La Wto fallisce a Ginevra

Si chiude con una nota di mestizia il summit ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio nella città svizzera. Nessun accordo di rilievo ma solo l'impegno a proseguire con i negoziati. Intanto, qualche paese del sud del mondo inizia a defilarsi.

Tutti a casa. Finisce senza clamore la settima conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio, a Ginevra. Le Alpi stavolta hanno partorito un topolino, convinto di essere la soluzione della crisi economica che andiamo vivendo, ma senza avere la consapevolezza della debolezza che lo attanaglia, soprattutto dopo questa tre giorni.
La dichiarazione finale, con poco valore legale a dire la verità, letta dal presidente della sessione il cileno Velazquez, poco aggiunge rispetto alla situazione della vigilia, con un negoziato agricolo apparentemente risolto all’80 per cento, con il negoziato Nama [l’accesso al mercato per i beni industriali, in poche parole l’abbattimento dei dazi per i Paesi del sud del mondo] in pieno combattimento e con i servizi che fanno capolino oramai da diversi anni.
È una Wto circondata da molti accordi di libero scambio bilaterali, come per esempio quello tra Unione europea e Corea del Sud, o da trattati plurilaterali come gli Accordi di partenariato economico tra Ue e Paesi Africa – Caraibi – Pacifico che spesso sono una sorta di «Wto rafforzata», che cioè si azzardano a chiedere, e spesso ottengono, livelli di liberalizzazione e di apertura delle economie più marcati di quelli in discussione nella sede principale. Questo sistema di accordi «regionali» ha di fatto depotenziato anche l’interesse delle economie più ricche per la platea della Wto. Troppo visibile, sia ai media che alle proteste globali, per poter trattare con la dovuta tranquillità. Troppo «aperta» rispetto alle trattative bilaterali dirette, dove è impossibile per i paesi più deboli fare gruppo contro l’avidità dei ricchi.
Anche in una ministeriale sottotono e perfino dimessa come quella appena chiusa a Ginevra, non mancano però le novità. Come per esempio la decisione di alcuni paesi in via di sviluppo [ventidue, molti dei quali vere potenze emergenti] di scegliere l’ambito Nazioni Unite, e nello specifico l’Unctad, per negoziare l’abbassamento dei propri dazi doganali incrementando così il commercio Sud-Sud. Paesi non proprio ininfluenti come Brasile, India, Corea del Sud, ma assieme a Zimbabwe e Corea del Nord. Insomma, si aprono nuovi spazi di confronto e negoziato plurilaterale, sotto l’egida più democratica delle Nazioni Unite. Un po’ quello che sta avvenendo attorno alla questione del cibo, con i braccio di ferro tra chi chiede che rimanga sotto l’ombrello della Fao-Onu e chi cerca di spostare altrove il luogo delle decisioni che contano, possibilmente nella Wto stessa o in mancanza di accordo in qualche altra sede più permeabile agli interessi delle grandi multinazionali del settore e dei governi ricchi.
Il prossimo appuntamento sarà a dicembre 2011, quando a Doha nel Qatar si svolgerà l’ottava ministeriale. Ma questa, nelle intenzioni del Direttore generale Pascal Lamy, dovrebbe svolgersi a Doha Round già chiuso, visto che l’obiettivo è chiudere tutto entro il 2010. Ipotesi molto ottimista, quella di Lamy, visto che lo stallo sui negoziati dura ormai dall’altra ministeriale qatariota, quella del 2001, che avrebbe dovuto far superare alla Wto il «trauma» di Seattle e invece ne confermò in pieno debolezze, punti oscuri, manovre e limiti.
E infatti più di uno si è chiesto come sia possibile arrivare a rispettare le scadenze previste da Lamy, visto che la ministeriale del 2011 non farebbe altro che lasciar «sedimentare» il negoziato fino alla vigilia della scadenza. Lamy non si è sbilanciato, dicendo che ne discuteranno entro la fine dell’anno. Sono all’orizzonte, dunque, miniministeriali e nuovi club dei privilegiati che, a Ginevra, decideranno a nome e per conto di tutti? Non è improbabile. Per un’Organizzazione internazionale che nel 2001 ha lanciato il suo ciclo negoziale attuale, il Doha Round, a sessioni ufficiali finite e con buona parte delle delegazioni sull’aereo di ritorno ci si può aspettare di tutto.

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