Uomini e «canuzzi»

Sull’isola di Lampedusa, terra di frontiera e Cpt, ci sono decine di cani abbandonati dai cacciatori che vengono a sparare agli uccelli che migrano. La storia di un rifugio messo in piedi da una volontaria.

LAMPEDUSA è l’isola degli sbarchi notturni, dei migranti naufraghi ripescati nelle sue acque cristalline. Dell’inaccessibile Cpt, che questa estate sta di nuovo
rischiando seriamente di scoppiare. Ma sull’isola esiste un buon rifugio, si trova nella riserva di Cala Galera. A pochi metri dalla rinomata «spiaggia dei conigli», meta diurna di turisti e notturna delle rare tartarughe caretta-caretta, si trova il Rifugio Pinocchio. È un vecchio fortino militare della seconda guerra mondiale, concesso solo per pochi
giorni, nell’estate del 1997, dall’amministrazione comunale ai volontari della Lega del cane. Un buon posto per i «canuzzi», così li chiama Paola Pizzicori, che se ne occupa ormai da nove anni.
I turisti sono diffidenti, temono che lo spettacolo dei cani in gabbia sia deprimente. «Poi capiscono che qui stanno bene. La scorsa estate ne sono stati adottati 53», dice Paola, che i cani del Pinocchio li conosce uno ad uno. Ci sono Sabbia e suo fratello Cemento, chiamati così perché portati da alcuni operai di una cava, Alien perché è un «extraterrestre» che non smette d’abbaiare per attirare l’attenzione. C’è Diamante, che dispensa moine, e Jack e Pastora, che hanno perfino recitato nel film «Respiro» di Emanuele Crialese. «Fortunatamente non ci sono più Pluto e Pica, che sono stati adottati dalla stessa famiglia. In aereo non è permesso imbarcare cani in stiva. Metterò un annuncio al banchetto per chiedere se c’è qualche passeggero che voglia mettersi il cane sul biglietto. Bello no?».
«Nell’estate del ’97 – racconta Paola–appena si sparse la voce che qualcuno si occupava di cani abbandonati, cominciarono ad arrivare scatoloni pieni di cuccioli. Dopo due anni, i cani erano 140, ma ad occuparcene eravamo rimasti in due: io e Felice, un ragazzino lampedusano che mi ha dato una mano anche a tenere il banchetto informativo sull’attività del rifugio. Dopo due anni, il presidente della Lega del cane si adoperò perché, con un aereo privato, potessimo mandare una sessantina di cani nel parco zoofilo di Frapiero di Cona, a Padova, una struttura ancora in costruzione che abbiamo subito riempito. Circa una ventina di cuccioli, furono portati a Genova e Milano. Furono adottati nel giro di pochi giorni».
Fino al 2002 Paola ha gestito tutto a sue spese. «Il numero dei cani oggi è diminuito. Cerchiamo di non ospitarne più di quaranta, il massimo che il rifugio può sostenere». Oggi il fortino ospita una trentina di cani, tutti sterilizzati. Alcuni vivono all’interno del rifugio, altri all’esterno, come il piccolo Skin, vero padre adottivo per i cuccioli che lo seguono dappertutto, altri abitano in paese o vicino alle spiagge.
«All’inizio–spiega Paola–mia madre e mia zia mi mandavano i soldi che raccoglievano a Roma. Il rapporto con i lampedusani era terribile. Erano diffidenti, per loro il
volontariato era inconcepibile, sembrava assurdo che qualcuno facesse qualcosa gratis. Mi sono anche sentita dire che mi ero costruita casa con i soldi dei cani. Ora c’è più gente sensibile. Magari non danno una mano, ma almeno non mi ostacolano come prima».
Passeggiando per via Roma, la strada principale dell’isola, si incontrano tanti cani. Si infilano tra i tavolini dei bar o tra gli ombrelloni. I commercianti dicono che infastidiscono i turisti. Eppure, in due settimane due coppie di turisti hanno adottato cuccioli abbandonati. Spiega Paola: «I turisti sono tolleranti, soprattutto una volta che
hanno capito perché quei cani siano lí». Pare che i cani arrivino a Lampedusa con i cacciatori che accorrono al passaggio degli uccelli migratori. E che poi abbandonano sull’isola i loro fedeli bracchi. A parte l’aiuto di qualche volontario e la solidarietà dei turisti, Paola è sola. «Nessun amministratore locale ha mai messo piede qui–dice
–Se in una giornata come questa un centinaio di persone vengono qui, a visitare il rifugio, un motivo ci sarà. Evidentemente non fa schifo. E poi, per il comune sarebbe anche un ritorno d’immagine, no?». Donazioni di cibo, di denaro o adozioni a distanza però non riescono a far fronte alle necessità dei «canuzzi». A cominciare dall’acqua, che qui è un bene prezioso. Paola con il suo fuoristrada la trasporta in grandi cisterne blu fino al rifugio. Inoltre, paradossalmente, il fatto che il rifugio sia dentro la riserva comporta vincoli, come quello di non poter mettere reti di protezione.
Proprio poco tempo fa davanti al rifugio sono state abbandonate due cucciolate. «Riuscire a convincere i lampedusani a far sterilizzare i propri cani, così da non avere più tanti cuccioli abbandonati, non è un’impresa facile. Non accettano un rifiuto se dico di no. Non riesco a far capire alle persone che questo non è un canile comunale».
Tra le cose che mancano c’è anche il servizio veterinario permanente – così come l’anagrafe canina–e solo una volta al mese un medico veterinario di Palermo presta la
propria opera a vantaggio del rifugio. Paola lo aiuta. Così come ogni sera dopo aver dato da mangiare ai cani, pulito il rifugio e risposto alle domande dei turisti, è in via Roma con il suo banchetto e qualche cucciolo in attesa di essere adottato.
I turisti, come al rifugio, si fermano a salutare i piccoli e a fare domande. Per aiutare i «canuzzi» è possibile adottarne uno a distanza [contattando la Lega nazionale per la difesa del cane, sezione di Lampedusa, presso Paola Pizzicori – casella postale 34, 92100 Lampedusa].
Oppure, se deciderete di passare le prossime vacanze da queste parti, potrete portarvene via uno.

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