La lezione

Il tappo è saltato. Da giorni la sindrome da piazza deserta e il timore di non riuscire più a parlarsi sono stati infranti da migliaia e migliaia di persone. Le piazze sono di nuovo il luogo dell’incontro e non più quello della paura. Il fascismo postmoderno aveva trovato un suo modo, perverso e livoroso, di «fare società» attorno alle questioni della cosiddetta «sicurezza». La destra, abbiamo detto ha più riprese, ha cercato [riuscendoci in molti casi] di costruire forme di vita, di consolidare una mutazione antropologica.
Adesso un movimento plurale e radicato in ogni angolo del paese ci sta insegnando che attorno alla cultura si puù costruire una linea di demarcazione, una soglia di civiltà. I difensori del sapere stanno manifestando da settimane.
Oggi, Roma è stata invasa da decine di migliaia di persone: 300 mila è stato detto. L’occasione era lo sciopero generale dei sindacati di base, ma chiunque ha potuto verificare che il mondo dei saperi insorgenti ha contagiato questa scadenza. Il rischio era che la piazza fosse percepita come rituale e impotente: è avvenuto il contrario grazie al salto di qualità e all’intensità rappresentati dai liberi saperi. Chiunque cerchi di fermare i cingolati del governo Berlusconi adesso dovrebbe cogliere l’indicazione che arriva dal variegato fronte dei No Gelmini: la formazione e la conoscenza, in quanto beni comuni che vengono continuamente prodotti e reinventati, non possono essere perimetrati. Non c’è nulla da proteggere come un sacrario, ma vogliamo essere liberi di costruire il sapere. La conoscenza ha il brutto vizio di oltrepassare i confini, materiali e simbolici. Questa è la lezione di questi giorni di ritrovata speranza, questo è quanto vanno dicendo gli studenti universitari che si percepiscono ormai come precari a tuti gli effetti e le mamme in difesa del tempo pieno che vogliono proteggere la scuola come spazio pubblico di confronto e dialogo.

Tags assegnati a questo articolo: ambiente, democrazia, beni comuni

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