Pubblicato su Il Manifesto del 20 Dicembre 2008
Si definiscono la più grande piattaforma di scambio e distribuzione di musica sotto creative commons al mondo e probabilmente hanno ragione. Con i suoi quasi due milioni di visitatori al mese, 150 mila pezzi musicali disponibili per qualunque genere (dalla classica al punk) prodotti da 7600 tra artisti e gruppi, 430 mila utenti attivi che recensiscono, promuovono, votano e commentano, Jamendo.com è sicuramente un punto di riferimento importante in rete per chi crede che ci siano alternative al copyright tradizionale e alla privatizzazione della conoscenza.
Una realtà che è nata nel 2004 dall’intuizione di un diciannovenne appassionato di software libero, Sylvain Zimmer, ma che oggi si è evoluta in una moderna ed efficiente impresa web 2.0, finanziata dagli stessi investitori di Skype, che fonda il suo successo sull’innovazione di un modello, come quello della distribuzione musicale. «Sappiamo che negli ultimi anni – racconta Pierre-Yves Lanneau-Saint-Léger, responsabile marketing di Jamendo invitato al Mei di Faenza, il meeting delle etichette indipendenti – il settore è stato sconvolto dalle tecnologie digitali che permettono una produzione e distribuzione della musica a costo zero. C’è chi ha provato ad arginare i problemi causati da questa situazione puntando sulla repressione e l’utilizzo di sistemi tecnologici per impedire condivisione e copia e chi ha provato a far pagare di meno la musica come iTunes. Noi siamo partiti dalla fine: il download è ormai libero e bisogna mantenerlo tale. Solo il 3% delle canzoni negli iPod di tutto il mondo sono scaricate in maniera ‘legale’, opporsi è inutile, allora tanto vale offrire un modo davvero libero». Per questo Jamendo, contrazione di “jam session” e “crescendo”, offre una piattaforma in 7 lingue dove qualunque artista non iscritto a società collettive di tutela dei diritti d’autore può registrarsi e caricare i propri pezzi scegliendo il tipo di licenza Creative commons che vuole ed avendo a disposizione una serie di strumenti per gestirne la fruizione.
«Crediamo che sia un vantaggio per ogni attore della filiera – continua Lanneau-Saint-Léger – Per gli utenti perché possono scaricare qualsiasi pezzo musicale e condividerlo con gli altri. Hanno la possibilità di navigare l’archivio per generi e cercare una canzone o un artista specifico. Guardando la playlist degli altri utenti possono scoprire nuovi artisti e attraverso una ricerca trovarne altri che suonano, per esempio, i pezzi alla Beatles». Ma è un vantaggio anche per gli artisti perché in ogni momento sanno quanti ascoltano la propria musica. «Possono gestire la comunità dei fan e dividere con noi, in maniera equa, gli utili derivanti dall’utilizzo commerciali». Da qualche tempo, infatti, Jamendo ha introdotto una nuova modalità per la quale se si vuole fare un uso commerciale di uno o più pezzi sul sito, chi ne chiede il diritto ha un modo trasparente per avere una liberatoria e pagare un prezzo che verrà diviso con l’artista. «E’ già successo – continua Lanneau-Saint-Léger – che in Spagna uno spot utilizzasse una canzone proveniente da Jamendo che è stata citata come tale e attribuita al suo autore tra i titoli dello spot stesso. In altri casi Jamendo è stato un trampolino di lancio per artisti che si sono fatti scoprire così e poi hanno firmato per alcune major come Eva Garcia in Francia». Una popolarità che ormai sta arrivando anche in Italia che è il quarto paese per visite e conta fino ad ora 571 artisti iscritti.
«Per la nostra pubblicità ci affidiamo alla rete. Mettiamo a disposizione dei nostri utenti degli strumenti che permettono di condividere le loro scelte musicali su Jamendo nei loro siti e blog. Questo aumenta le visite e la fruizione messa a disposizione sul nostro sito. In futuro contiamo di finanziarci per un 10% dagli introiti derivanti dalla pubblicità on line e per la restante parte con i diritti commerciali che riusciremo a vendere per conto dei nostri associati». Una situazione che da meccanismo di disintermediazione rischia di far diventare Jamendo un intermediario di nuovo tipo aprendo un nuovo conflitto con le società collettive esistenti e le legislazioni locali. Ma che per ora, visti i risultati, sembra dare ragione al progetto francese. Per il resto, come si suol dire, se sono rose creative commons, fioriranno.
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