Tre domande sull'Ezln

Quello zapatista dalla selva Lacandona fino a Città del Messico, è stato non solo un viaggio nella geografia del paese, ma, soprattutto, un viaggio dentro la sua società e la sua storia. Come ha scritto Yvon Le Bot (autore dell’indispensabile e ormai introvabile “Il sogno zapatista”), siamo probabilmente nell’epoca del post-Ezln: quel che era nato come una formazione armata in guerra con il governo è diventato ora, dopo sette anni, e riflettendo, come Marcos fa nell’intervista a Ignacio Ramonet, sull’ostacolo che sta diventando la forma militare dell’Ezln, il catalizzatore di un’alleanza sociale inedita, che si confronta con un avversario anch’esso inedito. Qualcosa, ha scritto Le Bot, che “non passa per la formazione di un partito, la presa del potere né atteggiamenti nazionalisti, ma per l’emergere di un contro-potere, per una opposizione creativa e festosa, per la ricomposizione degli attori di base, di una moltitudine e diversità di attori”.

In sintesi estrema, si può dire che il viaggio zapatista è appena cominciato. Che la sua conclusione, la decisione della delegazione dell’Ezln di restare nella capitale a oltranza, cioè fino all’approvazione definitiva della legge di riforma costituzionale sui diritti indigeni, modifica in permanenza il panorama sociale e politico del paese, e propone urgentemente almeno tre domande. La prima, quale sarà l’evoluzione del conflitto sociale messicano. La seconda, come questa vicenda, così fortemente significativa dei conflitti nell’epoca della globalizzazione, influirà sull’evoluzione e le connessioni dei movimenti che si sono resi visibili a Seattle, e che a Porto Alegre hanno trovato una loro prima espressione positiva. La terza, in che senso questa vicenda riguarda anche noi italiani.

Il primo problema, l’evoluzione delle cose in Messico, è un mistero per tutti. Il fatto è che tutti gli attori del conflitto si sono inoltrati su un terreno sconosciuto. E’ la prima volta, a parte forse l’Ecuador, paese molto meno grande del Messico, che una società civile, raccolta attorno alla questione indigena come simbolo dell’impoverimento della maggioranza, affronta un potere politico che a sua volta, più che una capacità di tradurre in egemonia, nel senso gramsciano, gli interessi di una parte sociale, è espressione diretta degli imprenditori e della finanza locali, a loro volta tributari degli Stati uniti, delle multinazionali e della finanza internazionale.

In sostanza, è come se lo scontro avvenisse in assenza di regole, cioè della politica: perché la sinistra (il Prd) si è scissa tra una base che si è sciolta nel movimento popolare e un vertice che tratta i suoi voti in parlamento con il partito del presidente Fox, che non ha la maggioranza; perché il partito dello stesso Fox (il Pan), è una destra razzista e intransigente, che incorpora bene la totale avversione dell’imprenditorialità a una autonomia indigena che ostacolerebbe in modo catastrofico sfruttamento di risorse e piani come il “Puebla-Panamà”, una sorta di “razionalizzazione” liberista di produzione e trasporti in tutto il Centro America; perché l’antico partito-stato (il Pri) è in coma, e non è più in grado di assicurare ammortizzatori sociali e politici; perché infine, e soprattutto, la materia del contendere è di natura costituzionale, ovvero le forme della proprietà e dell’autogoverno, il che significa (dicono intellettuali messicani come Elena Poniatowska e Carlos Monsiváis) che il problema è appunto la decadenza della forma di stato uscita dalla rivoluzione di novant’anni fa (che ha interrotto la rivoluzione, cioè) e dunque la necessità di una nuova forma di stato nazionale aperto al sociale e inserito positivamente nella globalizzazione.

Come possa evolvere uno scontro in cui da una parte (quella zapatista e sociale) vi è la necessità di ri-creare reti e organizzazioni, e autogoverno, e dunque vi è il bisogno di tempi non brevi, e dall’altra (quella di Fox) l’imperativo di trasmettere alle borse mondiali l’immagine di un paese che dialoga pacificamente, tenendo al contempo a bada i duri della destra economica che già recalcitrano, ebbene, questo lo si vedrà, come dicono gli zapatisti, camminando e domandando. Intanto, si può constatare che, grazie alla marcia, l’Ezln ha raggiunto il massimo di consensi e che sta via via incalzando le sue controparti, dicendo ad esempio che non parlerà in parlamento se non di fronte all’assemblea plenaria. Forse, questo braccio di ferro sarà rapido e provocherà un qualche genere di “crisi” istituzionale.
Alla seconda domanda ha già risposto il subcomandante Marcos. Dicendo, alla delegazione di Rifondazione comunista, che l’Ezln parteciperà al controvertice di Genova in occasione del G8 di luglio. E poi invitando personalmente in Messico persone come José Bové e Bernad Cassen (il presidente di Attac Francia) e comunicando loro il forte interesse dell’Ezln a partecipare della rete globale antiliberista che si è appunto materializzata a Porto Alegre, e che comprende, tra innumerevoli attori minori, Via Campesina (e cioè i Sem Terra brasiliani, la Confédération Paysanne francese, ecc.), le associazioni Attac che si vanno costituendo ovunque dopo la Francia (anche in Italia), movimenti sindacali soprattutto del sud e dell’estremo oriente, i movimenti indigeni di mezza America latina, e così via. Se coloro che, per unanime constatazione, hanno iniziato nel ‘94 una resistenza tanto radicale e con i piedi ben piantati nella storia locale, quanto moderna e in grado di parlare al mondo, si associeranno a questa rete, si potrà ben dire che un nuovo genere di “internazionale” sta nascendo. Il fatto che il principale appuntamento del 2001 sia a Genova, dice che l’assenza totale di intellettuali e politici di sinistra italiani sia a Porto Alegre che a Città del Messico, è uno svantaggio che dobbiamo rapidamente cercare di colmare.

La terza questione è molto complessa, e varrà tornarci in futuro. Finora, lo zapatismo aveva avuto in Italia una diffusione molecolare, tra gruppi di solidarietà e organizzazioni sociali (come i centri sociali), che aveva prodotto un dibattito molto approfondito (una trentina di libri sono stati pubblicati, dal ‘94) e forme di cooperazione tenaci e coraggiose (che hanno portato all’espulsione di massa, nel ‘98, di 130 italiani, e alla partecipazione attiva di altri 300 in questa marcia). Con due problemi, però: il primo, la tendenza di parte di alcuni di questi settori a tagliare corto, a definirsi “zapatisti” e a imitare il linguaggio dell’Ezln, dimenticando quanto affondino nelle radici del Messico la questione indigena e la vicenda rivoluzionaria di Emiliano Zapata e quanto l’Italia sia ovviamente differente; il secondo, la totale sordità e/o indifferenza, come si diceva, di intellettuali e dirigenti della sinistra politica, con l’eccezione di Fausto Bertinotti e pochissimi altri, al tema del rinnovamento di forme e obiettivi del conflitto politico e sociale nell’"ambiente" del neoliberismo.

Ora siamo alla vigilia di elezioni politiche che potrebbero (e speriamo di no) sancire la vittoria di una parte politica, il berlusconismo, che altro non è, fatte le debite differenze, se non una variante di quel tramonto della politica (nazionale) e di quell’assunzione diretta del potere locale da parte delle forze dell’economia che in Messico è rappresentata da Fox.. La domanda, quindi, è la seguente: contro un tale avversario, e di fronte a una probabile crisi di prospettiva della sinistra politica (se anche Rifondazione, sola sinistra dichiaratamente antiliberista, prendesse l’8 per cento dei voti, questo sarebbe certo insufficiente ad arginare il berlusconismo), si devono ripercorrere le stesse vie che portarono alla crisi del governo Berlusconi nel ‘94? Oppure bisognerà cercare nuove strade per ricreare un’alleanza sociale? Se il secondo fosse il caso, la vicenda zapatista, che è specifica ma anche universale, dovrebbe essere oggetto di studio e di dibattito in modo molto più ampio di quanto fin qui non sia accaduto.

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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