Pinguino per tutti? Scommessa difficile

Nonostante i progressi, il Linux di massa è rimasto ancora lontano. E allora le speranze open sono affidate al cellulare (Chip&Salsa - Il Manifesto)

Duemilaotto, anno del pinguino. Non hanno avuto dubbi alcuni analisti qualche mese fa, quando, scommettendo sulle tecnologie più promettenti per l’anno a venire, hanno messo Linux (il cui simbolo è, appunto, il palmato bianco e nero) tra i vincitori nella contesa tra i sistemi operativi per computer desktop. Un settore importante, visto che si tratta del software principale che fa funzionare i nostri pc, di casa o d’ufficio. Quello che gestisce dai nostri dati al collegamento in rete, permettendoci di impartire comandi attraverso icone e finestre. E, in effetti, sarebbe davvero una novità se il mondo open source, di cui Linux è il simbolo, riuscisse a sfondare in un universo monopolizzato da una sola grande azienda, Microsoft, che con il suo Windows fa funzionare più o meno il 95% dei pc (seguita da un 4% di Apple).
Sì, perché finora il software aperto ha riscosso un grande successo nel mercato dei server, ottenuto buoni risultati per quanto riguarda singole applicazioni, ed è ormai utilizzato da milioni di aziende. Ma, come sistema operativo, continua a vedersi poco sui pc degli utenti. Eppure, affermano ormai in molti, le cose potrebbero cambiare.
A suggerire ottimismo sarebbero vari elementi. Innanzitutto, il fatto che aziende come Novell, Ibm e la stessa Apple hanno cominciato a rendere le loro piattaforme desktop più aperte nei confronti dei sistemi Linux e a permettere l’integrazione in rete, aprendo la strada a possibili migrazioni di utenti fino ad allora inedite. In secondo luogo, ci sarebbe lo sviluppo da parte delle comunità di programmatori open source di interfacce grafiche facili da usare che ha permesso di rendere Linux una scelta reale anche per chi degli aspetti politici e sociali della questione non ne ne cura e vuole solo utilizzare uno strumento semplice ed affidabile. Infine, c’è il flop di Vista, l’ultimo sistema operativo lanciato da Microsoft. Non a caso, fanno notare sempre gli ottimisti, ditte come Dell hanno portato sul mercato computer con Ubuntu, uno dei tanti sistemi operativi open disponibili sul mercato (v. articolo a fianco), preinstallato a 50 dollari in meno rispetto all’equivalente con Microsoft.
Eppure, nonostante queste grandi speranze, i numeri non sembrano altrettanto rosei. La quota di mercato di Linux sul desktop resta ancora intorno all’uno, massimo due percento, a seconda delle statistiche. Segno che le diffidenze e difficoltà restano. A cominciare, per esempio, dalla scarsa compatibilità con le piattaforme hardware e i dispositivi (come sa bene chi per anni ha provato a far funzionare i modem Usb di Alice Telecom con una distribuzione Linux, ma anche stampanti e scanner), fino alle difficoltà di integrazione tra i vari software.
«E ’ un problema vero per realtà di medie e grandi dimensioni–spiega Roberto Galoppini, esperto di software open source commerciale (www.robertogaloppini.net)–perché alla grande banca o pubblica amministrazione servono programmi per la condivisioni di posta e calendari, magari sincronizzati con cellulari e palmari, e che possano dialogare con il resto degli strumenti di ufficio. Cose che nel mondo Linux mancano, come mancano i pacchetti per la grafica professionale di Adobe, e allora si rimane col prodotto proprietario. Per questo, in realtà, la vera migrazione è fatta dai singoli e dalle piccole imprese che hanno esigenze diverse. E così è facile trovare Linux in hotel o internet point, per esempio, perché non ha complicazioni con le licenze, e poi è più semplice gestire gli utenti, la privacy e la sicurezza informatica per virus e quant’altro».
Questioni, in particolare quella dei costi, non secondarie che, secondo il settimanale The Economist, potrebbero aprire uno spazio a Linux nel 2008 sui computer a basso costo e nei mercati emergenti. Tuttavia, anche questa, sembra più una possibilità, una tendenza, che un fattore di spinta decisivo. «Il problema sono i volani economici–ci racconta Angelo Raffaele Meo, docente del Politecnico di Torino e presidente di una nuova commissione ministeriale che si sta occupando del tema dei codici aperti nella pubblica amministrazione–ovvero la possibilità di permettere a chi lavora su Linux di poter sviluppare le proprie soluzioni sostenuti da una domanda reale che favorisca l’arrivo sul mercato di prodotti hardware e software testati e compatibili. Una cosa che in Italia potremmo fare con la pubblica amministrazione visto che paghiamo in licenze proprietarie 2 miliardi di euro all’anno, 10 volte i famigerati costi della politica. E poi oggi la sicurezza e la stabilità di un computer è sicuramente un valore aggiunto soprattutto per l’utente medio che ci gestisce dati personali come posta, foto, video, musica».
In attesa che la svolta arrivi dalla Pa c’è anche chi suggerisce di guardare altrove. In fondo, chi l’ha detto che il dispositivo che accoglierà l’invasione Linux deve per forza essere il Pc? Il luogo di coltura dei sistemi operativi aperti potrebbe essere più piccino, semplice e ubiquo. «L’utente normale–spiega ancora Galoppini–ha bisogno sempre di cose semplici che gli siano utili: collegarsi, navigare, aprire documenti, ecc. Per questo sono convinto che i primi desktop Linux li vedremo sui cellulari, che apriranno queste possibilità ad un maggior numero di persone».

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