Ricordate con quanta baldanzosa tracotanza presentarono il «3 più 2», la riforma universitaria che avrebbe dovuto catapultare l’accademia da luogo di fancazzisti amanti delle arti improduttive a gioisa macchina da profitto? Pochissimi oggi dicono quello che chiunque abbia un minimo di sale in zucca riconosce: è stato un fallimento totale, che ha scorporato esami, fatto a pezzi la coerenza dei piani di studio e costretto persino a smembrare i classici, troppo lunghi per essere presentati nel corso di esami e quindi destinati ad essere sminuzzati in mille rivoli, cioè nei segmenti previsti daIl’esigenza [orrore!] di «misurare» il sapere.
I giornali, si sa, sono obbligati a schematizzare, semplificare, tracciare campi di battaglia simmetrici. Per questo, la proposta di autoriforma che è venuta dalla Sapienza di Roma dopo intense discussioni tra migliaia di studenti e ricercatori di tutti gli atenei d’Italia, è stata presentata come una «reazione» ai tagli di Tremonti e all’annunciata riforma di Gelmini. Ovviamente, la dismissione dell’università e la sua privatizzazione ad opera del governo Berlusconi hanno giocato un ruolo nella rivolta degli atenei. Ma c’è di più: da Ruberti in poi, anni di provvedimenti uno più disastroso dell’altro hanno fatto a pezzi l’università, garantendosi il silenzio dei baroni in cambio di fondi e posti di potere. Gli studenti e i precari della conoscenza – cioè il corpo vivo delle università: gli unici soggetti che hanno interesse che qualcosa cambi davvero e in meglio – hanno preso la parola. Lo hanno fatto con capacità di auto-organizzazione e approfondimento di tematiche complesse impressionanti, qualità che stupiscono tutti, persino chi li segue da vicino da anni. Insomma, adesso viene il bello.
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