Siamo sicuri che questa protesta comincia con Maria Stella?

Mi presento: alla veneranda età di quarantaquattro anni ho vinto il concorso di Ricercatore all’Università di Cagliari, Scienze della formazione, e lì insegno. Avrei un contratto che prevede zero ore di lezione, ma in questo ultimo triennio ho svolto – come tutti i ricercatori di questo assurdo paese – lezioni [tra corsi d’afferenza, accorpamenti, laboratori] per una media di cento ore l’anno. Vista la legge 133, con molti colleghi, abbiamo deciso di sospendere i nostri carichi non istituzionalmente prescritti, e attualmente non stiamo facendo lezione oppure la facciamo all’aperto, in contatto con la città, così come sta avvenendo in varie parti del paese.
Sono contro le scelte di questo governo, quindi.
Scrivo quest’articolo per spiegare come mai, allora, non ho aderito e partecipato alle manifestazioni del 30 ottobre scorso.
Qualche sera fa, guardavo Blob e risuonavano questi slogan tra gli studenti a Roma.
Mi chiedevo: cosa e chi hanno votato questi ragazzi solo qualche mese fa ? Si sono astenuti ? Hanno votato Berlusconi [perchè qualcuno in Italia l’avrà pure votato quest’uomo, no…?] e si sono pentiti? Hanno votato Veltroni e si sono resi conto che se si affidano al maggioritario, voluto anche da lui, e da questa opposizione [si fa per dire] sono fregati?
Queste proteste tagliano trasversalmente il fronte partitico tradizionale e impongono la necessità di guardare, come direbbe Marco Revelli, «oltre il Novecento»: oltre le distinzioni destra-sinistra, tipiche delle nostre generazioni nutrite a scudi-crociati e falci-martello, oltre il regime simil-post-democratico nel quale viviamo, grazie alla collaborazione dei ceti politici di professione oggi al potere [che siano attualmente al governo o meno].
Riemerge il conflitto sociale, attraversa generazioni e ruoli, schieramenti e abitudini di pensiero. Ma, ingenuamente e poco creativamente, va a intrupparsi dentro cortei e assemblee tradizionali, tipiche del secolo scorso. E va allo sciopero, quale unica forma di lotta da «grandi».
Davanti a questo stanco ripetersi di rituali consunti e inefficaci, a questo armamentario d’antan, provo noia e senso di estraneità. Capisco che per molti si tratti di un battesimo, e non voglio togliere a mia nipote sedicenne il gusto e l’emozione di un primo corteo o di un’assemblea nella quale ci si sente tutti uniti e si esce da quello scatolone asettico che è la scuola di ogni giorno. Ma noi «grandi» quand’è che la smetteremo di imporre i nostri metodi e le nostre forme e proveremo ad andare verso il nuovo, magari spinti da giovani generazioni finalmente in campo?
«Rispettiamo solo i pompieri!», altro slogan da Blob, stessa serata. Il modello securitario è crescente, condiviso e foraggiato da entrambi gli schieramenti oggi in parlamento, e la militarizzazione è e sarà l’unico metodo dei governi post-democratici per gestire le proteste e qualunque emergenza sociale ed economica del prossimo futuro. E’ già così, in forme più o meno coperte, almeno dal G8 di Genova. I regimi attuali, in tutto il mondo, quando il populismo televisivo non basta e non funge, ricorrono alle botte e al terrore.
Trovo assolutamente ingenuo e inadeguato affrontare un avversario che ci fa la guerra utilizzando gli strumenti spuntati della democrazia liberale: documenti informativi, inviti al dialogo, petizioni, cortei. Gandhi non l’avrebbe fatto, se non in fase iniziale. Ma qui non siamo in fase iniziale, qui siamo alla fine di un processo in cui il nostro avversario ha deciso da solo, si vota da solo, e va avanti come un Caterpillar. E’ coerente, lui, perchè così si fa quando si è dichiarata guerra.
Ma noi continuiamo a rimuovere il fatto e procediamo a tentare di persuaderlo a cambiare con le nostre parole, certamente razionali e giuste, ma inefficaci: in primo luogo, perchè Berlusconi è – anche nel campo delle parole – retoricamente e comunicativamente più bravo e attrezzato del sindacato e del centrosinistra; in secondo luogo, perchè – con gli attuali rapporti di forza – giustamente non ha alcuna disponibilità ad ascoltarci.
Non si può negoziare tra diseguali. Il negoziato può iniziare solo tra forze equivalenti: e se una parte ha dalla sua il potere istituzionale, l’altra dovrà praticare forme d’azione che generino un riequilibrio dei poteri a proprio favore e che la facciano uscire dallo stato di minorità in cui si trova.
Non credo che i cortei di mezza giornata siano le modalità adatte per generare questo cambiamento.
Anzi, ci danno l’illusione che stiamo facendo qualcosa e si sostituiscono ad altre forme di lotta più continuative, efficaci e rischiose [ad esempio, azioni dirette nonviolente, orientate alla non collaborazione attiva e alla disobbedienza civile].
«Noi la crisi non la paghiamo!»: altro tormentone di questi giorni. Ineccepibile, se vogliamo dire che non siamo disposti a tagli indiscriminati, mentre altri ambiti vengono risparmiati o addirittura allattati dal denaro pubblico [banche, Alitalia, eserciti…].
Ma quella in cui versiamo non è una crisi finanziaria, è una catastrofe sistemica.
E come tale potrà avere effetti pedagogici di apprendimento e di cambiamento in quanto, e se e solo se, toccherà tutti, proprio tutti. E ci costringerà a rivedere i nostri stili di vita, i consumi, il nostro rapporto deviato con le tecnologie e le comodità, i modi di intendere il successo e la competizione, le attuali visioni di produzione ed efficienza applicate ai sistemi educativi, la nostra capacità o meno di cooperare in situazioni di stress…
Ci siamo abituati male, abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità, e soprattutto oltre i limiti del pianeta. Per vivere così abbiamo distrutto e stiamo distruggendo altre «culture», altre specie viventi, la nostra stessa biosfera. Tutto questo iniziamo a pagarlo anche noi.
Andiamo incontro allora a questa catastrofe con più intelligenza e consapevolezza, decresciamo volontariamente, scegliamo una nuova vita come aggiunta e non come perdita. Forse così evolveremo, anche nel dolore e nell’inevitabile sofferenza che questa crisi porterà con sé. Di tutto questo non ho visto alcun segno nei cortei del 30 ottobre: anzi, i sindacati e il centrosinistra continuano a parlare di sviluppo, di produttività, di investimenti. E continuano ad aziendalizzare la scuola e la formazione.
Se questo è il modello, ha ragione il governo: via con le fondazioni.
«Non si può difendere l’indifendibile»: parole sante di Beata Ignoranza, l’irraggiungibile ministro Maria Stella Gelmini. Troppo facile, però, prendersela con lei, povera stella…
Alcune domande e riflessioni. allora: i moduli nella scuola primaria funzionavano? A mio parere, quasi sempre, no. Avevano provato a superare l’approccio maternalistico-paternalistico del maestro unico, ma sostituendolo con approcci multidisciplinari assemblati e non trasversali; il lavoro di gruppo non si improvvisa, e le tradizioni di lavoro cooperativo tra gli insegnanti italiani non hanno mai brillato. Se i moduli non sono stati utilizzati come occasione per lavorare veramente su basi transdisciplinari, appaiono solo – e giustamente- come un costo. E non mi può convincere un’opposizione al maestro unico che si basa soltanto sulla necessità di far lavorare i nostri laureati o gli insegnanti già in servizio, e di proteggere i posti di lavoro ed evitare i licenziamenti.
E poi perchè continua a esistere la scuola media? Qualunque commissione di esperti ministeriali ha sempre dichiarato che, da un punto di vista didattico, non ha senso e andrebbe abolita. Questo non avviene: in primo luogo perchè non si saprebbe cosa fare in alternativa [se non spalmarla tra elementari e licei] e come contenere-controllare i ragazzini in fase puberale; in secondo luogo, perchè non si saprebbe cosa fare delle sue migliaia di insegnanti, già abbastanza misconosciuti e frustrati. Non varrebbe la pena di ripensarci ancora?
Perchè gli studenti difendono le scuole superiori? Ad ascoltarli, non si capisce. Come mai un luogo di obbligo formativo e di «tortura» si trasforma all’improvviso in qualcosa da proteggere e valorizzare? E’ un bel paradosso, no? Qualunque sondaggio e qualunque intervista rivela la disaffezione totale dei ragazzi verso la scuola, e i motivi sono evidenti: passivizzazione, routine, promesse non mantenute, retorica del merito, violenze autoritarie, incoerenze tra parole e comportamenti, non senso.
Potremmo cogliere l’occasione di quel che accade per iniziare a trasformare dal basso questo mostro blob che si chiama istruzione? Oppure preferiamo continuare a manifestare contro i tagli, e continuare a dare soldi a una roba così?
Quanto all’università, che cos’è oggi? Un sistema castal-feudale, immobile e fossilizzato, che utilizza le riforme per non cambiare struttura di potere e per autoconservarsi nella sua essenza. Un castello kafkiano, inframmezzato da oasi e nicchie ecologiche, per chi le sa creare e le trova. Sì, perchè ci sono anche bravi ricercatori e docenti che studiano e insegnano con passione, studenti intelligenti e desiderosi di capire.
Ma, in quanto sistema, quello universitario rappresenta soprattutto un colossale spreco di risorse pubbliche, regolato simultaneamente dal mercato globalizzato e da localismi familisti e clientelari, che produce [anche grazie alle lauree triennali, grande idea del centrosinistra] masse di ignoranti laureati e disoccupati.
E mentre noi protestiamo contro le fondazioni, vediamo parte dei rettori in stile Aquis che lavorano per farsi da soli le università di qualità e di eccellenza.
No, davanti a cose come queste non ci si può limitare a urlare una tantum in piazza. I problemi, purtroppo, non ce li hanno creati Maria Stella e Tremonti, ma molti di quelli che oggi fanno i cortei al nostro fianco, senza aver cambiato nulla di quel che pensavano, sempre pronti a risalire sul carro dei vincenti di domani.
Il 30 ottobre ho scelto anche di continuare a non collaborare a questa ennesima mistificazione.

Tags assegnati a questo articolo: sindacati, università, scuola

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