Il successo della giornata di manifestazioni misura la distanza tra l'Italia reale e quella della rappresentazione del governo. Gli studenti della Bocconi scrivono a Napolitano, le reti studentesche si organizzano per far proseguire l'onda anche a novembre.
O qualcosa non funziona in questo paese, o esistono due Italie. Una, fatta delle migliaia di persone che ieri sono scese in piazza: studenti, genitori, professori, maestri, personale tecnico amministrativo. Non solo a Roma, ma anche a Milano, Parma, Firenze,
Torino, Genova, Venezia Palermo, Napoli, Bari, Messina. Un milione di persone, ma non in tutto: un milione solo a Roma. Un’Italia fatta di scioperanti nelle scuole che arrivano ad essere l’ottanta per cento del personale complessivo. Del novanta per cento delle scuole che per l’adesione allo sciopero, ieri, ha chiuso i battenti per protesta.
Un’Italia fatta di lezioni che si spostano all’aperto e che non smettono mai, continuando giorno e notte nelle piazze cittadine per dimostrare che il sapere è di tutti e per tutti, anche del passante e del senzatetto che abita nel sottopassaggio di un comune periferico
[sembra una bella storia, ma non lo è, succede a Firenze, qualche giorno fa]. Un’Italia fatta di genitori che occupano le scuole elementari dei loro figli: se la Gelmini li manda a casa abolendo il tempo pieno, noi a scuola ci rimaniamo anche di notte, dicono le
mamme. Fatta di studenti che urlano sotto la Borsa a Milano «noi la crisi non la paghiamo» e di bambini che difendono la loro scuola, perché «i maestri sono nostri, Beata Ignoranza non li toccare». Un’Italia fatta di punti di sutura, che i ragazzi dei collettivi liceali hanno adesso in testa, dopo le aggressioni avvenute mercoledì scorso a Piazza Navona, per mano di studenti di estrema destra ai quali la polizia ha sequestrato bastoni e cinghie.
Esiste questa Italia, e quella del governo. Quella di Maroni, per cui in piazza della Repubblica a Roma, ieri, «erano solo centomila». Solo centomila, «ma comunque tanti», si corregge poi il ministro degli interni. L’Italia del ministro Gelmini, che sembra non sentire i migliaia di studenti che ieri l’hanno accerchiata al ministero dell’istruzione: «ti accerchiamo ministra, scendi giù». Per la quale l’onda che l’ha travolta è solo la protesta di una minoranza, che quindi l’autorizza a non porsi alcun interrogativo e ad andare avanti con il suo decreto che da due giorni ormai è già legge.
Secondo questa Italia, a piazza Navona, due giorni fa, non è successo proprio niente: anzi, come assicura il sottosegretario all’interno Francesco Nitto Palma, gli «gli scontri più duri ieri sono stati avviati da un gruppo di giovani dei collettivi universitari e della
sinistra antagonista». Per questa Italia, hanno poca importanza i video, le testimonianze, gli effettivi sequestri da parte della polizia di armi in mano a studenti di estrema destra e i racconti, di chi è stato vittima delle aggressioni e di chi era lì per presente per
manifestare. Non è la prima volta che l’Italia del governo prenda in giro l’Italia reale, fingendo di non sentirne la voce e le proteste, che non si fermano alla manifestazione di ieri. Martedì prossimo nascera’ «il terzo ramo del Parlamento – come l’ha chiamato Stefano Pedica [IdV]- fatto da studenti, insegnanti e parlamentari che vogliono riscrivere la carta dell’istruzione, «quella che la destra in un solo colpo ha cancellato»’. Per il mese di novembre, sono previste migliaia di inziative nelle scuole di tutta Italia: incontri,
dibattiti, assemblee, fiaccolate [per informazioni, retescuole.net]. La rete degli studenti medi chiede al presidente Napolitano [che nel pomeriggio ha incontrato una delegazione di studenti della Bocconi] di «allargare la sua agenda di incontri con gli studenti, ricevendo anche le delegazioni delle Associazioni che in queste giorni si stanno
mobilitando». I collettivi universitari comunicano che le occupazioni proseguiranno.
L’Italia reale c’è e l’onda continua a salire: L’Italia di Berlusconi, della Gelmini e di Tremonti possono uccidere la stampa, l’università, la scuola pubblica e la ricerca: ma non lei. O almeno, si spera.
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