Movimenti di lettere

Mi pare molto promettente che movimenti sociali differenti abbiano preso a scambiarsi lettere. Hanno cominciato quelli del Patto di mutuo soccorso, principalmente i valsusini No Tav e i vicentini No Dal Molin, con un messaggio indirizzato al mondo della scuola in ebollizione. E’ seguita la lettera degli studenti dell’Università Orientale di Napoli occupata: «Cari cittadini di Chiaiano e di tutte le comunità in lotta contro le discariche…». Ora il movimento italiano per l’acqua a sua volta scrive: potremmo noi, che ci agitiamo intorno all’acqua, restare indifferenti a un’Onda?

Ma già prima di queste lettere [i cui testi sono tutti su carta.org], si erano notati segnali: gli studenti «No Tremonti» qui e i lavoratori della scuola «No Gelmini» là. E del resto il motto scritto su tutte le facoltà in rivolta e su tutte le scuole elementari, «noi non pagheremo la vostra crisi», usa parole facilmente adottabili visto che chiunque in effetti sta pagando la loro crisi. E se c’è un problema di scarsità di risorse pubbliche, come va ripetendo il governo, allora viene naturale chiedersi dove sia prioritario spendersi. Che nesso c’è tra i miliardi che Tremonti vuole sottrarre all’istruzione e i miliardi [molti di più] che si vogliono spendere per mega-tunnel dell’alta velocità ferroviaria? Perché si deve licenziare un ricercatore precario ogni dieci dagli istituti pubblici di ricerca [misura al momento sospesa], mentre si mettono a disposizione delle banche decine di miliardi di euro? E – se è permesso – perché ammazzare le cooperative editrici [misura al momento solo rinviata], visto che per le forze armate si spende ogni anno di più?

Così che non solo, come scrivono gli studenti napoletani, «non vogliamo che si regalino miliardi di euro alle imprese per costruire grandi opere, discariche e inceneritori che non servono alla popolazione ma solo a chi le costruisce», ma il passo successivo è chiedersi perché e chi decida. «Non è un caso che tanti studenti e studentesse abbiano partecipato alle mobilitazioni sui beni comuni – scrivono ancora gli studenti dell’Orientale – e che da queste mobilitazioni noi abbiamo preso spunto sia per una critica al mercato sia per le forme di lotta: oggi stiamo sperimentando nuove forme di partecipazione». Il che significa semplicemente che si è incastrato nel pettine della mobilitazione sociale il nodo della democrazia.
Circostanza di cui sono perfettamente consapevoli, ad esempio, i valsusini, che da un lato sono alle prese con una frattura tra il movimento No Tav e molti sindaci della valle, risucchiati nella «mediazione» politica, e dall’altro lato si affaccendano sulle conseguenze culturali e pratiche del loro rifiuto di quel tipo di «sviluppo»: un’altra, desiderabile e possibile economia.

Se si pronuncia la parola «decrescita» o si incita alla difesa dei beni comuni in una grande assemblea di valsusini – com’è capitato all’inizio del mese ad Alex Zanotelli, a Paolo Cacciari e al sottoscritto – non si ha l’impressione di dire astrazioni: infatti non lo sono, come dimostra il programma ambizioso, e fitto di temi che suonano in quel modo, del Grande Cortile, il forum fatto di decine di incontri e dibattiti che si concluderà il 6 gennaio con una manifestazione a Venaus. E viceversa sembra proprio che i movimenti della scuola abbiano in sé – costitutivamente – un carattere comunitario: che è quel che potrebbe permettere una disobbedienza civile su larga scala, alla legge Gelmini sul maestro unico, basata sull’«adozione» delle scuole da parte delle collettività locali. E gli studenti universitari e i docenti loro amici tengono lezioni in piazza e appunto scrivono lettere ai movimenti cittadini, ed anzi, come tenderei a vedere nel documento che convoca l’assemblea nazionale del movimento dei prossimi sabato e domenica a Roma, l’«autoriforma» di cui si parla, ciò che sta oltre la liquidazione dell’istruzione [ossia la privatizzazione] e la difesa dell’esistente, ha come suo fondamento il fatto che il sapere deve mettersi al servizio della società, prima di tutto quella più prossima. Ed è infatti quel che dicono i precari della ricerca pubblica per difendersi dall’aggressione di Brunetta: il lavoro, qui, lo mandiamo avanti noi, e se volete sapere che caratteristiche ha l’influenza di quest’anno, e come difendersi, ad esempio, bisogna che il nostro ruolo di interesse pubblico sia tutelato.

Tags assegnati a questo articolo: beni comuni, democrazia, ambiente

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