Più vivo che mai l'Aguascalientes II nelle sue ultime ore di vita

Oventic, 8 agosto. Il viale è un pellegrinaggio, un accampamento moltitudinario di famiglie indigene e visitatori nazionali e stranieri. Per tutto il giorno sono arrivate centinaia di migliaia di persone. La gente arriva in taxi, in autobus, in carri scoperti, a piedi. Alcuni con passamontagna. Altri senza. Più di un chilometro di veicoli sostano sulla strada a San Andrés e, come tutto in questo venerdì, è destinato ad aumentare.

Un serpente umano percorre la strada verso il Caracol zapatista. Proprio a metà sorge la nuova casa della giunta del buon governo con una ghirlanda di fiori multicolori intorno alle sue porte chiuse. Ad un lato dell’edificio un gruppo di studenti dipinge un murale abbastanza significativo, con striscioni di lotta, strade di città, campagne e molto sole.

In 200 metri di viale ci sono un ospedale, un grande auditorio, uffici da inaugurare, negozi cooperativi, un laboratorio meccanico, un parrucchiere che annuncia con grandi poster molto professionali la varietà di tagli che il cliente può chiedere, decine di punti e cooperative che offrono caffè biologico, artigianato tessile, dolci, bibite, calzature, tostadas e pane.

Alla fine del viale la moltitudine si disperde ai lati, e ai piedi del palco si svolge un torneo di pallacanestro a cui partecipano squadre con nomi come Monos de Alambre, Los Liberales de Magdalenas e Calvario. Le accompagna una musica dolce di marimba, quasi in sordina. Centinaia di persone, in maggioranza indigeni, circondano il campo, seguendo con molto interesse le vicissitudini della contesa. All’ombra del palco coperto di giunchi riposano, pronti, altri gruppi musicali. Ci sono arpe, chitarre, violini, guitarrones, flauti, tamburi e tastiere elettriche.

“Noi zapatisti siamo qui e qui staremo”, proclama dal palco uno striscione che ha come sfondo un intricato caracol. Un altro dice, in tzotzil e castilla, che questo è “il cuore centrico degli zapatisti davanti al mondo”.

Nelle vicinanze della scuola secondaria (che è già di due piani e non smette di crescere) e nei dormitori e nelle aule, centinaia di giovani messicani, statunitensi, baschi, italiani, catalani, spagnoli, canadesi hanno teso le amache o piantando le tende. Ho potuto verificare la presenza di almeno due cinesi provenienti dalla Cina.

La radiodiffusione ed almeno una catena televisiva trasmette dal vivo. Agenzie internazionali e alternative. Una varietà di media. Insomma: davanti al mondo. Di nuovo, l’Esercito Zapatista di Liberazione nazionale (EZLN) richiama le aspettative.

Verso sera cominciano ad arrivare dalle colline, interi villaggi di campesinos maya de los Altos. Prima di notte, nelle sue ultime ore di vita, l’Aguascalientes II è più vivo che mai. Migliaia di persone pullulano, riposano del viaggio, lavorano, cantano o rincorrono un pallone. Delegazioni sindacali e indigene di diverse parti della Repubblica continuano ad arrivare anche dopo che si è fatto buio.

Provando, provando

Le famiglie indigene traboccano da alloggi e pensioni, così si accampano con i loro più che modesti teli di nailon per coprire donne e bambini e conservare fresco il pozol nelle bisacce. Ritrovandosi tutti insieme, questa moltitudine comincia a contemplare se stessa. Domani parteciperà alla nascita del Caracol. “Davanti al mondo”.

“Somos un chingo y somos un desmadre” [“Siamo un mucchio e siamo un casino”], proclama in stile molto punk un grande cartello dei Disobbedienti italiani, bianco sui muri bianchi della scuola. La prima parte della frase balza agli occhi, ma la seconda, a dire il vero, non è corretta. La gente è allegra, festosa, anche rilassata, ma non c’è casino da nessuna parte.

A nove anni ed otto mesi dalla loro irruzione, le comunità zapatiste continuano a sorprendere per la loro capacità di organizzarsi. Questa volta il loro viaggio è verso l’interno, nello loro terre, verso se stessi. Prima, in mille 111 sono andati a Città del Messico, 5 mila in tutto il paese, 23 comandanti in Parlamento. Oggi, migliaia di zapatisti vanno all’incontro dei loro Caracoles, la formalizzazione pubblica della loro autonomia in resistenza.

Negli ultimi giorni, La voz de los sin voz ha sospeso le trasmissioni (erano in fase di “prova”) e si prepara la sua presentazione in società. Radio Insurgente trasmetterà almeno qui domani, ma se si collegherà a certe risorse tecnologiche, potrebbe raggiungere le onde corte ed arrivare anche in Francia, Italia e Spagna via Internet, satellite o piccione viaggiatore.

Questo pomeriggio, forse per fare lo scoop, la XEW ha trasmesso in tutto il paese, dal vivo, l’inno zapatista. “Ya se mira el horizonte” è stato ascoltato dalla stazione in cui ha lavorato Agustín Lara. Provando. Provando.

Dalle montagne del sudest, gli zapatisti si preparano di nuovo per trasmettere lontano la loro parola e la loro vita di resistenza collettiva che hanno scelto anche a rischio della propria vita. Da quanto si vede, questa maniera continua ad attrarre. Richiama, interessa, coinvolge. I ribelli “uccidono” i loro Aguascalientes per continuare a nascere.

(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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