Il G8 rinnova le sue promesse. E basta

All'Aquila gli otto grandi e i nuovi arrivati nel «G-club» rinnovano impegni già assunti, e mai mantenuti, nei summit precedenti. L'Italia fanalino di coda per gli stanziamenti per la cooperazione internazionale, la lotta alle pandemie e la sicurezza alimentare.

La scorsa settimana dal Sulcis profondo, con le miniere vuote e la terra ancora contaminata dal vecchio paradigma dello sviluppo a tutti i costi, oltre 100 esperti di 70 realtà di più di 40 paesi di tutto il mondo hanno lanciato in direzione del G8 abruzzese una previsione meditata: questi leader, vecchi ed emergenti, non avrebbero avuto alcuna possibilità di decidere qualcosa di utile per uscire dalla crisi. Per questo, provocatoriamente, tutti d’accordo avevamo deciso di licenziarli con formale lettera di risoluzione del rapporto di lavoro con i cittadini-contribuenti. Motivo di tanto scetticismo? La costatazione che nella bozza di documento finale che già girava di mano in mano nelle delegazioni dei negoziatori, i diritti delle persone, delle comunità locali e della società civile continuavano a risultare subordinati alle liberalizzazioni commerciali, alla crescita infinita, allo sviluppo a tutti i costi. G-star vecchie e nuove hanno riaffermato da Coppito, tra salotti di midollino e gazebo coloniali, la volontà di cooperare affinché «l’economia globale riprenda la crescita lungo un cammino equilibrato, equo e sostenibile a beneficio di tutti, soprattutto dei più vulnerabili». Una verniciatina di equità qui, un’altra di sostenibilità più in fondo, con il lancio di un nuovo Partenariato globale, tra Nord e Sud, per le nuove tecnologie amiche del clima, e il New deal, secondo i Grandi, è servito. Ma che cosa c’è sotto la patinatura?
Innanzitutto c’è un appuntamento con un po’ di nuovi affari: entro il 2010 si cercherà, tra l’India e Ginevra, di chiudere i negoziati di liberalizzazione economica lanciati a Doha, quando al crollo delle Torri gemelle si voleva opporre il futuro luminoso di un mercato globale virtualmente accessibile per tutti. Poco male se, fidandosi di questa prospettiva, gli affamati hanno superato ormai quota un miliardo e siamo ben 400 milioni sopra all’Obiettivo del Millennio fissato per il 2015. Certo, nella Dichiarazione congiunta tra G8 e G5 i Grandi rilanciano la sicurezza alimentare e energetica come strumenti grazie ai quali aiutare i Paesi in via di sviluppo «a far fronte all’impatto della crisi e a ripristinare le condizioni per il loro futuro progresso». Nessuno, però, ha pensato di mettere soldi freschi su quest’impresa, o quantomeno ha avuto il buon gusto di arrivare a questo appuntamento con le vecchie promesse di aiuti saldate secondo quanto promesso in ciascuna precedente edizione del G8 da Genova in poi. In pompa magna, tuttavia, hanno annunciato che rispetteranno gli impegni assunti nei confronti dell’Africa al G8 di Gleneagles stanziando i 25 miliardi di dollari in aiuti previsti entro il 2050. Resta il fatto, però, che quella «vigorosa leadership italiana» in materia di sviluppo, tanto gradita anche oltreoceano in questi giorni, deve fare i conti con i numeri stringati che l’Ocse-Dac ha rilevato nella recente missione nella quale ha verificato quanto avevamo mantenuto degli impegni già assunti: nel 2008, numeri alla mano, l’Italia ha destinato all’Aiuto pubblico allo sviluppo appena lo 0,22 per cento del suo Pil [peraltro diminuito in valore assoluto a causa della crisi]. La legge Finanziaria per il 2009, poi, ha previsto un taglio del 56 per cento circa delle risorse destinate alla cooperazione in capo al Ministero degli Esteri, e ha chiesto al nostro Paese, nelle raccomandazioni che verranno rese note ufficialmente tra settembre e novembre, un vero e proprio «piano di rientro».

Tra i dossier più importanti che il G8 dell’Aquila si è trovato ad affrontare, soprattutto in tema di cooperazione, c’è senza dubbio quello africano. L’Italia, in particolare, punta su questo capitolo per sostenere la propria autorevolezza di presidente e ospite del vertice, a confronto con le promesse fatte nelle precedenti edizioni e ancora non mantenute. Questo vertice, tuttavia, ha dedicato un intero capitolo del documento finale al continente dimenticato. I Paesi del G8, infatti, secondo quanto annunciato, «Sottolineiamo l’importanza di onorare gli impegni per un aumento degli aiuti che abbiamo fatto a Gleneagles», si legge nel comunicato del summit. Soprattutto il capitolo della cooperazione allo sviluppo, tuttavia, resta un punto dolente perché non c’è stato seguito pratico agli impegni assunti, e questo vertice aquilano ha voluto ricapitolare in una nuova cornice programmatica tutte le priorità sollevate
Il primo punto, relativo proprio alla cooperazione allo sviluppo e sollevato anche degli esaminatori dell’Ocse-Dac nella visita di controllo effettuata il mese scorso alla Farnesina, è relativo alla percentuale di Pil destinata agli Aiuti pubblici allo sviluppo [Aps]. Al Summit di Gleneagles 2005 l’Italia aveva promesso si destinare almeno lo 0,51 per cento del proprio Pil all’Aps, percentuale da elevare allo 0,7 per cento nel 2005. All’Africa Subsahariana doveva essere destinato almeno il 50 per cento di questo aumento. L’Ocse-Dac ha rilevato che nel 2008 l’Italia ha destinato appena lo 0,22. Siamo arrivati, infatti, ad allocare un totale di 322 milioni di euro per il 2009, che vuol dire 411 milioni di euro in meno rispetto ai livelli del 2008. In totale, agli aiuti dovremmo destinare circa 2,1 miliardi di euro nel 2009, e all’Africa circa il 50 per cento, cioè 838 milioni di euro, con una riduzione del 23 per cento rispetto al 2008.
Sempre rispetto all’Africa subsahariana, nel G8 di Hokkaido 2008 l’Italia ha aderito all’impegno collettivo dei Grandi di dare priorità agli investimenti in agricoltura per quest’area del pianeta. L’Italia, però, ha assicurato appena il 5 per cento dell’intero sostegno garantito dai G8. Ma i “pinocchi” in questo settore sono davvero molti di più: Durante la Conferenza di Alto Livello della Fao sulla Sicurezza Alimentare Mondiale del giugno scorso il Segretario generale delle Nazioni unite ha presentato i primi risultati del Gruppo di Lavoro speciale sulla crisi mondiale della sicurezza alimentare [High level task force on food security] da lui costituito chiedendo 30 miliardi di dollari entro il 2012 per uscire dalla crisi alimentare in tutto il pianeta. Durante la stessa Conferenza i singoli Governi e Capi di Stato, nonché alcune Banche di sviluppo presenti, si sono impegnati finanziariamente per 22 miliardi di dollari, ma oggi siamo ad appena 2 miliardi di dollari effettivamente erogati, essenzialmente destinati agli aiuti alimentari di emergenza, con pochi investimenti per affrontare strutturalmente la crisi.
Ultimo, ma non unico, grande capitolo di imbarazzo, è quello del Global Fund creato a Genova 2001 per combattere le grandi pandemie: Aids, TBC e malaria, che rischia, secondo la denuncia lanciata dalla sua portavoce Marcela Rojo pochi giorni fa, un buco da tre miliardi di dollari rispetto agli investimenti programmati. In cassa mancano 170 milioni per saldare i debiti dei programmi realizzati fino allo scorso anno, e servono tra 2,5 e 3 miliardi di dollari per assicurare le attività previste fino al 2010. Nel 2007 il nostro Paese ha rischiato l’espulsione perché aveva un debito da 280 milioni di euro [20 milioni nel 2005, 130 nel 2006, 130 impegnati nel 2007], ancora non saldato. Tra il 2007 e il 2008 il debito precedente era stato ripianato, ma si aspetta ancora che, come aveva promesso al recente G8 sviluppo che si è tenuto il mese scorso alla Farnesina, l’Italia provveda a far arrivare a destinazione entro la fine del vertice i 130 milioni per il 2009 e a dare tempi di erogazione certi per le somme previste per il 2010. Sempre in ambito sanitario, nel 2008 a Tokayo i Grandi si erano impegnati a destinare maggiori aiuti alla lotta alle pandemie ed al rafforzamento dei sistemi sanitari, compresi i servizi per la salute sessuale e riproduttiva, dei paesi in via di sviluppo. L’Italia deve ancora mantenere la promessa di versare 2,5 miliardi di dollari in 5 anni – 500 milioni all’anno – come parte dei 60 miliardi di dollari promessi in quell’occasione dai paesi del G8.

Le brutte notizie non sono finite. Noi speravamo, infatti, che almeno i G8 così come li conosciamo non si sarebbero più riuniti. Avevamo sognato, se non altro per pubblica decenza, che dopo tanti insuccessi, gli 8 sul viale del tramonto accettassero, come già deciso a Heiligendamm, di chiudere i battenti, o quantomeno di fare posto in pianta stabile ai Paesi emergenti, i nuovi grandi, con i quali parlare di politica in modo più ampio e ambizioso. Le difficoltà di questo nuovo multilateralismo imperfetto sono evidenti a una prima lettura dei rispettivi documenti finali: quello dei G8 è un ambizioso papiro di oltre 200 articoli, con tante promesse, vuote, ma pompose e altisonanti. Quello dei G14, i grandi vecchi e nuovi, è di 12 punti, senza alcun impegno concreto, pari nella portata delle promesse e con una grande spinta in più sulle liberalizzazioni commerciali. Insomma i vecchi non se ne vogliono andare, e quello che i nuovi ci propongono è tutt’altro che rassicurante. Il G8 «a ranghi ristretti» andrà avanti almeno per i prossimi due anni, anche se il resto del mondo continuasse ad andare in direzione ostinata e contraria. A chi avesse creduto, alla vigilia di Coppito, nel vento del rinnovamento del nuovo mondo possibile di Obama e Michelle, non resta che la brezza del Gran Sasso che porta anche qui nella fortezza improbabile di Coppito, quando la musica da aperitivo si tace, il silenzio assordante di un multilateralismo imperfetto che non vince e non convince.

Tags assegnati a questo articolo: l'aquila, G8

Mail_long
dello stesso autore