Nel 1974 il governatore del Chiapas promosse un Congresso indigeno. Pensava, il governatore, a un meeting accademico. Fu probabilmente allora che la Lettera pastorale di monsignor Samuel Ruiz da “indigenista” divenne indigena: non serviva, insegnare la lingua castigliana, per emancipare ed evangelizzare, ma bisognava imparare le lingue di quei “soggetti” indigeni e conoscerne le culture.
Nell’agosto del 1933, in risposta al saluto di Giovanni Paolo II in visita nello Yucatan, don Samuel scrisse una nuova Pastorale, intitolata “En esta hora de gracia”. Fu invitato a dimettersi, ma la gente del Chiapas lo convinse a resistere. Così diventò, pochi mesi dopo, l’uomo chiave di un dialogo che sembrava impossibile, quello tra gli indigeni zapatisti insorti e il governo messicano. Alla fine del 2003, il vescovo Ruiz ha scritto un’altra Lettera: “Una nueva hora de gracia”.
Gli avvenimenti degli ultimi tempi, penso soprattutto all’Iraq, sembrano contraddire il titolo della sua ultima Lettera pastorale. Perché i potenti della terra hanno bisogno di versare ancora tanto sangue? E a suo avviso, oltre che in Dio, possiamo sperare anche nella resistenza alla guerra della società civile e dei popoli del mondo?
Devo ringraziarvi per questa intervista e, in particolare, per questa domanda. La Lettera non nega la situazione che domina questo sistema, anzi la riafferma. E tuttavia sceglie di indicare proprio le cose che adesso si possono guardare per avere speranze di cambiamento della società, i segnali positivi che danno speranza ai cristiani. Ciò che accade in Iraq è in contraddizione con quello che dico, perché il sistema che domina non è fatto per l’uomo, ma è contro l’uomo, si fonda sulla concentrazione del potere economico e politico e non sulla dignità umana. Questo sistema sta distruggendo l’umanità.
Lei ha vissuto in Messico gli anni dell’Accordo di libero commercio del Nordamerica, il Nafta. Pensa che l’allargamento a tutto il continente di quel trattato, l’Alca, potrebbe migliorare la vita delle persone nelle regioni più impoverite del Sudamerica? Detto in altri termini, lo sviluppo è ancora sinonimo di benessere?
L’esperienza ci dice che lo sviluppo non favorisce la popolazione ma la concentrazione del potere. Dopo poco tempo dall’avvio del Nafta, sono andato nelle regioni del sud del Canada. Un giorno mi è capitato di vedere delle belle mele, ho cominciato ad assaggiarne qualcuna e le ho trovate saporitissime. Allora ho chiesto se potevamo comprarle e mi hanno risposto di sì. Poi, quella persona mi ha detto che quelle erano le ultime mele che avrei potuto trovare lì. Gli ho detto che sapevo che il tempo della raccolta stava finendo, ma lui mi ha risposto che le mele non sarebbero mai più state coltivate in quella zona, nonostante la produzione fosse migliorata con gli anni. Ha detto che la gente aveva già cominciato a lasciare quella terra perché il Trattato di libero commercio stabiliva che lì si sarebbero dovute importare mele dalla California. La gente se ne stava andando, e non sto parlando della classe più bassa ma di quella media.
In Chiapas, con l’avvio del Trattato, due o tre comunità sono state espulse violentemente dalla terra in cui vivevano, malgrado un decreto presidenziale che affermava che quelle comunità erano padrone della terra. La verità è che quella terra era stata venduta al Giappone perché vi costruisse una “strada culturale maya”. La gente delle comunità veniva dunque cacciata. Abbiamo visto improvvisamente aumentare la tassa sulla proprietà della terra. Alcuni non l’avrebbero potuta pagare neanche con il raccolto di un anno. Poi, pian piano, cominciarono ad arrivare persone straniere che domandavano in giro se qualcuno volesse vendere la terra. E adesso hanno modificato la Costituzione perché sia più facile vendere.
La pressione del libero commercio è fortissima e favorisce la concentrazione. La globalizzazione riduce le distanze e avvicina le comunità ma aumenta a velocità vertiginosa i processi di spoliazione delle persone. In America latina abbiamo visto degli esempi chiarissimi di questo fenomeno in Argentina, in Ecuador, in Bolivia. Io non credo si possa parlare di sviluppo economico senza parlare di sviluppo della dignità umana.
Pensa ancora che una delle cause principali della frantumazione violenta della società prodotta dal modello neoliberista sia la distanza tra la politica e l’economia, da una parte, e l’etica, dall’altra?
Sì, il sistema punta principalmente al profitto, al potere e al controllo. Sono queste le dominanti. Perciò in questo sistema bisogna rubare e, per rubare, spesso bisogna anche uccidere, come abbiamo visto. Bisogna invece far crescere la coscienza della popolazione sulla necessità e l’urgenza di una trasformazione sociale, una presa di coscienza che sta cominciando adesso.
Quindi il mondo non può essere cambiato soltanto dai governi e dalle forze che detengono il potere. Per cambiare, secondo l’ispirazione dell’esperienza zapatista, si possono costruire relazioni sociali differenti subito, anche senza conquistare il potere…
Secondo il Vangelo e la parola di Gesù, i cambiamenti vengono dai poveri non dal potere. Quando c’è qualche movimento, il potere viene forzato a cedere di fronte alle richieste che vengono dal basso. Adesso, la voce dei contadini e degli indigeni comincia a esprimersi non solo come risultato dell’esperienza negativa di questo sistema. Ciò che è meraviglioso, oggi, è proprio la manifestazione di un coordinamento e di una solidarietà tra il “primo” e il “terzo” mondo. Prima sul debito estero, ora anche contro la guerra. Nella storia del mondo non si era mai vista una manifestazione così grande e forte di una umanità che rifiuta la guerra e vuole la pace. Dunque, siamo nel momento in cui non solo possiamo percepire l’urgenza di un cambiamento, ma possiamo anche cominciare a farlo.
Nei decenni della sua esperienza di “evangelizzazione e protezione dei più poveri”, lei ha incontrato personalmente oltre duemila comunità in cui la maggior parte della popolazione è indigena. Ma gli indigeni hanno un particolare bisogno di “protezione”?
Di fronte a questo sistema, non soltanto gli indigeni ma tutti noi abbiamo bisogno di protezione. Comunque, dopo la celebrazione dei cinquecento anni dalla cosiddetta scoperta dell’America, gli indigeni hanno preso coscienza di essere i soggetti della loro storia. E da lì sono venute l’esigenza e il clamore di un cambiamento della società. Non un cambiamento solamente proclamato ma un cambiamento che tra loro ha cominciato realizzarsi. I progetti, le cose che si cominciano a fare tra gli indigeni e i contadini sono già in un logica diversa da quella del sistema. Non una logica individualistica ma comunitaria.
Per quanto riguarda i diritti umani e sociali, in Messico è cambiato qualcosa con la caduta del Pri e il governo del presidente Fox?
Le quattro comunità che si sono sollevate in armi in Chiapas erano costituite da produttori di caffè. Ma chi fissa nel mondo il prezzo del caffè? Non lo fissano i produttori e nemmeno il paese dove i produttori vivono. Lo fissano le leggi internazionali del mercato. Se le leggi di mercato cambiassero in modo da garantire il rispetto della dignità delle persone, allora sì che potremmo dire che qualcosa sta cambiando davvero. Oggi possiamo sostenere che qualche perversità del governo sia cambiata: in primo luogo, la voce degli indigeni è stata “ascoltata”, anche se non sono stati rispettati i cosiddetti accordi di San Andrés con le conclusioni firmate tanto dal governo quanto dall’Ezln. Eppure, gli indigeni del Chiapas hanno cominciato ad applicare gli accordi sebbene non siano stati approvati dal governo in maniera ufficiale. Così hanno cominciato a fare cambiamenti nella funzione di servizio verso la società e non verso il potere. E questo cambiamento è andato crescendo non solo in Chiapas ma anche in altre parti del Messico. E perfino al di là dei confini nazionali. Stati come Oaxaca, Chihuahua, Puebla hanno visto i cambiamenti prodotti con le Giunte del Buon Governo. C’è stato un vero cambiamento di atteggiamento verso la popolazione. E questa è una sfida per il governo ufficiale, perché si tratta di territori che vengono dichiarati appartenenti alle etnie e alle popolazioni indigene. E’ un cambiamento che è appena cominciato ma dà grandi speranze per il futuro.
Il suo giudizio sull’insediamento dei Caracoles è dunque positivo?
E’ trascorso troppo poco tempo per dare un giudizio, ma il cambiamento si vede. La gente può guardare in maniera concreta quanta e quale attenzione presta un governo diverso da quello ufficiale alle domande che vengono poste. La differenza è grande. Da una parte c’è il predominio dell’interesse economico, dall’altra la volontà di mettersi al servizio della gente. Sì, penso si possa dare un giudizio positivo. Fino ad ora.
In aprile alcuni uomini del Prd, il partito di centrosinistra messicano, hanno provocato incidenti e 29 feriti nella carovana promossa dalla municipalità autonoma degli Altos in occasione dell’anniversario dell’assassinio di Zapata. C’è chi vuole scatenare una guerra tra poveri?
I poveri vivono in una guerra permanente, non solo quando si sollevano in armi ma, per esempio, quando subiscono la repressione. Essere poveri non è una condizione che viene decisa da chi lo è. E’ un risultato dell’oppressione del sistema. E questo sistema è molto aggressivo. Così i poveri sono in guerra permanente contro l’ingiustizia che subiscono, contro l’oppressione e la mancanza di fratellanza. Questa è la situazione ovunque, perciò ovunque quelli che sono dalla parte dei poveri sono pericolosi per il sistema. In America latina ci sono stati molti esempi di persone martirizzate per questo, e non erano tutte alla base della gerarchia sociale.
Nel municipio di Polhó, quello della strage di Acteal, vivono 2500 persone e 5000 “desplazados”. La Croce rossa è stata lì dal 1998 al 2003, ora se ne è andata perché “in Chiapas non c’è più la guerra”. E’ così?
Della guerra ho parlato prima. Certo, bisogno della Croce rossa ci sarebbe, perché ci sono tanti “desplazados”. Però la Croce rossa dice di non avere le persone e le forze sufficienti per essere ovunque ci sia bisogno di lei. Forse in questo momento ritengono ci sia più bisogno di loro altrove.
Il nostro amico e collaboratore Hermann Bellinghausen, da molti anni inviato in Chiapas per il quotidiano La Jornada, ha subito gravissime minacce. A chi fa ancora paura la verità sul Chiapas?
Sì, la verità fa paura. Non solo in Chiapas ma per esempio anche in Iraq. Quello che dici per Bellinghausen vale anche per chi racconta la verità sull’Iraq. La verità è che la paura è del sistema. Fare il giornalista in modo serio è pericoloso. E dire la verità è pericoloso. Anche per Gesù lo è stato.
Sì, ma il sistema qualche volta avrà pure qualche nome e cognome…
Sì, il sistema qualche volta ha anche nomi e cognomi.
Saprebbe spiegare, lei che li ha conosciuti così da vicino, perché gli zapatisti hanno avuto tanta importanza nei movimenti di tutto il mondo?
No, non lo so spiegare. Io vivo laggiù, dovreste poterlo spiegare voi. Se proprio dovessi parlare di una percezione, potrei dire che per la prima volta in America latina c’è stata una rivoluzione i cui soggetti erano indigeni. In secondo luogo, credo sia stato importante il fatto che gli zapatisti non cercavano e non hanno mai deciso di prendere il potere. La logica degli altri movimenti latinoamericani era diversa: siccome le nostre giuste richieste non vengono ascoltate, dobbiamo prendere in mano il potere per fare giustizia. Questa non è mai stata la logica zapatista, gli zapatisti hanno pensato invece di far conoscere a tutta la popolazione la situazione concreta in cui si vive per stimolare la partecipazione civica e politica al fine di arrivare a un autogoverno transitorio che stabilisse la democrazia. Questo è ciò che più o meno si sta vivendo in questo momento laggiù. E forse è per questo che il movimento del Chiapas è stato importante non solo in Messico ma anche in altri paesi del mondo. C’è per esempio la questione dell’autonomia, e allora uno si può domandare cosa significhi concretamente autonomia in Svizzera, in Belgio, in Irlanda. Dal Chiapas viene una domanda, ed è anche una domanda sulla globalizzazione perché l’insurrezione è iniziata simbolicamente il primo gennaio del 1994, proprio quando cominciava ad entrare in vigore il Nafta.
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