Ormai tutto è pronto, a Città del Messico. Al mattino, i ventiquattro comandanti zapatisti lasceranno la Enah, l’istituzione universitaria in cui risiedono da quando sono arrivati nella capitale, per raggiungere la sede del Congresso, la camera dei deputati. E’ presumibile che questo nuovo viaggio sia accompagnato dalle folle che hanno accolto ovunque gli zapatisti. Nella sede del parlamento, dice l’ultimo comunicato dell’Ezln, “entreranno per la prima volta non dalla porta del retro”; Poi, alle 11 di mattina (in Italia saranno le 19), il primo dei rappresentanti zapatisti, forse lo stesso Marcos, prenderà la parola. Saranno in quattro, a parlare, uno per mezz’ora e gli altri per un quarto d’ora; a seguire, parleranno, ciascuno per un quarto d’ora, i quattro delegati del Congresso nazionale indigeno, in rappresentanza delle cinquantadue etnìe del paese. Ad ascoltarli, nell’aula parlamentare, ci saranno tutti i deputati e i senatori della repubblica, tranne quelli del Pan (Partido de acción nacional), il partito del presidente Fox: i membri delle commissioni interni, affari costituzionali e affari indigeni per obbligo, tutti gli altri perché lo hanno deciso. Ma ci saranno, soprattutto, i 220 osservatori e i 40 invitati speciali: tutti, dal primo all’ultimo, indigeni.
Con uno di quei colpi di fantasia che gli hanno permesso di arrivare fino alla più alta tribuna politica del paese, l’Ezln ha consegnato al parlamento una lista di invitati che, da sola, vale il prezzo del biglietto. Tra i messicani, Francisco Gómez, comandante zapatista ucciso nei giorni dell’insurrezione, nel 1994, nonché Rodolfo Montiel Flores e Teodoro Cabrera García, difensori della natura incarcerati nello stato di Guerrero, recentemente insigniti del Premio Chico Mendes e di cui il segretario generale di Amnesty International, Pierre Sané, ha chiesto la liberazione immediata. Altri quattro invitati sono inseguiti da mandati di cattura per aver difeso le loro comunità. Ma, forse soprattutto, sulle tribune del Congresso messicano ci saranno Antonio Vargas, presidente della Conaie ecuadoriana e leader del levantamiento indigeno, e ancora dirigenti indigeni del Nicaragua e della Colombia. Come dire: di fronte a voi, deputati e senatori, e opinione pubblica mondiale, non avete solo gli indigeni messicani, ma persone rappresentative di quel che l’ex vescovo di San Cristóbal, Samuel Ruiz, definisce il “risorgimento indigeno”.
L’oggetto del dibattito, la legge di riforma costituzionale sui diritti e la cultura indigeni, testimonia per altro della profondità del cambio che l’Ezln e i suoi alleati stanno chiedendo. Il subcomandante Marcos, alla vigilia, ha detto che “non ci saranno vincitori né sconfitti”. Ma si tratta di stabilire se le comunità indigene hanno diritto non solo alle loro lingue, ma anche ai loro sistemi politici basati sull’assemblea comunitaria, e alla proprietà collettiva della terra e delle risorse naturali, in coerenza con il rapporto–assai diverso da quello occidentale–che le culture indigene hanno con la natura. Accogliere queste richieste non solo metterebbe fine, a favore degli indigeni, a una lotta durata oltre mezzo millennio (Marcos, quando gli hanno chiesto quanti anni ha, ha risposto: “509”, alludendo alla conquista spagnola), sul possesso della terra, ma muterebbe le basi stesse dello stato messicano.
Quanto duro sia questo passaggio è testimoniato dallo scontro, ormai esplicito, tra il presidente Fox, che ha scelto, come lui stesso ha detto, di assecondare “al limite” le richieste zapatiste, e il suo partito, il Pan, rappresentante della destra sociale più razzista e la cui direzione ha ordinato ai parlamentari di disertare la seduta di oggi con gli zapatisti. Tre giorni fa, una assemblea organizzativa del Pan, presente Fox, si è conclusa con i delegati che scandivano polemicamente “Diego, Diego”, nome di Diego Fernández de Cevallos, leader in parlamento del Pan, che si è opposto fino all’ultimo all’invito all’Ezln, conducendo il suo partito alla disastrosa sconfitta nella votazione di venerdì scorso, quando una nuova maggioranza disse sì alla concessione della tribuna agli zapatisti. Fox, per il momento, procede sulla strada che ha scelto, e lunedì il ministro degli interni, Santiago Creel, ha comunicato che, con un decreto, le basi militari del Rio Euseba e di Guadalupe Tepeyac, che circondavano il famoso villaggio zapatista de La Realidad, saranno evacuati dai militari e trasformati in “centri comunitari”: una nuova e molto simbolica vittoria dell’Ezln, se si pensa che Guadalupe era stata occupata nel febbraio del ’95 e che tutti i suoi abitanti da allora vivono in esilio sulle montagne.
Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos






