Inizia oggi, nella città di Buenos Aires, la protesta del maggior sindacato rappresentante il personale docente pubblico e privato della città porteña [Ute]. L’Unión de los Trabajadores de la Educación ha installato una tenda da campo proprio davanti all’edificio del municipio della città rioplatense – palese richiamo alla protesta simile attuata nel 1997 con l’installazione della Carpa Blanca di fronte al Congresso della nazione – per rendere visibile all’intera comunità lo stato di malessere in cui versa l’educazione pubblica nella capitale argentina. La tenda educativa rimarrà stabile da lunedì 10 sino a venerdì 14; all’interno si distribuirà materiale informativo e verranno organizzati dibattiti tematici inerenti al mondo dell’educazione.
Il governo municipale, presieduto da Mauricio Macri – rampollo di una delle più ricche e potenti famiglie argentine – sembra deciso a non transigere riguardo alla sua idea di amministrazione aziendale trasportata alla gestione della città di Buenos Aires. Secondo le parole del segretario di zona della Ute Gustavo Chizzolini i soldi per le richieste dei docenti ci sarebbero nelle casse municipali, il problema è che vengono destinati ad altri settori: la scuola privata avrebbe ricevuto una cifra vicina ai 1500 milioni di pesos; congrui aumenti sarebbero stati erogati alle imprese impegnate nella raccolta dell’immondizia e a quelle impegnate alla sistemazione dei marciapiedi cittadini.
Le richieste riguardano un aumento del salario del 20 per cento che, sempre secondo le parole del segretario, sarebbe inferiore di più di mille pesos rispetto ai docenti della provincia bonaerense – 1800 pesos mensili [circa 460 euro] contro i 2900 percepiti dai colleghi provinciali – il ripristino delle borse di studio eliminate in quest’anno scolastico – 15 mila su d’un totale di 60 mila – una maggior attenzione all’edilizia scolastica, nonché un miglioramento del servizio mensa fornito nelle scuole ritenuto gravemente insufficiente.
La prima risposta del governo cittadino alle richieste fu un aumento salariale di 110 pesos; tale aumento salariale fu accettato da 14 sigle sindacali, su d’un totale di 17 entro le quali s’articola la rappresentanza docente. Il numero è comunque forviante in quanto i tre sindacati ‘dissidenti’ raccolgono quasi l’80 per cento del corpo docente cittadino. Aspetto aggravante di tale congiuntura è il fatto che il citato aumento sia retribuito in modo tale da non comparire nel computo dei contributi pensionistici, quindi è un aumento ‘en negro’ che non permetterà ai professori di ricevere una pensione conseguente con l’aumento salariale al momento della giubilazione.
I sindacati in agitazione non sono disposti a retrocedere su questo punto di fondamentale valenza, infatti solo alla fine del 2005, e a seguito di ripetute mobilitazioni durate 18 anni, si era riusciti a cancellare l’usanza di pagare parte dello stipendio dei docenti nella maniera in cui Macri tende a reintrodurre, che accentua il beneficio immediato, compromettendo il lungo periodo, ossia il periodo pensionistico.
Chizzolini non è completamente ottimista; vede, infatti, nell’atteggiamento dell’amministrazione comunale una netta di chiusura dettata dalla sensazione che la concessione alle richieste del comparto docente potrebbe scatenare la mobilitazione d’altri settori trascurati dal governo cittadino.
La Ute ha in programma uno sciopero cittadino per i giorni 18 e 19 di novembre, che si sommerebbe alle già esitose agitazioni di ottobre; inoltre è decisa a non garantire l’inizio del prossimo anno scolastico – previsto per il marzo venturo – se non ci sarà un chiaro interessamento dell’amministrazione comunale riguardo alle problematiche presentate dal sindacato.
Nelle vie della capitale si trovano così ancora una volta a scontrarsi l’idea macrista d’una scuola privata-aziendalista, preferita e favorita a scapito della pubblica, e quella, propugnata in questo caso dai sindacati in piazza, del modello pubblico.
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