federalismo fiscale e di una nuova modifica del Titolo V della Costituzione, occorrono «forme condivise di pilotaggio centralizzato».
Dato che «le politiche sociali e del lavoro dovranno caratterizzarsi in termini di sostegno alla produttività e alla crescita" occorre il contributo di tutte le parti sociali alla governance del sistema». Come? «Superando una cultura antagonista dei rapporti di produzione, riscoprendo le premesse di un rinnovato clima di fiducia e di complicità tra capitale e lavoro, un nuovo contesto di tipo collaborativo e partecipativo, fino alla partecipazione di tutti i soggetti agli utili dell’impresa, e alla partecipazione di datori di lavoro e sindacati alla costruzione di Welfare negoziali su base territoriale».
Non c’è che dire, va dato atto al «nostro» di parlare chiaro.
Alla sinistra politica e sociale, ai sindacati e ai movimenti il compito di dimostrare la propria utilità sociale.
O di tacere per sempre.

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