Non solo software: dalle auto alle protesi, le iniziative collaborative proliferano online. Un progetto europeo prova a censirle (Chip&Salsa - Il Manifesto)
C’è un’immagine che da sempre caratterizza la differenza tra il modello del software libero e quello del software proprietario: il bazar. L’ha usata per la prima volta Eric Raimond, autore di un famoso saggio intitolato, appunto, «La Cattedrale e il Bazar». La tesi centrale è che se la produzione di software proprietario sembra simile a una chiesa dove c’è una persona che officia la messa e tutti gli altri ascoltano, il software libero è più simile a un mercato che pullula di persone diverse per culture e interessi ma che condividono conoscenze e luoghi d’incontro. Un modello meno gerarchico che ha il vantaggio di coinvolgere chi sviluppa e chi utilizza software nel progetto comune di migliorarlo, risolvendo problemi e trovando nuove idee.
Questo approccio aperto e collaborativo sembra oggi riscuotere interesse anche in campi diversi dalla programmazione. In fondo è questa l’esperienza di un sito come Wikipedia che coinvolge i saperi diffusi nella società nell’obiettivo di scrivere un’enciclopedia collettiva grazie ad una piattaforma che permette a tutti di contribuire. Un successo che ha dato il «la» a centinaia di altre iniziative basate su principi analoghi ma in settori della conoscenza molto diversi. Una galassia in espansione che oggi è stata censita da OpenTTT, progetto finanziato dall’Unione europea, con l’obiettivo di coinvolgere piccole e medie imprese europee in partenariati tecnologici usando il modello aperto e collaborativo.
«Abbiamo trovato circa 200 progetti di questo tipo», spiega al manifesto Carlo Daffara, di Conecta, che ha presentato l’iniziativa a Firenze il 26 e 27 ottobre scorso nell’ambito di QuiFree. «Tra questi ne abbiamo selezionato 65: circa la metà sono simili a Wikipedia, altri hanno innovato il modello». Una condizione che si è cercato di analizzare partendo dalle differenze tra i progetti basati sul sofware e quelli su altro tipo di conoscenza. Per alcuni solo i primi potevano essere realmente “open”. “E’ invece – continua Daffara – un primo parallelo che abbiamo evidenziato è che inizialmente entrambi sono stati etichettati come inaffidabili. Il presidente della SUN disse che l’open source era una vasca da bagno dove ognuno buttava del codice sperando che uscisse qualcosa, mentre più recentemente gli analisti di una importante società come IDC hanno scritto che il software libero è il movimento di lungo termine più importante dalla nascita del personal computer. Allo stesso modo Wikipedia fu criticata per la sua affidabilità, poi un articolo su Nature del 2005 dimostrò che scegliendo 42 articoli a caso tratti da quel sito e dalla Enciclopedia Britannica, furono riscontrati 4 errori gravi a testa. L’enciclopedia Britannica, inoltre, aveva 123 errori minori contro i 162 di Wikipedia, ma quest’ultima ha testi in media due volete e mezzo più lunghi. In proporzione, la densità è minore”. Insomma, la collaborazione paga, migliorando accuratezza e creatività, tanto che perfino Sun ha cambiato idea aprendo il suo software di punta Java. Ma funziona solo in certe condizioni. «Per esempio la facilità d’utilizzo – continua Daffara – chiunque con un programma per navigare ed una connessione può contribuire. E’ il caso di WikiTravel e TripAdvisor che sono scritte da persone che raccontano il loro viaggio esprimendo pareri sui posti migliori dove andare, su quali mezzi prendere e cosa vedere».
Quando, invece, l’oggetto della collaborazione è multimediale e non testuale, prevale meno l’aspetto «contributivo» e più quello dello scambio e del riuso. «Una azienda come Burda – continua ancora Daffara – usa un wiki per scambiare disegni di filatura per le magliette». E poi ci sono le applicazioni più «concrete». Come nel caso di OpenProsthetics, che permette ad un gruppo di medici ed ingegneri di collaborare insieme per costruire protesi artificiali. Oppure, OSCar, iniziativa nata nel 1999 e dal 2006 aperta ai contributi di chi vuole costruire un progetto «aperto» di automobile «per realizzare un nuovo concetto di mobilità».
E ancora Open Architecture Network, una piattaforma collaborativa (in gergo, wiki) dove ingegneri ed architetti possono caricare progetti da condividere di case e ristrutturazioni ecologicamente sostenibili, con particolare attenzione a quelle realizzate nei paesi del Sud del mondo, che ognuno può riutilizzare, votare o commentare. Molti i wiki per realizzare hardware open source (Radio, componentistica elettronica, ecc.), mentre non mancano le curiosità, come MultiMachine, ovvero il progetto di costruire una piccola officina meccanica di un metro quadro, con pezzi di scarto presi da macchine da rottamare.
Ovviamente abbondano le applicazioni nell’ambito dei servizi e degli strumenti finalizzati alle iniziative pubbliche. Come Politicopia, che nello stato dello Utah permette ai cittadini di commentare con un wiki gli atti pubblici e scrivere insieme proposte di legge e ordini del giorno. Oppure New Assignment, nato dall’idea di Jay Rosen, forte sostenitore del «giornalismo civico», che ha l’obiettivo di fornire una piattaforma a giornalisti, editori e lettori per realizzare articoli insieme.
«Una cosa che abbiamo notato in tutti questi casi – avverte Daffara – è il ruolo del software. Se consente collaborazioni, viene usato. Se, come spesso succede per ambiti non testuali, come la grafica o l’audio, è disegnato per una persona o un team la cosa cambia. Ma in quel caso è il software che deve modificarsi magari con dei ‘plug in’ (moduli aggiuntivi, ndr)». Come nel caso di Collaborative Drug Discovery che offre a medici di tutto il mondo la possibilità di condividere ricerche e nuovi vaccini le cui molecole posso essere disegnate pezzo per pezzo sul web grazie ad un apposito modulo. Sperando di poter trovare quelle giuste contro le epidemie nei paesi del Sud del mondo e di farlo più efficacemente e velocemente grazie a strumenti aperti e collaborativi.






