La parola ed il sentimento contro il potere ed il sangue. La storia dell’ America Latina, quella del Messico in particolare, si è scritta per molto tempo in maniera tragica. Gli zapatisti lavorano per allontanarsi dalla fatalità di una violenza che getta le sue radici nel regno sanguinoso dei tlatoani e che si è ripetuto fino ai giorni nostri, nella distruzione della Conquista e della Colonizzazione spagnola, nei milioni di morti della Rivoluzione Messicana, nella repressione della rivolta studentesca del 1968 e negli innumerevoli massacri di campesinos. Gli ultimi di questi massacri, Aguas Blancas (1995) ed Acteal (1997), commessi dagli agenti e dagli sbirri di regime del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) in decomposizione. La guerriglia zapatista si appoggia sulla volontà di uscire dalla lotta armata. Questa “guerriglia che vuole sparire” è nata mentre svaniva il mondo di riferimento comunista e si chiudeva un ciclo di movimenti armati rivoluzionari in America latina, la maggior parte di loro coinvolti in atroci guerre civili.
Le guerriglie che sopravvivono, quelle che nasceranno, non sono della stessa natura. In Colombia, le Forze Armate Rivoluzionarie (FARC) e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) hanno accresciuto il loro potere diluendo la loro portata ideologia fino a deviare nel crimine organizzato: finanziamento attraverso i proventi della droga, moltiplicazione di sequestri ed omicidi. Tornano ad essere quello che erano prima dell’epoca castro-guevarista: guerriglie sociali mischiate al banditismo e lotte di potere locali, regionali ed eventualmente nazionali. Ma con mezzi incommensurabili grazie ai loro affari sporchi. La possibilità e gli ingredienti di una simile deviazione, sono presenti anche in molte parti del Messico. Gli zapatisti hanno scelto la strada opposta. Combattono il traffico ed il consumo di droga, l’industria del sequestro, le esecuzioni ed altre pratiche criminali che hanno corrotto molti gruppi armati. Strani guerriglieri che hanno combattuto non più di dodici giorni prima di trasformarsi in un movimento armato non violento e che marciano verso Città del Messico a mani vuote, senza altre armi che i loro passamontagna. “Noi indigeni eravamo invisibili, E’ stato necessario nasconderci il viso perché ci vedessero”. Questi figli di Zapata e Guevara non vogliono finire come nessuno di loro. Hanno riprodotto i loro modelli, a volte fino al mimetismo. Anche loro erano affascinati dalle armi, dal martirio e dalle ribellioni estreme. Hanno ripreso antichi simboli, fatto rivivere figure e momenti eroici, ma per scongiurare un finale tragico e alla ricerca di una soluzione non violenta. Come nelle terapie nelle quali il paziente è condotto a ripercorrere il trauma per superarlo, per uscire dalla sua ripetizione.
I rivoluzionari della vecchia scuola, professionisti, nostalgici o pentiti, deridono questi sognatori, questi “guerriglieri da operetta”, “virtuali”. Quante formazioni? Quanti morti? Le armi, affermano, sono fatte per essere usate l’unico fatto serio è la conquista del potere. Gli zapatisti non sono seri, “sono frottole”, alle poltrone ed al sangue preferiscono la parola ed il sentimento. “Appena mi siedo in una poltrona, mi rovino”, diceva Emiliano Zapata.
A partire dagli anni ‘60 e ’70, mentre declinavano le guerriglie rivoluzionarie, in America latina cominciarono ad emergere movimenti indigeni. Gli indigeni si proponevano di uscire dal silenzio, dalla sofferenza e dalla violenza, prendere la parola ed il destino nelle proprie mani. Anche in Chiapas, Marcos ed il suo gruppo incrociarono la disgrazia indigena e la volontà di uscirne. Quest’incontro li cambiò, facendogli perdere la loro vecchia concezione marxista-leninista. Evitò loro di sparire e li aiutò a crescere. Permise loro di resistere alla guerra di logoramento imposta loro, per cinque anni, dal governo di Zedillo e gli ha permesso di riapparire oggi.
Uscendo dal Chiapas, Marcos ha evocato ancora una volta “quel ricordo che non vuole ripetersi”, quello della bimba indigena alla quale “in poche ore, una febbre le sottrasse gli anni ed i sogni”. Proprio per uscire dalle tragedie come questa, gli indigeni hanno intrapreso la loro marcia. La carovana zapatista è uno dei principali pezzi di una lunga carovana che, eterogenea e discontinua, si è messa in movimento nel continente. Con gli indigeni dell’Ecuador, quelli del Messico ne sono ora alla testa. Hanno trovato un posto anche i mapuches del Cile e dell’Argentina, innumerevoli gruppi indigeni dell’Amazzonia, gli aymarás e quechuas delle Ande, gli indios della Colombia, di Panamá, del Nicaragua, del Guatemala. Le grandi marce pacifiche sono una delle azioni predilette dai movimenti indigeni. Queste li allontanano dalle guerre di guerriglia e li inseriscono nella categoria di Gandhi, di Martin Luther King e della lotta antirazzista di les Beurs (francesi figli di immigrati magrebini) degli anni ’80 in Francia. Nessun separatismo, nessun etnonazionalismo. Gli indigeni chiedono di essere riconosciuti come uguali e diversi in seno ad una nazione ricostruita su base multiculturale.
Ma, che tipo di nazione nei tempi della globalizzazione? Lo zapatismo, che ha fatto irruzione il giorno dell’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio per l’America del nord (TLC), è stata la prima sollevazione dichiarata contro la mondializzazione neoliberista. Altri lo seguirono. Questa lotta appare oggi necessaria e meno utopica. Per lo zapatismo, non passa attraverso la costruzione di un partito, la presa del potere né in una posizione nazionalista, ma attraverso l’urgenza di un contro-potere, un’ opposizione creativa e gioiosa, dalla ricomposizione dei protagonisti della base, da una moltitudine e da una diversità di protagonisti, in una società nazionale meno diseguale ed aperta verso l’esterno. “Il mondo che vogliamo è un mondo dove si sono molti mondi”, a loro piace dire, facendo eco delle parole di un saggio maya: “In questa parte del mondo, ci creano molti mondi e noi li creiamo”.
Come trasformare questa intenzione, come tradurre la lotta degli indigeni, simbolica e per tanto più che reale, in un’azione sociale e politica capace di mobilitare oltre le differenze etniche e le frontiere nazionali? Come essere i catalizzatori di un movimento sociale di reti nell’epoca dell’ informazione? Come creare una politica che combini uguaglianza e differenze? Queste sono le sfide che incontra lo zapatismo nella tappa che è appena cominciata con la marcia a Città del Messico: quella del dopo-EZLN, quella del dopo-guerriglia".
(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)
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