Operai e studenti

Un anno fa, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, la strage operaia dellaThyssenKrupp ricordava ad un paese che si preparava a consegnarsi all’insicurezza delle destre che l’Italia è un paese in cui di lavoro si muore. Lo stillicidio che accompagna lo sferragliare del claudicante sistema produttivo italiano si è palesato quella notte di dodici mesi fa, dentro le acciaierie tedesche in dismissione. Il paese intero ha visto le facce delle vittime e quelle dei loro compagni di lavoro, giovani cancellati dall’immaginario collettivo dalla gigantesca operazione ideologica che era cominciata negli anni ottanta. Giovani privati di qualsiasi orgoglio di mestiere dalla spaventosa ristrutturazione economica che ha spazzato via l’identità operaia, che ha messo in un cantuccio la composizione dirompente e conraddittoria che aveva alimentato al tempo stesso lo sviluppo capitalistico e le lotte del lavoro nel secolo scorso.
I nostri amici che vivono nell’Onda studentesca ci raccontano che in queste settimane succede che gli studenti e operai si cerchino di nuovo a vicenda. Ciò non avviene soltanto per la forza carica simbolica dell’«unità» tra studenti e lavoratori. Avviene perché entrambe queste categorie maledette, i bamboccioni parcheggiati all’università e destinati a una vita precaria e le scorie del conflitto di classe novecentesco, hanno molte cose in comune. Entrambi, i precari e gli operai, sanno che la parola «sviluppo» non significa più nulla da quando è diventato impossibile trasformare il lavoro in una merce. Da quando è impensabile parcellizzarlo, sezionarlo e misurarlo per venderlo al migliore offerente. Perché da quando la vita, la società, le conoscenze, le relazioni sociali, sono state impiegate senza retribuzione, lo studente è un po’ operaio e l’operaio è un po’ più studente.

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