A pochi giorni dalla sua approvazione, la «riforma» della scuola incontra un’opposizione creativa non solo all’interno dell’universo scuola. Amministrazioni locali, pezzi di sindacato, associazioni, cooperative e reti sociali hanno annunciato la disponibilità a sostenere – localmente e in pratica – la protesta. Nel numero in edicola a proposito di disobbedienza intervengono Nicola Zingaretti [presidente della Provincia di Roma], Massimo Rossi [presidente della Provincia di Ascoli Piceno], Silvia Facchini [assessora all’istruzione della Provincia di Modena], Giulia Rodano [assessora all’istruzione della Regione Lazio], Domanico Pantaleo [Cgil Flc], Paolo Beni [Arci] e Giovanni Russo Spena [Prc]. Qui di seguito pubblichiamo un racconto di Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore e autore teatrale di origine eritrea. Per intervenire su questi temi scrivete a carta@carta.org.
Da tre anni collaboro come animatore sociale e teatrale con un centro diurno, il quale offre uno spazio di socializzazione e accompagnamento alla crescita per ragazze e ragazzi dai 13 ai 17 anni. In primavera siamo stati inseriti in un progetto internazionale insieme ad alcune istituzioni dell’area educativa, più o meno simili alla nostra, operanti in altri paesi.
Senza entrare nel dettaglio, lo scopo essenziale del programma era far riflettere i giovani sul concetto di democrazia e partecipazione attiva, con il fine di accompagnare i partecipanti a fare delle proposte concrete per migliorare la società e, soprattutto, il loro ruolo di protagonisti in essa.
È stata un’esperienza interessante, che mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta su alcuni aspetti. Il primo riguarda l’enorme pazienza e perseveranza che deve mettere in conto colui che si prefigge l’obiettivo di comprendere cosa realmente i ragazzi pensano di loro stessi e del mondo che li circonda. Nonostante i miei colleghi e io avessimo davanti un gruppo di giovani con i quali avevamo lavorato già da alcuni anni, soltanto dopo circa sei mesi ci hanno rivelato i loro desideri. Dal canto nostro, siamo partiti con le domande più prevedibili: «Cosa vuol dire per voi democrazia?» ovvero «Pensate di partecipare attivamente a ciò che avviene intorno a voi, in famiglia come a scuola?». Se ci fossimo fermati alle risposte ricevute all’inizio e alle prime impressioni, ci saremmo persi la verità, la pura e semplice verità che avevano individuato facilmente, dal loro privilegiato punto di vista. Del resto, chi meglio degli studenti può dare un feed back credibile del mondo della scuola?
Così, poco prima della scadenza del progetto, verso la metà di ottobre, alcuni dei giovani ci hanno raccontato episodi che si commentano da soli. In particolare, C. ci ha detto che era stato mandato dal preside insieme ad altri tre perché si stavano picchiando e il dirigente scolastico, come si chiama ora, li ha tenuti seduti davanti a lui per mezz’ora senza degnarli di una parola. Quindi li ha rimandati in classe. Sapete cosa ci ha detto C.? Che ha provato rabbia per quel silenzio e che avrebbe preferito essere sgridato. Un silenzio assordante e a dir poco irritante, un silenzio inaccettabile, che rende le vere vittime di questa scuola a pezzi addirittura invisibili, perfino se mandati dal preside. Ma cosa deve fare uno per essere visto e riconosciuto come individuo? Uscire da quell’ufficio e scendere in piazza, probabilmente.
Forse però non è sufficiente. E cosa possiamo fare noi adulti, che abbiamo a cuore il futuro dei nostri studenti? La risposta ce l’ha data proprio una delle ragazze, prima di mettere la parola fine al percorso fatto insieme: «La mia proposta è avere più consapevolezza di quelli che sono i miei diritti».
Consapevolezza. Ecco una via. Ecco una strada da seguire per fare qualcosa di utile per coloro che, nonostante le apparenze, desiderano conoscere meglio il mondo che li circonda. Se non altro, perché per disobbedire a qualcosa, occorre conoscerla il meglio possibile. È l’unico modo per cambiare veramente le cose.
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