Parole dell''EZLN il 21 marzo alla città universitaria, Unam - seconda parte

Fratelli e sorelle studenti e studentesse dei Collegi di Scienze e Lettere, della Scuola Nazionale Preparatori, delle Facoltà e Scuole Nazionali.
Fratelli e sorelle maestri e maestre, ricercatori e ricercatrici.
Fratelli e sorelle lavoratori e lavoratrici manuali ed amministrativi Universitari tutti:

E’ un onore per noi zapatisti trovarci nella massima casa di studi del Paese, l’Università Nazionale Autonoma del Messico. Perché, per quanta pubblicità paghino le università private, nessuna di loro può occupare il ruolo che la UNAM riveste e che le hanno saputo assegnare coloro che vi lavorano e gli studenti che la vivono. Ringraziamo tutte e tutti di averci aperto questo spazio. Sappiamo che non sono state poche le difficoltà che avete dovuto superare affinché la nostra visita si realizzasse. Sappiamo che tutte e tutti hanno fatto i loro migliori sforzi ed hanno saputo accantonare le differenze che sono naturali, ed inoltre, auspicabili in una università. Perché l’università è questo, un universo di pensieri che imparano a convivere, non a soccombere, gli uni con gli altri. Sappiamo anche che esistono ferite profonde in entrambe le parti. Non siamo venuti a sostenere le une o le altre. Neppure ad erigerci a giudice che sputa sentenze secondo il volubile giudizio dei mezzi di comunicazione che un giorno assolvono ed un altro condannano. Quelli che non hanno risparmiato critiche e insulti alla UNAM per la mobilitazione del passato sciopero, oggi riconoscono che si stanno gettando le basi per un grande progetto, tollerante ed includente, di difesa dell’ università pubblica e gratuita. La’ in alto desiderano un’università intrappolata nell’immobilismo o nell’ azione irriflessiva. Queste due possibilità vanno entrambe a beneficio di chi ha inserito nell’obiettivo della privatizzazione l’educazione superiore, l’ energia elettrica, il petrolio, il patrimonio culturale, i popoli indios, l’ intera nazione. Chi pensa che la UNAM finirà per distruggersi in guerre interne, scopriranno presto il loro errore. Qui, davanti a noi, ci sono alcuni dei migliori uomini e donne del Messico, studenti, maestri e lavoratori, giovani in maggioranza, e la loro azione dovrà suscitare l’ammirazione ed il rispetto non solo di chi già amiamo ed ammiriamo, ma anche di altri che, come noi lottano per la dignità.

Università Nazionale Autonoma del Messico: gli zapatisti ti salutano.
Universitari ed universitarie:

Non verrò io a dirvi quanto costa portare addosso questo nome. Voi lo sapete bene perché lo portate con dignità. Quel simbolo non è solo l’appartenenza ad un istituto di studi superiori. E’ anche un segno che suscita orgoglio o vergogna in chi lo porta, a seconda del ruolo che si occuperà in un domani. Noi, che siamo del colore della terra, pensiamo che il modo migliore per affacciarsi al domani sia guardare in basso. I nostri antenati ci hanno insegnato che la verità suole cercare la sua origine vicinissimo al suolo, e che la menzogna cerca le altezze per sapersi impune e potente. Nella terra che cresce verso l’alto, il potere del denaro sta in alto ed in basso sta chi sostiene le sue torri sulle spalle eppure, deve adattarsi a raccogliere i resti e l’immondizia che vengono dall’alto. In basso ci siamo noi che siamo del colore della terra, l’indigeno, l’ operaio, il campesino, l’impiegato, il maestro, lo studente, la casalinga, il colono, l’intellettuale, l’artista, il religioso, l’omosessuale, la lesbica, il disoccupato, il giovane, l’uomo, la donna, l’anziano, il bambino. In basso sta il bambino, sì. Sapendolo guardare potremo affacciarci al domani e poi optare, scegliere il nostro ruolo. Molte volte abbiamo sentito che tutti, soprattutto i giovani, devono guardare al futuro per essere responsabili, maturi, adulti. Guardiamo allora. E’ lì: non ci sono che numeri. Ci contrassegnano con un numero nell’adolescenza, siamo un numero di matricola a scuola, arriviamo alla giovinezza, ai 18 anni, il numero della credenziali di elettore ed il numero nel registro federale delle tasse.

A partire da lì, la maturità avanza sommando altri numeri: il numero della carta di credito, il numero del conto corrente bancario, il numero della patente, il numero del libretto di circolazione, il numero del telefono, il numero del domicilio, il numero del libretto della pensione, il numero dell’ assicurazione sanitaria, il numero di detenuto dentro o fuori dal carcere, il numero del cartellino, della bolletta della luce, del gas, dell’acqua.

Poi saremo numeri nel sondaggio, nella votazione, nell’indice di povertà, nell’indice di analfabetismo, nella percentuale di incidenti, di malattie curabili, delle preferenze commerciali, degli ascolti radio, televisivi, del soddisfacimento tra i consumatori del detersivo “La briciola” che lava tutto tranne la coscienza.

Sì, se ci affacciamo al futuro che lassù ci promettono, non siamo quello che siamo.
Siamo un numero. Non una storia.

Lassù ci assicurano che la cosa più importante è l’individuo. Che bisogna preoccuparsi di se stessi e non degli altri. Che il cinismo e l’egoismo sono virtù. Che la bontà e la solidarietà sono difetti da correggere. Che tutto ciò che è pensiero comune, collettivo, è indice di totalitarismo. Che non c’ è altra libertà che quella individuale e personale. Lassù ci dicono che solo uno in particolare importa, l’unico che è ognuno, cioè, l’uno che è. un numero. Eppure, in quel futuro non siamo uno, non siamo individui con una storia propria, con virtù e difetti, con desideri e frustrazioni, con vittorie e sconfitte, con sogni ed incubi. No, siamo solo un numero.

Abbiamo valore come persona non perché lottiamo. Non perché noi abbiamo costruito una storia personale in cui la dignità sia la colonna vertebrale ed unica eredità di valore. Non perché desideriamo essere migliori e ci sforziamo di esserlo tutti ed in ogni minuto di ogni ora, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni. Abbiamo valore come persona se accumuliamo più numeri del resto. Saremo riconosciuti se emergeremo sopra gli altri, non insieme agli altri. Per ogni uomo o donna di successo esistono milioni sulla cui sconfitta si è costruito il successo di uno solo. E gli argomenti per l successo sono, ancora, i numeri: tanti milioni accumulati, tanti milioni rubati, tante proprietà acquisite, tante proprietà usurpate.

Non ci sono collettività di successo? Certo, ce ne sono, ma siccome non accumulano numeri, non contano. Perché lassù in alto si contano numeri, non vite e né storie. Questo è il futuro che ci promettono là in alto e ci dicono che siamo liberi di scegliere, non il nostro futuro, ma il numero che avremo in quel futuro al quale siamo condannati. Ma non guardiamo tanto in alto e regaliamo uno sguardo a quello che c’è in basso.

Abbiamo detto che c’è un bambino, no un piccino. C’è un bambino che, per esempio, si chiama Pedro. E, per esempio, Pedro è messicano, figlio di padre e madre messicani, nipote di messicani, fratello di messicani, figlioccio e nipote di messicani. E, per esempio, Pedro è indigeno oltre ad essere bambino. E, per esempio, Pedro è povero, oltre che essere messicano, bambino ed indigeno. E, per esempio, Pedro è nato in montagna ed in montagna ha imparato a giocare, a parlare, a crescere.

E Pedro ha una casa ma non è nato ne cresciuto, ne ha giocato nella sua casa, perché in casa sua ci sono alcuni soldati che, dicono, sono lì per difendere la sovranità nazionale che, fino a che non accada qualcosa d ’altro, è la sovranità del Messico. I soldati difendono la sovranità del Messico di fronte alla minaccia di un bambino messicano, indigeno e povero. Il governo del Messico usa i soldati messicani per difendersi dai bambini indigeni messicani, perché, dicono là in alto, Pedro sì, è un bambino messicano, indigeno e povero, ma è anche zapatista. Nessuno se lo è chiesto, ma Pedro dice che egli è un bambino zapatista, figlio di zapatisti, nipote di zapatisti, fratello di zapatisti, cugino, figlioccio e nipote di zapatisti. Per questo Pedro è nato tra le montagne e non in casa sua, perché invece di numeri, ha sommato su di sé quello che agli occhi dei potenti è un reato. Perché in Messico essere bambino è un reato, essere povero è un altro reato, essere indigeno è un ulteriore reato ed essere zapatista è il colmo del reato. Per questo ci sono i soldati nella casa di Pedro, perché Pedro, che ha 4 anni, è un criminale per quelli che governano là in alto.

Ma là in alto dicono che già si è verificato un cambiamento democratico, che il 2 luglio e ‘mortacci sua’, così hanno deciso di essere generosi ed hanno pronunciato la loro sentenza: Pedro può tornare nella sua casa se si umilia, se continuerà ad essere bambino e povero ed indigeno ma la smetterà di essere zapatista. Perché se smetterà di essere zapatista, allora imparerà ad essere un numero che somma altri numeri. Scusate se vi ho annoiato.

Voi siete universitari ed universitarie ed io sto qui, facendovi perdere tempo con la storia di un bambino che, certamente, si chiama Pedro in onore ad un‚insurgente Zapatista caduto in combattimento il primo gennaio 1994, quando noi del colore della terra abbiamo scosso il mondo.

Io sto parlando di un bambino indigeno, invece di parlarvi della rivoluzione mondiale, dell’insurrezione, delle tattiche e strategie, della congiuntura, delle condizioni oggettive e soggettive, gli spartiacque, il-popolo-unito-non-sarà-mai-sconfitto, e se-zapata-fosse-vivo-sarebbe-con-noi.

Io sto parlando di un bambino indigeno, invece di parlarvi del (?) PONTE TRUCHA, DEL AGANDALLA PA QUE NO TE AGANDALLEN, DEL UCA, UCA EL QUE SE LO ENCUENTRA SE LO EMBORUCA, DEL PRESTA PA´LA ORQUESTA, DEL CUMPLE LA LEY CARNAL, PERO LA DE LEY DE HERODES Y COMO QUIERA TE CHINGAS Y TE JODES (?), dello sterile rancore, del cinismo fatto carriera laurea inclusa, del negozietto, dell’automobile, della tivù, del popolo-unito-sempre-sarà-sconfitto, di se-zapata-fosse-vivo-a-star-con-noi-si-annoierebbe.

Ma voi siete universitari ed universitarie, e gli universitari e le universitarie sono pazienti, generosi, intelligenti, così che comprenderete che sto solo cercando di dirvi chi è uno zapatista. Perché noi siamo zapatisti. Bene, siamo così noi zapatisti, i ribelli che rifiutiamo di esseri numeri, quelli che preferiscono essere degni, quelli che non si vendono, quelli che non si arrendono, quelli che, quando vogliono vedere il futuro, non guardano in alto cercando un simbolo monetario; quelli che quando vogliono affacciarsi al domani, guardano in basso e cerchiamo e lì vediamo un bambino ed in lui cerchiamo e troviamo non quello che eravamo, ma lo specchio di quello che saremo.

Per cui, anche se sembra che noi zapatisti teniamo lo sguardo basso, in realtà lo leviamo ben alto, molto più in alto di chi là in alto crede di essere molto alto. Volgiamo la vista in alto perché, quando parliamo del domani, stiamo guardando un bambino.

Questo è qualcosa che non possono comprendere né i parlamentari né l’équipe di Fox, ma sono sicuro che voi, che siete universitari ed universitarie, lo potete capire.

Perché a differenze di quelli che stanno là in alto, voi sì siete intelligenti, altrimenti ora vi trovereste alla dirigenza di qualche organismo industriale.

Voi sì lo potete capire perché guardandoci, state guardando in basso ed avete scoperto che non siamo un numero che cerca di accumulare numeri, ma solo uno specchio.

Fratelli e sorelle della UNAM:
Vogliamo chiedervi una cosa.

Agli studenti ed alle studentesse vogliamo chiedere di studiare e lottare. Che senza smettere di lottare, portino a termine i loro studi. Che escano dall’università, Che non rimangano dentro. Perché l’università, con tutto l’ essere universale, è limitata. Là fuori esiste un altro universo e siete necessari e necessarie là affinché lottiate là fuori. Perché là fuori ci siamo noi e molti altri come noi. Perché con noi avete un ruolo e non un numero. Perché non approfittiate della giovinezza per avere il pretesto di egemonizzare ed omogeneizzare l’altro alunno, l’altro professore, l’altro lavoratore, l’altro diverso.

Ai professori e professoresse, ai ricercatori e ricercatrici:
Vogliamo chiedere che insegnino ad imparare a vedere tutto, compresi noi, con spirito critico e scientifico. Che insegniate e si insegni a vedere l’altro, perché vederlo significa rispettarlo e rispettare l’altro è rispettare se stessi. Che non permettano che il loro lavoro di insegnamento e ricerca sia degradato dalla logica del mercato, dove è importante il volume delle cartelle e non la conoscenza che si produce, dove vale solo la firma in calce alla lettera a sostegno del signor Rettore, dove il criterio perché un progetto abbia dei finanziamenti, è il numero delle ore impiegate in udienze e corteggiamenti a funzionari grigi ed analfabeti. Che non facciano del sapere un potere che pretende di egemonizzare ed omogeneizzare l‚altro professore, l‚altro ricercatore, l‚altro alunno, l‚altro lavoratore.

Ai lavoratori ed alle lavoratrici:
Vogliamo chiedere che ricordino che hanno scritto pagine gloriose della lotta per migliorare le condizioni di lavoro. Che non dimentichino che sono stati un esempio di solidarietà con le cause giuste in Messico e nel Mondo. Che, voi lo sapete meglio di noi, producano memoria perché non è ancora stata scritta l‚ultima pagina del libro della loro storia.

A tutti gli universitari ed universitarie:
Non smettete mai di guardare in basso, non smettete di cercare un bambino, non smettete di cercare né di incontrare un domani che, come tale, sarà collettivo o non sarà affatto.

Fratelli e sorelle universitari:
Non sono pochi i dolori che ci uniscono. Molte sono le speranze che riconosciamo uno nell‚altro. Il nostro desiderio, come zapatisti, è che guardandovi e voi guardando noi, possiamo sempre incontrare la dignità, perché così I nostri antenati chiamavano il domani.
Universitari ed universitarie:
Siamo qui, voi e noi, e voi e noi siamo la Dignità Ribelle.

Democrazia! Libertà! Giustizia!

Dall‚Aguascalientes „Specchio D‚Acqua, Città Universitaria, UNAM Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno ˆ Comando Generale dell‚Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Messico, marzo 2001

(Traduzione Comitato Chiapas Maribel – Bergamo)

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