L’IGF è un processo “multistakeholder” (letteralmente “tutti i portatori di interessi”) e pertanto prevede la partecipazione, accanto ai governi, di imprese e associazioni industriali e della cosiddetta società civile organizzata. Quando però si va a guardare chi è questa società civile, la storia si fa un po’ più complicata. Ci sono regole (strette) e ci sono costi (alti). Così succede che gruppi più ‘informali’ che lavorano da tanto tempo con internet e contribuiscono a creare una società dell’informazione più varia rimangano fuori dalle porte.
Abbiamo contattato alcuni gruppi di vari paesi europei che forniscono gratuitamente ad altri attivisti indirizzi email, mailing-lists, hosting di siti web o piattaforme aperte per la pubblicazione. Questi gruppi creano e fanno funzionare l’infrastruttura comunicativa del movimento, resistente agli attacchi esterni e rispettosa della privacy, mettendo a servizio di altri gruppi le loro conoscenze informatiche. Abbiamo chiesto loro cosa del web andrebbe regolamentato, e cosa pensino dell’IGF. In parte, va detto, questi gruppi rigettano le regole e non considerano l’IGF legittimo, ma è importante ascoltare le loro voci critiche: se chi costruisce l’internet ‘dal basso’ rimane fuori dal Forum, ‘partecipazione’ rimane una parola vuota.
I techies del movimento pensano che regolare internet sia una “minaccia per la rete”. Sono solo due le aree dove la regolamentazione è ammessa al fine di proteggere la libertà di internet e la libertà di informazione in internet: la regolamentazione anti-monopolio e la protezione degli standard aperti, e la protezione della privacy e dei diritti individuali come l’anonimato e il diritto al dissenso per limitare l’eccessiva sorveglianza da parte dello stato.
Per quanto riguarda l’IGF, c’è il forte sospetto che la partecipazione sia solo “decorativa” e che le decisioni vengano prese altrove da aziende e governi. Partecipare a questi eventi avrebbe solo l’effetto di “legittimare le decisioni prese da altri attori (corporazioni, governi, lobbies, ecc.)”, ha detto X. Si tratta quindi di “mantenere una certa distanza da questa regolamentazione di internet istituzionale e falsamente democratica che insegue i movimenti sociali in cerca di legittimazione”. Le priorità sono altrove. Dice J.: “non credo che dobbiamo focalizzarci sul ‘chiedere’ o ‘avere una voce’. Noi dobbiamo ‘continuare a fare’ e continuare a costruire strutture funzionanti e alternative che siano diametralmente opposte al modo in cui il capitalismo ci forza a funzionare nella vita quotidiana. Il nostro lavoro, come attivisti, è creare infrastrutture auto-organizzate che funzionino senza curarsi delle ‘loro’ regolamentazioni, delle loro leggi o ogni altra forma di governo”. Verso l’IGF c’è un forte senso di sfiducia, e la percezione che comunque avrà un impatto molto limitato sul mondo di internet: dice J., “se devo scegliere tra dibattere questioni sulla governance di internet, o mettere in piedi un punto di accesso pubblico alla rete al No Border Camp, sceglierei il secondo. Il nostro obiettivo è continuare a fare”.
La ricerca è stata condotta da Stefania Milan e Arne Hintz. I nomi degli intervistati non sono resi pubblici per proteggere la loro privacy e le loro attività.






