Accade, per una di quelle coincidenze che vanno colte al volo per strappare il sipario del Bagaglino berlusconiano, che all’indomani dell’annunciato accordo tra i partiti di governo sul «federalismo fiscale» a Vicenza si manifesti per chiedere autogoverno e democrazia.
Il progetto regionalista disegnato da Calderoli viene propagandato come strumento innovativo, come la chiave di volta capace di liberare i territori da burocrazie e avvicinare le decisioni ai cittadini. Ma, come suggeriva qualcuno dall’altra parte dell’Oceano, un maiale con il rossetto resta un maiale. E anche questo presunto «federalismo», visto che si basa sulle piccole patrie [la Padania, o le regioni] e su una concezione di territorio che puzza di muri di cinta e fili spinati, non è altro che il tentativo di infiocchettare politica e sovranità in crisi, una goffa operazione utile solo a ripresentare il peggior autoritarismo statale sotto le insegne della purezza etnica e del «padroni a casa nostra».
Vicenza sta lì, nel cuore dell’egemonia leghista, a mostrarci che quando un territorio decide davvero di difendere il proprio destino muta se stesso, si apre ai flussi e alle contaminazioni, si allontana da qualsiasi gabbia localistica e sceglie di connettersi alle questioni universali della democrazie e della pace. L’ampolla di Bossi di fronte alle casseruole dei cittadini si rompe in mille pezzi. Le camicie verdi rivelano i loro ridicoli cerimoniali da strapaese di fronte alla tenacia di movimento plurale e imprevedibile.
Per questo Vicenza è un laboratorio dell’opposizione a questo governo che fino a ieri pareva invincibile, perché ha cominciato a vincere la sua battaglia quando per difendersi ha scelto di aprirsi al mondo. E il contagio della libertà e dell’autogoverno scaccia il virus dell’egoismo e della chiusura.
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