Lettera al subcomandante Marcos

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Carissimo “sup”, non mi sarebbe venuto in mente di scriverti, se non avessi visto, sulla Jornada [il giornale di Città del Messico], che sei tornato ad usare la parola [e noi pubblichiamo tutto, in italiano, nel nostro sito]. Il tuo lungo silenzio, un anno preciso, non è stato il primo e non sarà l’ultimo. Ne comprendiamo il senso: è un altro modo di comunicare. Però, ti confesserò, ci pesa. Non è che stiamo qui ad aspettare “la linea”. Carta ha pubblicato il libro del doppio anniversario–vent’anni dalla fondazione dell’Esercito zapatista e dieci dall’insurrezione del ’94–perciò conosciamo bene il tuo invito a non imitare gli zapatisti, che non sono un modello, e così via. Però, sarò franco, qui da noi le cose non vanno gran che bene. Soffriamo un poco di confusione. E le lettere, la narrazione di quel tale mascherato della Selva Lacandona, cioè tu, in passato hanno aiutato molto.

In che modo? Esercitando uno strano effetto. Non c’è dubbio che nei tuoi messaggi si affrontino direttamente temi “politici”. Quelli appena pubblicati trattano a fondo di una situazione politica messicana che assomiglia a una triste farsa, se capisco bene. E poi parli di un anno di “caracoles”, la sperimentazione della democrazia che avete avviato un anno fa, e degli “errori” che avete commesso. Temi molto seri. Attorno ai quali, però, tu ti eserciti con ironia, con un certo distacco, con quello scetticismo lieve che nasce da grandi passioni e viene stimolato dalle scemenze del marketing della politica, il “rating”, come tu dici, dei “leader”.

Si può essere appassionati e scettici? Molto addentro a una certa questione e allo stesso tempo distaccati? I tuoi scritti non solo dimostrano che sì, è possibile, ma anche che viviamo tempi in cui essere queste cose contraddittorie è necessario. E l’effetto che questo produce è di sollievo. Tutto ciò che sembra senza via d’uscita, che ci pesa sulla testa, che ci opprime con la sua noia mortale e fatuità crudele, appare di colpo relativo, importante sì, ma fino a un certo punto. Schiuma senza sostanza. Parole a perdere. Perché è qualcos’altrpo, ad essere decisivo.

Qui le cose non vanno tanto bene, dal lato del movimento. Abbiamo avuto lutti gravi, compagni che sono scomparsi all’improvviso, e ci hanno lasciati più esposti. A cosa? Alla euforia che si è impadronita dell’equivalente italiano del Prd, il centrosinistra messicano. Si comportano come se avessero già vinto le elezioni contro Berlusconi, anche se mancano due anni e il Fox italiano non si sa quale diavoleria potrà inventare. Già compilano la lista dei ministri del nuovo governo. Si sono rimessi a fare distinguo sulle truppe italiane in Iraq [se l’Onu autorizza…], sulle leggi che sbriciolano il lavoro, sui migranti e i lager in cui vengono rinchiusi. Cercano in ogni modo di diffondere la rassegnazione: è già tanto se riusciamo a cacciare la destra, il resto verrà, vedremo.

Non sarebbe tanto grave, tutto questo, non fosse che il grande, diffuso movimento che c’è da queste parti [ricordi Genova, le enormi marce per la pace?] sembra essere stato sommerso da questo fragore. Non ha scelto il silenzio, come voi, è stato semplicemente azzittito. E anzi, nella cosiddetta “sinistra radicale” ci si spintona: bisogna fare le primarie, no è un cedimento; dobbiamo chiuderci in un bunker e diffidare del centrosinistra, no dobbiamo sfidarlo sul programma; dobbiamo sommare le nostre percentuali di votanti, no dobbiamo rivolgerci ai “movimenti”. Quel che si vede, ancora una volta, sembra essere tutto quel che c’è: perciò si sprecano gli esortativi e gli imperativi. Mentre, per fare in modo che il centrosinistra, se tornerà al governo, non ripeta quel che abbiamo già sperimentato, ci vorrebbe proprio quello scetticismo appassionato, un distacco sapiente. Ci vorrebbe, come diceva uno dei compagni che sono scomparsi, l’autonomia della società civile.

Così, per chi si sente “altermondialista”, coi piedi nelle città e la testa nel mondo, tutto questo è un bel guaio, perchè rischia di essere semplicemente giudicato uno che delira, che non vede la “realtà”. E il nostro problema è che, facendo un giornale, non possiamo comunicare con il silenzio per i prossimi due anni.

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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