Sulla crisi finanziaria e le uscite di Tremonti

I colossali salvataggi in corso nascondo il trasferimento di risorse pubbliche ai «grandi investitori» privati. La crisi dei mutui è forse solo un alibi per rendere presentabile un'operazione altrimenti impossibile?

I fatti sono noti. Il capitalismo finanziario è entrato in una crisi devastante – dicono. Ci spiegano che gli istituti di credito di Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda e chissà dove ancora, sono stati troppo generosi creando un «eccesso dei consumi» [sic!]. Le autorità monetarie nazionali [(ha cominciato la Bank of England e poi la Federal Reserve] e internazionali [la Banca centrale europea] che avrebbero dovuto regolare e controllare i rischi, hanno al contrario, prima, incoraggiato le banche ad elargire denaro facile [la famosa «leva finanziaria» per sostenere la crescita economica «reale»] ed ora intervengono [prosciugando le riserve monetarie pubbliche e/o battendo direttamente moneta] per coprire incredibili buchi di bilancio. Sono cifre che si fa difficoltà ad immaginare: 100, 200, 5000… miliardi di dollari.
A me viene il sospetto che tutta l’operazione sia, in ultima istanza, una colossale canalizzazione di denaro dai contribuenti [coloro che tramite le tasse hanno creato le riserve] e dai consumatori [ai quali l’inflazione provocata dalla crisi erode il potere d’acquisto del reddito] ai possessori dei titoli di credito. Infatti gli istituti finanziari in crisi altro non sono che intermediari che hanno raccolto e «cartolarizzato» i crediti [oggi inesigibili] rivendendoli [tramite i cosiddetti «derivati»] ad investitori e risparmiatori attratti dalla promessa di alte e sicure rendite e interessi. Sono questi ultimi – non chi ha contratto i mutui o chi ha il conto della carta di credito in rosso – che i governi degli Stati uniti e dell’Europa vogliono garantire «salvando» le banche, costi quel che costi. Scusate la ingenuità, ma se avessero voluto davvero dare la casa alle famiglie americane povere, «incravattate» dai famosi mutui «subprime», senza garanzie, perché non dare direttamente a loro i denari necessari a pagare le rate? Troppo semplice ed economico. Non sono loro i destinatari degli spettacolosi salvataggi in corso [e infatti tre milioni e mezzo di americani perderanno comunque la casa e tutti i loro risparmi], ma i grandi investitori istituzionali che sono i Fondi pensione, le Assicurazioni, i Fondi sovrani asiatici e dei paesi emergenti, gli investimenti degli sceicchi del petrolio e di chi altro sa iddio, che si sono trovati i loro portafogli infarciti di titoli bidone, infruttiferi. Ho letto su The Nation [Internazionale del 12 settembre]: «I maggiori creditori di Fannie e Freddie provengono dai paesi asiatici, soprattutto Cina e Giappone, dai paesi arabi produttori di petrolio e dalla Russia». Sono questi «investitori stranieri» i veri beneficiari delle operazioni messe in atto dal governo statunitense.
Ho quindi l’impressione che i mutui abbiano funzionato semplicemente da grimaldello socialmente presentabile ad una operazione gigantesca di svuotamento delle casse dello stato. La «leva finanziaria» non è affatto in crisi, è riuscita a mettere a segno il colpo del secolo: sta pompando denaro pubblico ai grandi investitori. Una sorta di rifinaziamento accelerato del capitalismo globalizzato.
Se è così è davvero un dibattito da avanspettacolo quello innestato da Tremonti [prima con il suo libro dai toni noglobal ora con l’intervista sul Corsera] tra liberisti e statalisti, «mercatisti» e keynesiani, capitalisti manifatturieri e banchieri… Economia di carta ed industria sono culo e camicia. Regolare gli eccessi dell’una [rentier] e dell’altra [depredazione delle risorse, lavoro schiavizzato, ecc.] sarebbe un buon esercizio. Il guaio, a me sembra, sia che sia l’una che l’altra siano uscite completamente da qualsiasi forma di controllo – non politico, che è massima la discrezionalità politica messa oggi in campo dalle potenze economiche, ma democratico. Dentro e fuori i luoghi di produzione, dentro e fuori le comunità nazionali, dentro e fuori i luoghi internazionalizzati del potere.

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