Dopo l'approvazione dell'articolo 15 del decreto 135, la campagna per l'acqua bene comune sale di tono. Previste manifestazioni il 19 a Roma e in altre città, in vista della discussione alla camera, fissata per il 24 novembre. E la Puglia, intanto, ripubblicizza il suo acquedotto.
L’appuntamento è per le 11 nella sede dell’Rdb, a via Galliano 107. La riunione nazionale del Forum dei movimenti per l’acqua era già stata fissata, quando è arrivata la notizia, ieri mattina, dell’approvazione dell’articolo 15 del decreto 135/09, quello che nelle intenzioni del governo dovrebbe aprire le porte a una nuova ondata di privatizzazione dei servizi idrici, prologo di una più ampia privatizzazione di quello che resta dei servizi pubblici essenziali dopo l’ondata di liberalizzazioni degli anni novanta, del primo governo Berlusconi e del governo Prodi.
All’ordine del giorno della riunione c’è come rilanciare la campagna a favore della gestione pubblica dell’acqua in Italia. Una campagna tanto più urgente dopo il voto del senato che, se fosse confermato dalla camera dei deputati, romperebbe la già esile diga che ha impedito finora che tutta l’acqua che i cittadini italiani usano diventasse patrimonio delle multinazionali del settore.
Il decreto prevede che la gara d’appalto per l’affidamento ai privati del servizio pubblico sia obbiglatoria e non più facoltativa; che le spa a totale capitale pubblico non siano più ammissibili ma siano anzi sostituite al massimo da società miste pubblico-privato, in cui però la partecipazione pubblica non può superare il 30 per cento. In sostanza, è esattamente la lista della spesa delle aziende del settore, tanto delle grandi multinazionali internazionali, arrivate in Italia sull’onda delle liberalizzazioni degli anni novanta, quanto delle «multiutilities» nostrane, le ex municipalizzate che in alcuni casi [Roma, Bologna, Milano, per esempio] sono diventate a loro volta multinazionali, e come tali si comportano quando «sbarcano» in altri continenti.
La decisione del governo, però, si scontra con una mobilitazione molto forte. Sono decine gli enti locali che in questi anni hanno evitado, sfruttando le possibilità offerte dalla legge, che l’acqua rimanesse un bene pubblico solo sulla carta. Senza il controllo del servizio idrico, infatti, dichiarare che l’acqua sia un bene comune è solo un’operazione retorica che si ripete, beffa sommata al danno, anche nel testo del decreto del governo. Oltre agli enti locali, poi, la mobilitazione nei comitati locali per l’acqua ha coinvolto centinaia di migliaia di cittadini, quelli che hanno firmato una legge di iniziativa popolare da mesi arenata in parlamento.
La campagna per bloccare il decreto salirà di tono nelle prossime settimane, fino al 24 novembre, quando è prevista la discussione alla camera dei deputati, per cu sarà indetta una massiccia manifestazione sotto Montecitorio ed in contemporanea in molte città italiane. E intanto, lunedì 9 novembre, c’è la conferenza stampa congiunta tra il Forum dei movimenti per l’acqua e la Regione puglia [alle 12.00 presso la sede romana della Regione Puglia, in via Barberini 36] che il 20 ottobre ha deciso di riportare la gestione dell’Acquedotto pugliese, uno dei più grandi d’Europa, interamente sotto controllo pubblico attraverso una cosiddetta in house, chiudendo la società per azioni che finora ha gestito l’Aqp. Il principio dell’acqua bene comune, in questo caso, ha trovato un’applicazione concreta che ora mette la Regione Puglia in rotta di collisione con il governo. Anche per il metodo. Perché il percorso per tornare alla gestione pubblica dell’Acquedotto pugliese sarà studiato da un gruppo di lavoro congiunto composto dalla Regione Puglia e dai rappresentanti del Comitato pugliese Acqua bene comune con il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua. Entro il 31 dicembre, il gruppo di lavoro produrrà una proposta da sottoporre alla giunta regionale per trasformare la delibera del 20 ottobre in un provvedimento legislativo regionale. E allora si aprirà il conflitto: chi decide sull’acqua? Il governo «federalista» che consegna tutto alle multinazionali o i cittadini e le istituzioni locali?
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