L'Unione europea non riesce a imporre ai paesi andini i trattati di libero scambio che avrebbero aperto i mercati locali alle multinazionali del Vecchio continente.
Vi ricordate Lima e la Cumbre de los Pueblos? A maggio i presidente dell’Unione Europea si erano dati appuntamento nella capitale del Perù con i loro omologhi del continente latinoamericano. L’obiettivo non certo una chiacchierata tra amici, come nemmeno si trattava di avviare un dibattito politico tra pari su come affrontare le principali minacce e sfide che investono entrambi i continenti. Lo scopo di questo incontro era firmare degli accordi commerciali tra UE e paesi della regione andina, raggruppati in quella che viene chiamata la Can [Comunità andina di nazioni]. Ed ovviamente si trattava di accordi capestro, in cui i vantaggi sono come al solito per le multinazionali europee e gli svantaggi tutti dal lato dei più poveri, dei più deboli e di tutti coloro non riescono a competere con questi colossi capaci di decidere le sventure di interi popoli. Sventure che investono non solo la stragrande maggioranza dei popoli del sud, ma anche i diritti e gli interessi dei lavoratori, dei piccoli produttori, dei precari e dei comitati territoriali dell’Unione Europea.
Si tratta di accordi che prevedono la liberalizzazione, l’apertura dei mercati, l’abbattimento del ruolo dello stato su questioni strategiche come i beni comuni, la sanità, i servizi ambientali, l’energia e i trasporti. Insomma l’obiettivo principale degli accordi commerciali è quello di spogliare completamente i paesi della regione Andina di quel poco di sovranità rimasta per ricondurla nel calderone del mercato globale, in modo da fornire «ossigeno» ad un sistema sempre più in crisi che ha bisogno di trasformare in merci una serie di diritti per farci profitto.
Avere sete, avere fame, nascere, avere un tetto, luce e gas, ha senso solo se puoi pagare, altrimenti diventa una questione irrilevante. Nei giorni del vertice a Lima dal 12 al 16 maggio si è manifestata una umanità che non la pensa propriamente così e che afferma come i diritti non siano in vendita. Una rete biregionale fatta di attivisti, associazioni, movimenti e comitati di entrambi i continenti. Una rete chiamata appunto «enlazando alternativas», che serve per costruire alternative a partire dalle esigenze reali e dai diritti dei cittadini europei e latinoamericani. Visto che i nostri governanti hanno scelto di servire la «casta» o di farne parte a pieno titolo, quello che è andato in onda a Lima è stato un ammutinamento biregionale in piena regola. Nel senso che entrambi i lati che vogliono costruire alternative non possono fare a meno di notare come in ballo ci sia qualcosa di molto più grande che gli accordi commerciali e gli interessi delle multinazionali. Qui è in ballo la democrazia ed il futuro dell’umanità, che ormai deve darsi da fare in proprio senza aspettarsi nulla dalle grandi istituzioni e dalle forze politiche che costituiscono quella «governance» globale che ha precipitato il pianeta e noi tutti in questo stato di cose. Il Commissario al commercio europeo, Mendelson, immune al virus della democrazia, ha voluto confermare tutta quell’arroganza coloniale che contraddistingue la maggior parte delle avventure economiche all’estero degli europei da cinque secoli a questa parte. Ma questa volta non è riuscito a convincere nessuno con specchietti e perline. Le proposte europee sono state accolte da mobilitazioni iniziate già in tutto il continente e poi andate in scena a Lima. Proteste accompagnate da giorni di attività, seminari, incontri, dibattiti che avevano il compito di informare e formare l’opinione pubblica di entrambi i continenti. Incuranti delle proteste sociali che avevano già seppellito i tentativi di accordi commerciali che gli USA volevano imporre anni addietro all’America Latina, gli europei della «Commissione» hanno pensato bene di ricorrere a stratagemmi vecchi, come la compra dei «capi tribù». Nel caso del Perù non hanno avuto difficoltà, essendo il presidente Alan Garcia già esperto in frodi, truffe e giravolte di posizioni in base alle convenienze. Del resto è lo stesso che diversi anni fa aveva precipitato in una crisi vorticosa il Perù e poi era scappato all’estero con il malloppo. Nel caso del presidente colombiano, il paramilitare fascistoide Uribe, non c’erano difficoltà. Gli interessi di quest’ultimo sono ovviamente legati agli interessi anche del grande capitale finanziario internazionale, oltre che a quelli della mafia e del narcotraffico internazionale. Rimanevano da «convincere» Ecuador e Bolivia. A questo giro ad aspettare Colombo sulle coste c’è stato invece un indigeno un po’ più indigesto di quelli che erano abituati a conoscere. Un aymara cocalero e sindacalista, Evo Morales, che ha mandato a gambe all’aria i profitti delle corporations ed i piani di espansione coloniale europea. Del resto dopo 500 anni qualche rivincita se la dovevano prendere. Il presidente boliviano è riuscito ad evitare la firma degli accordi ed ha denunciato l’atteggiamento coloniale e razzista europeo. Anche Correa, il suo omologo, ecuadoriano si è accodato alla denuncia. Una posizione suffragata da altri presidenti del continente e soprattutto da tutti i movimenti, le comunità ed i popoli nativi latinoamericani, e cioè la stragrande maggioranza di coloro che abitano il continente. Rimandati ad una discussione postuma a Bruxelles per il mese di luglio, apprendiamo che gli incontri tra UE e CAN, che vanno sotto il nome di «quarta ronda», sono definitivamente saltati e rimandati a data da destinarsi. La colpa? Ovviamente del presidente Morales, del suo radicalismo e della sua volontà di non sottomettersi alle logiche del profitto a scapito del suo popolo. Tanto è bastato per creare un putiferio incredibile e far cancellare la «quarta ronda». La posizione del governo boliviano continua ad essere invece coerente con le necessità del proprio popolo, a partire dai più deboli nel tentativo di garantire l’accesso a quei diritti che proprio le multinazionali e commissari come Mendelson vogliono abolire per continuarsi a pagare stipendi milionari. Questa volta gli specchietti e le perline non sono bastate e nemmeno la compra di un capo tribù. Per la Commissione Europea e per la lobby delle transnazionali sarà sempre più dura nelle Ande come in tutta l’America Latina.






