Pubblicato su Il Manifesto del 20 Dicembre 2008
Suonano insieme da quando facevano il liceo e oggi a 24 anni, col terzo disco uscito il mese scorso, il doppio Occidente, sono una delle band emergenti più interessanti nel panorama della musica «indie» italiana. Una responsabilità che non sembra impensierire troppo i Rein (www.rein99.it) che sono stati presenti al Mei di Faenza, dove hanno suonato un «patchanka d’autore», ovvero il miscuglio di musica etnica con rock, punk, blues su testi di forte impegno sociale. Ma soprattutto hanno raccontato un’altra scelta controcorrente: la pubblicazione della propria musica con Creative Commons, le licenze alternative al copyright classico che permettono la libertà di copia e distribuzione. Una scelta sostenuta dall’ Arci nazionale che copromuove il disco e il tour, e che per Gianluca Bernardo leader della band, è quasi un manifesto politico. «Per noi la rete è uno strumento, non un male. Oggi sentiamo spesso dire che la pirateria uccide la discografia. Ma sono campagne di demonizzazione orchestrate da chi ha il potere di farlo. In realtà per gruppi medio piccoli, ma anche grandi, la rete è uno strumento indispensabile di autopromozione. Con l’analogico c’erano i grossi network informativi che decidevano cosa esisteva, perché passava in radio o in televisione, e cosa no. Un monopolio, quasi un regime, fatto in collegamento con le major della musica che potevano decidere le classifiche e chi produrre in base ai passaggi nei media e viceversa. Oggi la rete sovverte questo meccanismo. Da qui la nostra scelta per le licenze libere». Una scelta che per i Rein ha significato nel gennaio 2008 la cancellazione dalla Siae visto che l’attuale assetto legislativo non è compatibile con le Creative commons. Una volta affidati i diritti della propria opera alla Società Italiana Autori Editori se ne perde il controllo e non si può più scegliere quali libertà concedere ai fruitori. «Ma questo non permette alla musica di circolare – continua Bernardo – Per un gruppo come il nostro che stampa 1000 copie, mi conviene o no che ne esistano 10.000 ‘piratate’ se questo significa più persone ai concerti e più passaggi in radio? Ovviamente sì e del fenomeno beneficiano anche artisti più grossi che usano il copyright classico. Noi scegliamo, però le licenze libere perché sia trasparente e legale. Il concetto è: tu non paghi la musica, paghi il supporto. Se ti piace poi puoi comprare anche il disco. Infatti in 5 mesi abbiamo venduto le 1000 copie». Risultati incoraggianti, che hanno avuto bisogno anche di qualche approfondimento legale. In fondo per molti iscriversi alla Siae è anche un modo per dedicarsi solo alle questioni artistiche e non doversi occupare di leggi. «Che sono spesso ambigue – ci tiene a precisare Bernardo – ma come diceva Gramsci: bisogna studiare. Per esempio il nostro disco ha il bollino Siae per certificare la copia, ma solo perché è obbligatorio. É lo stato che sancisce il diritto che poi viene tutelato in maniera monopolistica dalla Siae. Ma se non sono iscritto, non hanno mandato per farlo. Il problema è che la Siae gestisce i diritti con macroaccordi, spesso tutt’altro che vantaggiosi per una piccola realtà. Per esempio: se sono iscritto alla Siae e suono per beneficenza ovviamente non voglio essere pagato, ma questo non esiste per loro e una volta che gli ho dato mandato di tutelare i miei diritti non posso più ritirarlo». Una situazione che si presta a qualche paradosso. «Noi siamo di Roma – continua Bernardo. Quante possibilità abbiamo che qualcuno sentendo un nostro passaggio in una radio di Milano riesca a comprare il nostro cd? Invece con la rete altro che mille copie! Ovvio che questo va contro i grossi interessi a patto, però, che ci sia anche un serio progetto artistico dietro. Ma forse favorirà un futuro dove ci saranno meno grandi artisti con Rolls Royce e tappeti rossi e più persone che possano vivere della propria musica».
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