Qualche anno fa, in Chiapas, mi capitò di conversare con un sopravvissuto alla strage di Acteal. Lui, molto serio, mi chiese: “Quanto lontana è l’Italia?”. Io feci un rapido calcolo mentale, e risposi: “Più o meno diecimila chilometri”. Vidi che vacillava, la cifra era evidentemente, e ragionevolmente, fuori della sua capacità di immaginazione.
L’Italia è un paese molto lontano, e non solo a causa della geografia. Fra le innumerevoli differenze, non è nemmeno un paese dove si parli il castigliano. Perciò moltissimi messicani si devono essere chiesti, in questi anni, che cosa spingesse tanti italiani a occuparsi così assiduamente del Messico e del Chiapas: e non alludo solo alle ultime campagne di stampa sui (e contro) i “monos blancos”, ma alle 130 espulsioni del 1998, al flusso ininterrotto di persone e aiuti diretti alle comunità indigene zapatiste, alle 50 mila persone nelle strade di Roma all’indomani di Acteal, alle centinaia di associazioni solidali e alle decine di libri pubblicati nel nostro paese, all’interesse del segretario di Rifondazione, Fausto Bertinotti, e di intellettuali e personalità di molti tipi. Perché, allora?
E’ una domanda che si sono fatta in molti anche in Italia. Una domanda necessaria, perché tentare delle risposte aiuta noi a capire meglio quel che facciamo, e non solo nei riguardi del Messico. E aiuta l’opinione messicana a collocare dentro un contesto presenze altrimenti incomprensibili, e presentate dalla gran parte dei media come invadenti ed fatue.
Dunque, per tentare una risposta, prendiamo il caso del signor Berlusconi. Il capo della destra italiana ha ottime prospettive di vincere le elezioni politiche del 13 maggio prossimo, grazie anche al fatto che è riuscito ad unire, in una alleanza mostruosa, le destre (post)fasciste e nazionaliste di Alleanza nazionale, quelle (post)democristiane e clientelari (la Democrazia cristiana, defunta alcuni anni fa, era uno sorta di Pri, un partito-stato interclassista) e quelle della Lega nord, secessioniste e xenofobe. Ma Silvio Berlusconi ha una virtù, sopra tutte le altre: è uno degli uomini più ricchi del paese (e del mondo), possiede tre delle sette reti televisive nazionali, alcune tra le più grandi case editrici, gran parte della produzione e distribuzione cinematografica, compagnie di assicurazione e banche, imprese di costruzione edilizia, e così via. E si è impegnato in politica quando i partiti di governo tradizionali (la Dc, appunto, e il Partito socialista) sono stati, agli inizi degli anni novanta, distrutti da un gigantesco scandalo riguardo alla corruzione, passato alla storia come “mani pulite”. In una parola: Berlusconi è il rappresentante diretto degli “spiriti animali” di una economia e di una finanza che, soprattutto nel nord del paese, hanno totalmente trasformato il volto della società italiana e perfino la geografia, con la contemporanea diffusione di piccole imprese sul territorio, in cui il lavoro è deregolato e svolto in misura crescente da immigrati senza protezione, e dalla trasformazione delle città, come Milano, in centri di regolazione dei flussi finanziari e di altre funzioni, come la pubblicità, il marketing, la moda ecc.
Il berlusconismo rappresenta tecnicamente il tramonto della politica, cioè delle regole di un conflitto i cui agenti sono stati, per decenni, i grandi partiti di massa, come la stessa Dc e il Partito comunista (ai suoi tempi il più grande al mondo, fuori dai paesi del socialismo reale). La globalizzazione ha agito, sull’Italia, frantumando le classi in rapporto ai processi produttivi “flessibili” e sottoponendo l’unità della nazione (divisa tra un nord ricco e un sud povero) alla pressione della competizione transnazionale. Noi non abbiamo il Nafta, però abbiamo l’Euro, la moneta unica europea, che spinge le regioni, più che gli stati-nazione, a competere tra loro nello spazio economico europeo. Per questo abbiamo tre o quattro destre: perché ciascuna rappresenta una reazione sociale (e imprenditoriale e burocratica) alle fratture provocate dalle spinte dell’economia e della finanza: il nord leghista vuole andare per conto suo, il sud para-fascista difende le rimesse dello stato, ecc.
Il miracolo compiuto da Berlusconi consiste nell’aver unificato elettoralmente queste destre, in nome della possibilità di sconfiggere il centro-sinistra che ha governato negli ultimi cinque anni, e che a sua volta, ipnotizzato dalla “democrazia all’americana” (il sistema elettorale uninominale) e incerto se seguire le orme di Blair o quelle di Jospin, ha tagliato le radici sociali che già la globalizzazione disperdeva. Il che significa che la grande tradizione e capacità di associarsi, nella società italiana, è rimasta orfana, quasi priva di rappresentanti (la stessa Rifondazione, al dunque, conta per il 5 o 6 per cento dell’elettorato), ed ha ingrossato le fila dell’esercito astensionista, impegnandosi però a costruire una rete di attività sociali la cui diffusione è realmente impressionante.
Dunque, un potere onnicomprensivo e che dura da decenni che crolla quasi di colpo; un nuovo potere che non conosce le mediazioni della politica ed esprime direttamente i comandi dell’economia, colorandoli per di più di tratti reazionari e razzisti; una “sinistra sociale” molto diffusa, che ha smarrito il senso della politica novecentesca, ossia la conquista del potere, ma ha in cambio acquistato una grande capacità di “fare società”. Sono tre peculiarità italiane, alle quali non sarebbe difficile sovrapporre i nomi del Pri, di Vicente Fox e dell’Ezln. Ma con una serie di differenze, che ad occhi italiani semmai rendono più attraente la transizione messicana: il Pri era una dittatura, a suo modo più esplicita, e la sua caduta dà un maggiore senso di liberazione; Fox è ancor più brutalmente di Berlusconi emissario del “colore del denaro”; l’Ezln, soprattutto, esprime in modo tanto innovativo la “politica fuori della politica” del futuro, e agisce in modo tanto radicale (quanto lo è la questione indigena), da suscitare gli entusiasmi che conosciamo.
In conclusione, quel che noi italiani riversiamo nello zapatismo è una speranza, quella di trovare risposte utili anche nel nostro paese. Però sappiamo anche, come ha scritto Ramón Mantovani, che lo zapatismo è soprattutto, a sua volta, una domanda. E che le nostre risposte dovremo cercarle, una volta respirata la buona aria del Messico, nella nostra lingua, che non è il castigliano, e nemmeno lo tzotzil.
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