Net Neutrality: Piccoli operatori ci provano. Offrendo trasparenza

All'ombra dei grandi, alcuni Internet service provider minori puntano tutto sulla trasparenza dei servizi: niente filtri, connessioni di qualità e tanta neutralità. Ecco chi sono (Chip&Salsa - Il Manifesto)

Si fa presto a dire neutralità della rete. Per la maggioranza delle persone il problema di come vengono gestite le informazioni inviate e ricevute dal proprio computer connesso in internet era e rimane un bel mistero. Complice una tecnologia a prima vista complessa, certo, ovvero quel protocollo TCP/Ip che rende i file scaricati, la posta inviata o le nostre navigazioni tanti piccoli pacchetti di dati diffusi in rete singolarmente che vengono ricomposti arrivati a destinazione. Ma anche colpa dei cosiddetti Internet Service Provider, ovvero quelle imprese che ci forniscono il collegamento a Internet, spesso al centro di polemiche per disservizi come blocchi o rallentamenti delle connessioni, ma che raramente hanno adottato delle politiche commerciali chiare nei confronti degli utenti per spiegare obblighi e diritti. Per esempio, quello sancito dagli albori della rete, per il quali tutti i pacchetti, che provegano da siti blasonati come Youtube, piuttosto che dal blog del proprio vicino di casa, hanno la stessa priorità. Il punto è che spesso gli utenti si rendono conto che non è così solo quando gli risulta quasi impossibile utilizzare certi servizi come lo scambio file (filesharing) o telefonare via internet (VoIp). Il punto è che negli ultimi anni i collegamenti casalinghi a internet sono stati spinti dentro i pacchetti «tutto compreso» insieme a telefono, cellulare e qualche volta tv. Una scelta commerciale perseguita per aumentare gli introiti, soprattutto per chi poteva permettersi di offrirli tutti insieme (ovvero i grossi player), che però ha creato un dedalo di offerte nel quale molti utenti si sono persi. Tanto che nel 2006 il ministero delle Comunicazioni ha provato a elaborare una «Carta dei servizi di accesso a Internet tramite rete fissa» per regolamentare il settore e offrire criteri chiari di valutazione tra tecnologie differenti e norme a tutela in caso di disservizi o recesso. Già perché se fino a ieri la maggioranza dei problemi degli utenti erano connessioni saltate e lunghe attese ai call center, da qualche tempo le associazioni di consumatori come Aduc hanno cominciato a ricevere segnalazioni di veri e propri servizi tagliati. Ufficialmente si tratta di scelte che limitano gli utilizzi più onerosi (il VoIp e il peer-to-peer, appunto) per garantire la qualità del servizio. In realtà è facile ipotizzare timori legali visto che c’è la tendenza a considerare i provider corresponsabili con i propri utenti di eventuali illeciti penali per aver scambiato materiale coperto da copyright. Ma anche motivi commerciali se la telefonata via internet con un altro gestore, magari più conveniente, toglie introiti al provider che ci fornisce rete e telefono fisso.
Eppure in questo panorama un po’ fosco in cui gli interessi commerciali rischiano di minare le libertà fondamentali della rete iniziano ad emergere delle opzioni alternative. Come la campagna nata dal blog di Stefano Quintarelli, chiamata “"No Deep Packet Inspection":http://blog.quintarelli.it/blog/circa-la-deep-packet-insp.html”, prendendo il nome da uno tra i filtri più insidiosi oggi disponibili, quello che gestisce i flussi di pacchetti in base al loro contenuto. A questa campagna hanno aderito già diversi provider che espongono un banner sul sito dichiarando trasparenza dei servizi e offrendo così agli utenti che vogliono proteggere la rete una possibilità di scelta e azione concreta. Si tratta spesso di piccole imprese, come Ampersand che fornisce soluzioni Adsl per La Spezia e dintorni, alle quali non manca un po’ di idealità. «Lo facciamo–ci racconta Stefano Carlotto di Ampersand–perché crediamo alla definizione di internet di Tim Bernes Lee (l’inventore del web, ndr) per la quale ogni computer poteva mandare pacchetti di dati a qualunque computer. Per questo non effettuiamo discriminazioni, ci sembra un vantaggio per l’utente finale». Ma c’è chi scommette anche sul fatto che la trasparenza è un valore aggiunto e che esiste un mercato grazie al numero crescente di utenti attenti ai propri diritti e alla qualità del servizio. «I piccoli provider come il nostro–ci racconta Stefano Stegani, di Airgrid che fornisce banda larga wireless–possono contare su un rapporto diretto con la propria clientela. Per questo preferiamo migliorare il servizio acquistando più banda, piuttosto che filtrare, che oltretutto è al limite della legalità. Sappiamo che questo fa lievitare i costi, ma assicura ai clienti servizi più efficienti. E poi c’è l’idea di aggregare le offerte dei piccoli provider per essere più competitivi con i grandi». Ma i costi non sono l’unico problema, ci sono anche le difficoltà burocratiche e tecniche di chi vuole cambiare. «Difficoltà dovute soprattutto ad un motivo–ci racconta Andrea Galli di Messagnet Milano–ovvero la gestione dell’ex monopolista Telecom della rete nazionale che, con i suoi prezzi e ritardi, rende difficile al piccolo provider che si aggancia di poter essere competitivo. E poi, oggi, il problema non è più solo nell’internet che arriva a casa. Il principio di neutralità rischia di essere violato anche da quei gestori di telefonini che fanno pagare pochi euro per navigare su siti come Youtube, Google o Yahoo, con i quali siglano accordi commerciali, e invece presentano conti molto salati per accedere a tutti gli altri. Siccome a loro i pacchetti trasportati costano uguale, c’è un evidente profitto».

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