«E’ l’approccio all’umanesimo di cui è intrisa la nostra esistenza», spiega con enfasi. Elena Donazzan è un’entusiasta. E non si risparmia. Nel suo ufficio di assessora veneta, sta lavorando ad una legge regionale sull’istruzione che preveda «l’obbligo della religione cattolica, per tutti, italiani e stranieri». Lo annuncia, così, col suo modo irruento di roteare gli occhi. «E’ un progetto educativo che si innerva nel dna veneto e si fonda su scuola, famiglia e formazione», racconta a La Nuova Venezia.
L’obbligo di religione cattolica significa mettere a valore le fondamenta identitarie per far fronte alla babele della terza generazione che invade ormai le scuole venete, figli di quei migranti che hanno costruito il miracolo del Nordest. Per evitare di finire «come le banlieues parigine», l’assessora ha pensato anche a delle quote, massimo 30 per cento di alunni stranieri nelle scuole primarie. E per far rispettare la quota potenzierebbe i servizi, «ad esempio pulmini per accompagnare i bambini nelle scuole vicine».
Equilibrio, ama ripetere. «E ben vengano i valori a scuola, il grembiule, il rigore». Per questo è quanto mai necessario studiare la religione cattolica che, precisa l’assessora, «non è catechesi, ma conoscenza dell’uomo». Dell’uomo veneto, vuole dire, su cui va plasmata «una nuova italianità: è il mio cognome che rende una storia».
Il suo, di cognome, parla del profondo Veneto. Trentaseienne, di Pove del Grappa, alle porte di Bassano, Elena Donazzan si è votata alla politica fin dal liceo, quando teneva aperti i banchetti missini nonostante gli attacchi dei rossi.
Vive di politica. Da impiegata nel gruppo consiliare di An si è ritrovata catapultata nel team del governatore. Eppure predica il valore del lavoro, quello vero, duro, concreto, nordestino, perché, dice, «nella nostra regione famiglie e imprese coincidono». Il culto del lavoro, quello che rende liberi, è l’altra materia che vorrebbe introdurre a scuola. Perché, ripete la Donazzan, «dev’essere un’opportunità di vita, non una grande illusione in cui tutti vogliono fare gli avvocati». Forse per questo ha abbandonato i suoi studi di giurisprudenza.
Lei il Veneto lo conosce bene. E non a caso l’unico a frenare la sua idea brillante sulla religione cattolica è stato proprio il governatore, Giancarlo Galan. Ma l’assessora sa che la sua boutade è miele per le mosche cattoliche del partito democratico. A cominciare da Andrea Causin, ex-presidente delle Acli, giovane astro in ascesa, che si dice convinto della necessità di insegnare la «storia della religione». Cattolica, ovviamente.
Questa è anche l’unica possibilità in mano alle competenze dell’assessora, ha sottolineato decisamente avvilita la soprintendente scolastica, Carmela Palumbo. «Le norme generali sull’istruzione – le ha ricordato piccata – sono di competenza legislativa statale. Nel caso della religione, poi, questa è materia regolata dal Concordato con la Chiesa. Non è quindi neppure di potestà esclusiva dello Stato, figurarsi di una regione».
Ma Elena Donazzan tirerà dritta. Chi la conosce, sa quanto sia tenace. E come riesca a sedurre i suoi avversari, sarà per il suo sorriso molto Rossy de Palma, sarà per la sua sensibilità sociale. Si dice che nelle trattative, le organizzazioni sindacali la preferiscano di gran lunga ai falchi forzisti e ai camaleonti leghisti. D’altra parte lei è sintonizzata sulla Destra sociale, che non si definisce una corrente, ma una sensibilità. Talvolta effimera, come dimostra il progetto di legge sul lavoro sempre a firma Donazzan, evocato come svolta sociale «e poi infarcito di tutto il peggio della precarietà», sorride amaro il consigliere regionale Nicola Atalmi.
E’ lui che ha sollevato un polverone su un’altra iniziativa scolastica dell’assessora: «Le radici del ricordo», un cofanetto spedito a tutte le scuole, uno scrigno con le bandiere dell’Italia e del Veneto, e un volume sulla storia dell’Istria e dellla Dalmazia italiane. Peccato che fosse una storia un po’ rabberciata, infarcita di incongruenze, errori ortografici, lacune didattiche e persino macabri svarioni. Come quell’Ercole Miani, nominato dal Cnl sindaco di Trieste e nel libretto dell’assessora dato per fucilato dai feroci comunisti, mentre è vissuto decorato e rispettato fino al 1968.
«Quando Galan mi ha dato le deleghe, non ho dormito per due mesi – racconta Elena Donazzan – poi ho studiato». E dovrà studiare ancora, se vorrà realizzare il suo sogno: diventare governatrice del Veneto. Una regione che ha bisogno di «un leader con una visione complessiva», dice pensando evidentemente a se stessa.
Lei intanto comincia con una buona cifra, 13.651, i voti raccolti alle ultime elezioni nazionali. Fini la voleva a Roma, ma lei è convinta che «non bisogna depauperare il territorio delle sue intelligenze». Ed è rimasta. Perché si sente una di quelle intelligenze preziose e compassionevoli, la Donazzan. E con una mira eccellente. Amatissima dai cacciatori, ormai pilastro del suo elettorato, lei rivendica doppietta e cartucciera, un po’ come la Sarah Palin veneta, perché, sussurra, ormai bisogna «rivedere il rapporto tra la vita e la morte». Ama le frasi ad effetto, Elena Donazzan, con un vago profumo filosofico. E ama parlare tanto, «mi succede se sono preparata. Sennò sto zitta, perché le figuracce sono indelebili». Ma evidentemente non le piace il silenzio.
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