La città universitaria

«Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole». Così Berlusconi, da Pechino [la citta di piazza Tien Anmen, facciamo notare] si rimangia le minacce di ieri. Se c’è una forma di lotta che sta caratterizzando questo autunno di rivolta della cultura e della formazione, questa è rappresentata dalle lezioni all’aperto. Ieri il dipartimento di fisica della Sapienza si è spostato a Campo de’ Fiori, a spiegare gli effetti delle onde elettromagnetiche sui cittadini. Margherita Hack ha tenuto una lezione di astronomia a Firenze, in piazza della Signoria. A Milano, in piazza Duomo, centinaia di persone hanno assistito a una lezione all’aperto, sfidando le troupe di Mtv e il teatrino che occupa ogni giorno parte della strada per uno show televisivo per adolescenti.
Si tratta di una circostanza simbolica tutt’altro che casuale: il sapere si ribella alle regole asfittiche dell’accademia, scavalca i muri di cinta degli atenei, cerca un nuovo rapporto coi territori che ospitano le università.
E’ un’indicazione preziosa, che va tenuta in considerazione nell’analisi degli eventi di questi giorni: non si può sottovalutare il ruolo autonomo e costituente delle conoscenze e la possibilità che esse si sottraggano alle forche caudine dell’alternativa tra Stato e Mercato, alla falsa alternativa tra quell’istituzione feudale che oggi è diventata l’università statale [una casta che ha l’unico scopo di autoripridurre se stessa] e l’utopia negativa di un’istruzione completamente abbandonata alle logiche delle aziende [di questi tempi, poi, una doppia beffa].
Ne parliamo sul settimanale in edicola da domani, e continuiamo a guardare all’onda anomala di questi giorni come una straordinaria occasione, oltre le stantie forme della politica e le cerimonie dell’opposizione. Restate sintonizzati.

Tags assegnati a questo articolo: beni comuni, democrazia, ambiente

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