La marcia zapatista si è conclusa. I comandanti e le comandanti ribelli hanno portato buone nuove alle loro basi di appoggio. In tutte le regioni indigene del paese per un bel pezzo ci sarà un tema ed un compito: rendere reale la proposta di legge della Cocopa. A Città del Messico si è costruito il primo contatto tra l’EZLN ed il governo di Vicente Fox ed in Parlamento permane l’eco delle parole della comandante Esther.Quattro mesi prima, dal momento in cui l’Esercito Zapatista aveva annunciato di marciare verso la capitale del paese, praticamente tutti i settori che si sono sentiti coinvolti, hanno partecipato al dibattito nazionale che si è svolto intorno allo zapatismo nell’era di Fox: politici di tutti i segni, il clero, gli uomini del denaro, gli intellettuali e le organizzazioni civiche in tutte le loro diversità.Il presidente Vicente Fox ha risposto con particolare brio alla scommessa, puntando le sue fiches per conquistare–al minor costo possibile come un buon commerciante?–la buona volontà dei ribelli ed ottenere come trofeo un tête-à-tête con Marcos, “suo amico”.Questo è un resoconto dell’accidentato itinerario che comincia con la fine del PRI governo e culmina in Parlamento, il 28 marzo, quando l’irruzione dei comandanti dell’EZLN riesce, alla fine, a dare una svolta di speranza ad una lunga storia di oblio e resistenza.Il processo parte da sotto zero. Dalla fine del 1996, l’allora presidente Ernesto Zedillo aveva smontato pezzo per pezzo i ponti di dialogo che avrebbero potuto esistere tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ed il governo federale. Fin dal giorno in cui rifiutò di firmare gli accordi stabiliti a San Andrés Larráinzar, fino all’ultimo giorno a Los Pinos, è stata privilegiata la via militare come politica di Stato nei confronti del conflitto in Chiapas.Quattro mesi dopo la fine dell’era priista, il primo di questi ponti è stato ristabilito quando, dalla tribuna della Camera dei Deputati, la comandante Esther ha pronunciato per la prima volta, a nome dell’EZLN, un riconoscimento alla volontà di negoziare del “signor” Fox, per aver ordinato lo smantellamento delle ultime tre postazioni militari che il gruppo ribelle aveva indicato come prova della volontà di trattare dell’Esecutivo.
LA SCACCHIERA POLITICA
Per 108 giorni, dalla comunità tojolabal di La Realidad e dagli uffici di Vicente Fox, sono state prese decisioni, sono stati emessi pronunciamenti e sono stati mossi i pezzi della scacchiera politica–indietro o avanti?–ed il 28 marzo, alla fine, l’EZLN, per voce del suo Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno ha riconosciuto: “i suoi ordini sono stati segnali di pace”. Anche gli “insurgentes”, conformemente, hanno impartito “ordini di pace” alle proprie forze regolari ed irregolari affinché non occupassero le postazioni recentemente abbandonate dai soldati federali.E’ difficile sapere con certezza se a sette anni dal cessate il fuoco in Chiapas esista la possibilità reale che truppe zapatiste “avanzino” sulle basi di Río Euseba, Guadalupe Tepeyac e La Garrucha. Ma l’enfasi della comandante su questo punto, la prima delle azioni messe sul tavolo, fa capire l’importanza che l’EZLN assegna al fatto di considerarsi un gruppo sollevatosi in armi, anche se con l’esplicita intenzione di rendere inutili quelle armi.Ai punti due e tre si istruisce il mediatore dell’EZLN, Fernando Yáñez, affinché prenda contatto con la Cocopa e con il commissario di pace Luis Héctor Alvarez, perché entrambi accertino il ripiegamento definitivo dalle sette postazioni militari e che egli “si accrediti come emissario dell’EZLN” ne confronti del governo federale per ottenere la soddisfazione dei due segnali ancora in sospeso. Questi due non dipendono esclusivamente dall’ Esecutivo, perché come nel caso dei prigionieri zapatisti, la soluzione dipende dal Potere Giuridico di almeno due stati al di fuori dei confini del conflitto (Tabasco e Querétaro) e l’approvazione della Legge Cocopa è responsabilità del Potere Legislativo.Lo straordinario della posizione dell’EZLN è che, per la prima volta da quando si è sospeso il processo di negoziazione nel 1996, accetta di trattare con il governo federale. Gli ultimi incaricati di pace dello zedillismo hanno cercato per anni di stabilire questo contatto, anche se con il fine ultimo di farsi fotografare. Non ci sono mai riusciti. Oggi la possibilità di rivedere installato un tavolo di negoziato non è remota, sebbene ognuna delle parti cerchi obiettivi opposti.Da quando ha assunto la Presidenza, a Fox ha sempre preoccupato moltissimo,e lo ha espresso con frequenza, il fatto che l’EZLN non riconosca la sua legittimità. Il suo interesse–quasi un’ossessione–di “conoscere Marcos”,parlare “faccia a faccia, a quattr’occhi” con lui, invitarlo a Los Pinos, è stato oggetto di non poche critiche, compreso quello dei suoi correligionari panisti e degli industriali più legati al suo progetto.Non sarà Marcos, lo stratega e portavoce dell’Esercito Zapatista, colui che al dessert dialogherà con la controparte ufficiale, ma Yáñez, l’emissario, “un mezzo sicuro, di fiducia e discreto per progredire nelle condizioni che permettano un dialogo diretto del commissario per la pace con l’EZLN”, ha dichiarato la comandante.Precedentemente quadro al più alto livello della struttura clandestina dell’ EZLN e del FLN, l’ex comandante Germán entra ora nel terreno della politica legale, chiudendo in maniera definitiva un lungo capitolo della lotta armata.
PRIMI SEGNALI DI DISGELO
I primi giorni del 2000, all’inaugurazione dell’era Fox, dallo studio presidenziale e dalla comunità tojolabal di La Realidad, sono arrivate azioni e parole che indicavano che entrambi i protagonisti avevano intenzione, per ragioni molto diverse, di arrivare ad un punto di convergenza.Giorni prima di insediarsi come presidente, Fox aveva tenuto una riunione con quello che in breve sarebbe stato noto come il Gruppo Chiapas del suo gabinetto. Il futuro Segretario della Difesa, generale Ricardo Vega García, assisteva fiancheggiato da due ufficiali d’alto rango. Per il nuovo governante era chiaro che l’unico ostacolo che poteva interferire con la strategia di sviluppo prioritaria per il nuovo regime, il Piano Puebla-Panamá, era il persistere del conflitto in Chiapas.Fox era rimasto impressionato dall’analisi di uno dei tanti consulenti che circondavano l’équipe presidenziale: “Esiste una formula già sperimentata per neutralizzare e minimizzare la presenza di un’organizzazione guerrigliera al minor costo e senza spargimento di sangue: farle firmare un accordo di pace. Ne abbiamo l’esempio migliore qui vicino, in Centroamerica: dopo i conflitti sanguinosi e prolungati, che cosa è successo al FMLN ed alla URNG dopo la firma della pace? Come forze politiche, in poco tempo sono state ridotte a settori di opposizione perfettamente controllabili”.Fox ha comprato l’idea ed immediatamente si è studiato un piano per ridurre la presenza militare sovradimensionata in questo stato, ereditata dall’ ultimo presidente priista, Ernesto Zedillo, ed inutile agli obiettivi gestionali del nuovo regime.–Qualche problema per sopprimere i sorvoli militari, generale?–È stato chiesto a Vega Garcia. Il generale dopo essersi consultato con i suoi consulenti ha risposto: “Nessuno”.Quindi, si è affrontato il tema del ritiro dei posti di blocco ed altri ancora. I militari hanno acconsentito a tutti i casi presentanti.In effetti, in piena cena di gala nel Castello di Chapultepec, la fredda notte del primo di dicembre, gli invitati all’insediamento di Fox–capi di Stato o i più illustri della classe politica ed imprenditoriale?–commentavano con ammirazione la notizia del giorno: nello stesso momento in cui il nuovo fiammante presidente Vicente Fox assumeva l’incarico, in Chiapas i soldati iniziavano il ritiro militare tanto promesso per tutta la campagna elettorale.Nella zona di conflitto in questione, questo ritiro si limitava, senza dubbio, ad un ritiro di truppe da 53 posti di blocco (1.500 uomini) nella zona de Altos, Cañadas, Selva e Nord. Anche così, è stato un gesto importante e ben calcolato nel tempo.La marcia zapatista si è conclusa. I comandanti e le comandanti ribelli hanno portato buone nuove alle loro basi di appoggio. In tutte le regioni indigene del paese per un bel pezzo ci sarà un tema ed un compito: rendere reale la proposta di legge della Cocopa. A Città del Messico si è costruito il primo contatto tra l’EZLN ed il governo di Vicente Fox ed in Parlamento permane l’eco delle parole della comandante Esther.Quattro mesi prima, dal momento in cui l’Esercito Zapatista aveva annunciato di marciare verso la capitale del paese, praticamente tutti i settori che si sono sentiti coinvolti, hanno partecipato al dibattito nazionale che si è svolto intorno allo zapatismo nell’era di Fox: politici di tutti i segni, il clero, gli uomini del denaro, gli intellettuali e le organizzazioni civiche in tutte le loro diversità.Il presidente Vicente Fox ha risposto con particolare brio alla scommessa, puntando le sue fiches per conquistare–al minor costo possibile come un buon commerciante?–la buona volontà dei ribelli ed ottenere come trofeo un tête-à-tête con Marcos, “suo amico”.Questo è un resoconto dell’accidentato itinerario che comincia con la fine del PRI governo e culmina in Parlamento, il 28 marzo, quando l’irruzione dei comandanti dell’EZLN riesce, alla fine, a dare una svolta di speranza ad una lunga storia di oblio e resistenza.Il processo parte da sotto zero. Dalla fine del 1996, l’allora presidente Ernesto Zedillo aveva smontato pezzo per pezzo i ponti di dialogo che avrebbero potuto esistere tra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ed il governo federale. Fin dal giorno in cui rifiutò di firmare gli accordi stabiliti a San Andrés Larráinzar, fino all’ultimo giorno a Los Pinos, è stata privilegiata la via militare come politica di Stato nei confronti del conflitto in Chiapas.Quattro mesi dopo la fine dell’era priista, il primo di questi ponti è stato ristabilito quando, dalla tribuna della Camera dei Deputati, la comandante Esther ha pronunciato per la prima volta, a nome dell’EZLN, un riconoscimento alla volontà di negoziare del “signor” Fox, per aver ordinato lo smantellamento delle ultime tre postazioni militari che il gruppo ribelle aveva indicato come prova della volontà di trattare dell’Esecutivo.
NIENTE DI NEGATIVO, NIENTE DI POSITIVO
Il 2 dicembre si è tenuta l’attesa conferenza stampa del portavoce dell’ Esercito Zapatista a La Realidad. Dal “sì” o dal “no” pronunciato dagli zapatisti in questo piccolo agglomerato di case, con un solo impianto elettrico e senza servizi telefonici, dipendeva la possibilità di riattivare il negoziato tra il governo federale e l’EZLN, e che Fox potesse affrontare una delle maggiori sfide ereditate dal vecchio regime: la guerra in Chiapas.La risposta fu: “la ripresa del dialogo tra il governo federale e l’EZLN è possibile”. Per voce del subcomandante Marcos, gli zapatisti dissero a Fox: “Lei parte da zero in quanto a credibilità e fiducia. Questo significa che non deve recuperare, ancora, niente di negativo, perché è corretto dire che lei non ci ha attaccato”.Per riprendere il dialogo, gli zapatisti hanno anteposto il compimento di tre condizioni minime: l’approvazione, da parte del Potere Legislativo, della proposta di legge della Cocopa; la liberazione degli zapatisti prigionieri in Chiapas ed in altri stati; il ritiro di sette delle 259 postazioni militari che l’Esercito occupava in Chiapas. Con questo ha voluto chiedere al governo federale di rispondere a tre domande fondamentali: “Fox è al comando dell’Esercito ed è disposto ad abbandonare la via militare?Riconosce che gli zapatisti non sono delinquenti ma attivisti sociali? Non tornerà a ripetersi la storia di razzismo ed umiliazioni contro gli indigeni messicani?La notizia del "sì” zapatista è arrivata nel vortice delle “foxifiestas” organizzate dai settori che si considerano “la nuova classe politica” del paese. Da La Realidad, l’EZLN rendeva esplicito il suo proposito di “uscire a fare politica”. Il catenaccio che teneva bloccata da cinque anni la porta della soluzione negoziata era stato eliminato. Il giorno dopo Fox rispondeva: “Cercheremo di soddisfare le condizioni che ci avete posto”.Ma oltre che mettere sul tavolo le tre pre-condizioni, il subcomandante Marcos annunciava la marcia verso Città del Messico. Quindi, un’ organizzazione armata, ma con vocazione alla politica, non alla guerra, si propone di portare la resistenza che vivono gli zapatisti in Chiapas al gran foro nazionale."
GESTO DI ALTISSIMO LIVELLO
“Il 4 dicembre scorso, Fox inviava al Senato l’iniziativa di legge della Cocopa con un ampio documento a suo sostegno. Il leader del panismo, Felipe Bravo Mena, lo qualificava come "un gesto di altissimo livello”, ma non tardava ad elevare al rango di strategia partitica un documento di 22 punti per discutere e sminuire lo spirito della proposta della Cocopa. Il senatore Diego Fernández de Cevallos ha avvertito “Non ci sarà azione automatica (per la legge di riconoscimento dei popoli indigeni). Il Senato non si farà impressionare”. Fino ad ora, il vertice panista mantiene questa grave discrepanza con il suo presidente.Otto dicembre. A livello statale la mappa chiapaneca cambia colore. Ne assume il governo un mandatario non priista, Pablo Salazar Mendiguchía, tra grandi aspettative di cambiamento, ma anche tensioni e contraddizioni.22 dicembre. In un giorno in cui i tzeltales della selva vivono come una festa, i soldati si ritirano dall’ejido di Amador Hernández e la Sedena consegna la governatore 3,5 ettari espropriati dall’ex presidente Ernesto Zedillo “per scopi militari”. L’EZLN accoglie il primo ritiro come “un buon segnale ed un passo importante”.Ma si comincia a vedere che !qualcuno" all’interno della cerchia del potere ha posto il freno. Dalla sua terra, León, Fox dichiara: “Abbiamo fatto questi passi che oggi hanno messo da parte possibili ostacoli e credo che ora spetti all’EZLN far vedere se ci dà l’opportunità che inizi questo dialogo per arrivare alla soluzione totale del conflitto”.A partire da quel momento, il Presidente non avrebbe lasciato passare una settimana senza emettere due o tre dichiarazioni sull’argomento. Abbondano le iniziative per incontrarsi con Marcos–Fox dimentica che il suo interlocutore è l’EZLN?–ma anche gli avvertimenti tipo “noi abbiamo già adempiuto”, “ora non faremo ulteriori concessioni”, fino a “consegnate le armi”. Sembrerebbe fare un discorso buono per le organizzazioni che si sono raccolte intorno alla marcia ed un altro per parare le critiche che gli piovono addosso dal suo stesso ambiente, gli imprenditori, il PAN ed anche settori del PRI.Il 31 dicembre si sgombera la seconda base, mentre la comunità di Jolnachoj, nella regione de Los Altos, preme ed occupa la posizione, provocando l’ uscita disordinata e tesa dei soldati.Sulla scena nazionale, il governo Fox soffre i primi impatti del PRI nel sud-sudest. In Tabasco, dopo l’annullamento delle elezioni, il Parlamentolocale, controllato dall’allora governatore Roberto Madrazo, escogita un golpe legislativo per lasciare al governo un altro delfino del madracismo.In Yucatán già si intravede la crisi e la controffensiva di Víctor Cervera Pacheco.La cupola imprenditoriale si prepara per il lancio del piano di sviluppo del sud-sudest, un pezzo base del mega-progetto Piano Puebla-Panamá (PPP). Entrano in gioco forti interessi economici dei principali patrocinatori, membri del Fondo Chiapas creato all’inizio del conflitto, nel 1994, con la partecipazione dei consorzi più forti (tra gli altri il Grupo México Desarrollo, il Grupo Modelo, il Grupo Escorpión, Pulsar, Protexa, Mina, Maseca, Nestlé, Herdez, Serfin e Bancrecer).Nelle analisi del progetto si cita la necessità di “democratizzare” i livelli di governo locali, una chiara allusione ai “cacicazgos” priísti che ancora dominano in Tabasco e nella penisola dello Yucatán. E’ anche implicita la persistenza dell’EZLN in Chiapas. Subito, alla fine di febbraio, il Segretario per le Relazioni Esterne, Jorge Castañeda, rende esplicito l’interesse di questa potente lobby dell’iniziativa privata nel Piano Puebla-Panamá e l’urgente bisogno di concludere, al più presto ed al minor costo possibile, “la questione del Chiapas”: a Madrid afferma che il PPP è “il corollario logico e di lungo respiro” della strategia di Fox per il Chiapas.A questo punto, è evidente che molto presto si apriranno diversi fronti di conflitto per il nuovo mandatario.
CORTINE DI FUMO
Il 5 gennaio, in un modo molto “light”, Fox dice che per andare a Città delMessico gli zapatisti dovranno farlo senza armi e senza passamontagna e conquesto apre il vaso di Pandora: settimane e fiumi di inchiostro sispargeranno nel falso dilemma che nel fondo nasconde l’opinione delle forzeconservatrici riguardo l’illegalità della mobilitazione zapatista. L’EZLNdichiara: viaggerà senza armi e con passamontagna.Intanto, il Congresso Nazionale Indigeno realizza le consultazioni locali,decidendo la sede del suo terzo incontro: Nurio, un piccolo villaggio digrande tradizione collettiva sull’altopiano purépecha. Nelle comunità ruraliindigene, lontane dall’attenzione dei politici e dai riflettori dei mezzi dicomunicazione, il lavoro è intenso.Mentre l’Esercito si ritira dalla base militare di Cuxuljá, a 20 minutidalla capitale municipale Ocosingo, il 9 gennaio Fox annuncia che dellesette postazioni chieste dall’EZLN, “quattro sono state abbandonate”. Piùtardi precisa che in cambio “chiediamo solo che abbandonino le armi”,ricorrendo alla vecchia formula di anteporre la condizione di consegna dellearmi al negoziato, prova che si sta pensando al dialogo come tattica e noncome obiettivo.Per la seconda metà di gennaio, si fanno evidenti le pressioni sull’Esecutivo. La portavoce presidenziale, Martha Sahagun, confessa che esiste"un cambio di strategia". La senatrice panista María Luisa Calderón, marcail segno per la battaglia delle settimane successive, persa in fin deiconti, dei legislatori panisti per chiudere le porte del Parlamento aglizapatisti: “Il Parlamento riceve i cittadini che non sono in guerra”,avverte.Il suo correligionario, il deputato Armando Salinas, minaccia di sostenereche la legge di concordia non protegge gli zapatisti in questo caso e cheuscendo dai loro territori dovranno essere arrestati. Dal PRI arrivanoallineamenti su questa corrente del PAN. Il senatore priista Manuel Bartletturla ai quattro venti: “Né Marcos né nessun altro verrà a farci pressione”.Per completare il quadro, l’équipe economica di Fox accerta che le sueaspettative di crescita siano minori di quelle previste a causa dell’abbassamento del prezzo del petrolio, ed in Yucatán esplode con virulenza laprevedibile ribellione dei “cerveristas”. Con un nuovo fronte aperto, ilSegretario di Governo, Santiago Creel, si trova tra l’incudine ed ilmartello, “chamaqueado” dai “cacicazgos” priísti.Varie fazioni politiche urlano al cielo e tra la media imprenditoria Foxviene criticato per aver annullato le restrizioni affinché gli osservatoristranieri espulsi nel sessennio passato ritornino in Messico e per averaccettato a priori i tre segnali degli zapatisti come “attendibili” e noncome parte del negoziato stesso.Gli uomini d’affari sono più espliciti nelle loro critiche nei confronti delPresidente: “Perché devono venire gli zapatisti? Che cosa vengono achiedere?” domanda a nome loro Raúl Picard del Prado, della Canacintra. Ilpresidente del Consejo Coordinador Empresarial, Claudio X. González,assicura che il nord del paese come fonte di risorse naturali “è esaurito” eche il sud “è la grande riserva”. Vari consorzi, tra i quali Kimberly Clark,sperano di poter “entrare” per ripetere il successo ottenuto nella regioneda un’altra firma, Axa Monterrey.Per l’imprenditore è chiaro che la pacificazione in Chiapas “è la chiave”per il Piano Puebla-Panamá, “ma gli zapatisti non sembrano volerlo”.A Washington assume la presidenza George Bush. L’inizio di una nuova eraultra-conservatrice negli Stati uniti non può essere aliena allo sviluppodella strategia di Fox in Chiapas. Senza contare i gol che piovono nellaporta foxista: a pochi giorni dall’attentato presunto del narcotrafficocontro il governatore di Chihuahua, Patricio Martínez, il capo sinaloenseJoaquín El Chapo Guzmán Loera esce per sempre dal carcere di massimasicurezza di Puente Grande, Jalisco.E per chiudere il cerchio, a Los Pinos interviene l’alto clero con unconsiglio poco cristiano al presidente Fox: “che non ceda troppo” senzaricevere nulla in cambio.L’ultima settimana di gennaio, il commissario per la pace, Luis H. Alvarez,stanco di non ricevere “segnali” dall’EZLN, va in Chiapas per aprire unufficio a San Cristóbal de Las Casas. Vuole farlo anche a Guadalupe Tepeyac,una comunità abbandonata e trasformata in base militare. Ma lì nessuno loriceve. Il consigliere presidenziale Rodolfo Elizondo lo persuade a nonrimanere lì in pianta stabile.Per chi credeva l’EZLN isolato ed agonizzante, è sorprende te l’eco dellavoce del subcomandante insurgente sulla stampa. Per ricevere il cancelliereJorge Castañeda negli Stati uniti, durante la sua prima visita al nuovogoverno di Bush, il New York Times pubblica una notevole intervista conMarcos. Su El Universal, il portavoce ribelle rivela che Castañeda ed ilcommissario per la Sicurezza Nazionale, Adolfo Aguilar Zinser, hanno tentatodi mettersi in contatto con lui. Vari giorni si consumano in pettegolezzi suquesto particolare.Partendo da lì, il sup può concedersi il lusso di programmare e scegliere isuoi intervistatoti, tra questi “autorevoli” come Carlos Monsiváis, JulioScherer, Gabriel García Márquez, Gianni Miná, Ponchito. Non chiunque.Per gli zapatisti il mese si conclude con una febbrile attività. Negli statiin cui passeranno si organizzano gruppi sociali per progettare e realizzarel’infrastruttura della carovana. Il comandante David avverte che andranno"per un cambiamento di fondo nel paese".All’inizio di febbraio Fox riprende nuovo brio: assicura che sarà audace difronte alla sfida che rappresenta la marcia. Attraverso il commissario perla pace Luis H. Alvarez, tenta di “patteggiare” le condizioni dellamobilitazione e di ottenere qualche tipo di contatto “diretto e discreto”con gli zapatisti. Ma l’hanno già detto e non si smentiscono: vengono aparlare con il Congresso e non con l’Esecutivo.In Colombia il presidente Andrés Pastrana si ritrova con il leader storicodelle FARC, l leggendario “Tirofijo”. Fox insisterà fino allo sfinimento:“Voglio vedere Marcos”.La visita del presidente George Bush domina l’agenda presidenziale a metàfebbraio. Immediatamente dopo nasce il diversivo intorno alla Croce RossaInternazionale che si conclude con il rifiuto di questo organismo neutraledi proteggere la marcia. Nel Potere Legislativo comincia la farsa deipanisti, che insistono che non si permetta che si profani l’aula delleCamere con la presenza degli incappucciati.Il giorno 22 è pronto il palco della marcia. San Cristóbal de Las Casas è unbrulichio di carovanieri. A Los Pinos, Fox lancia la posta “Metto a rischiotutto il mio capitale politico. Bisogna dare un’opportunità alla marcia.Benvenuti!”.E loro, da là, arrivano..
Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos






