Questa mattina guardavo la marea – pardon, l’Onda – di ragazzi per lo più giovanissimi che dalla Sapienza, la città universitaria romana, scendevano verso il centro, diretti ai palazzi del potere. E pensavo a quanto mi ero depresso, la sera prima, sentendo della vergognosa sentenza sulla scuola Diaz. I ragazzi di Genova e i ragazzi di oggi inevitabilmente si sovrapponevano nella mia testa. Allegri, stupiti di loro stessi – del desiderio di ribellarsi, e del farlo in tanti – e certi delle loro ragioni, gli uni e gli altri. Pesti, spaventati, ma decisi a raccontare a tutti quel che lo Stato dei De Gennaro e dei Berlusconi aveva fatto loro nelle strade di Genova e a Bolzaneto e alla Diaz, i primi. In attesa di qualcosa, i secondi.
Davanti a Montecitorio, che hanno raggiunto per rivoli lungo tutte le viuzze del centro storico, gridando e cantando e sventolando fogli di plastica azzurra a simboleggiare l’Onda, i ragazzi di oggi hanno gridato «non pagheremo noi la vostra crisi» e «non ci rappresenta nessuno». I ragazzi di ieri mostravano magliette con la scritta «voi G8 noi 8 miliardi». In comune, forse, è la percezione che: a] l’economia del mercato, o liberista, è contro la società; b] i poteri parlano solo la lingua della democrazia, ma appunto non ci rappresentano.
Può essere che, nonostante la sentenza vergognosa sulla Diaz, e nonostante la complicità di tutta la politica [tutta] con i mandanti, primo tra tutti Gianni De Gennaro, le botte e le torture di sette anni fa non abbiano disperso un’onda che partiva da lontano e che lontano è arrivata. E che annuncia qualcosa di nuovo, per il futuro dei ragazzi e per la democrazia. Ma mi chiedo cosa architetterà il potere, e quando, per spezzare la felice fiumana di ragazzi che si stanno, di nuovo, affacciando alla società per dire: eccoci.
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