Il Nuovo
La destra riconosce il “politico” Marcos
di Fernando Mezzetti
Il cammino del subcomandante Marcos e degli altri 23 guerriglieri zapatisti dalle foreste del Chiapas alle giungla di cemento di Città del Messico è stato molto più lungo dei tremila chilometri che hanno percorso in 15 giorni. Da gruppo di ribelli mascherati e ricercati dall’esercito e dalla polizia, Marcos e i suoi sono diventati eroi nazionali, pop star, ma soprattutto forza politica legittimata. Legittimata dal sostegno di popolo che hanno avuto nelle varie tappe fino al trionfo nella capitale, legittimata dal fatto che il nuovo presidente Fox, dopo aver riconosciuto come primo atto dalla sua ascesa al potere nel dicembre scorso le ragioni della loro protesta in favore degli indios, li ha riconosciuti come interlocutori politici a tutti gli effetti per risolvere la questione degli indios finora emarginati nella società messicana.
Nel giro di due sole settimane, i rivoltosi del Chiapas mascherati con passamontagna e in uniforme da guerriglieri, per anni braccati da esercito e polizia, sono diventati icone adorate da moltitudini come si è visto domenica in tutta la marcia e nel trionfo della capitale, scortati e protetti da quelle stesse forze che fino a poco prima gli davano la caccia. Con grande senso storico e politico, non importa se dettato da furbizia e strumentale opportunismo o da autentico senso di giustizia, Fox ha proclamato che la loro causa è la sua causa, che capisce e giustifica i motivi della loro ribellione sette anni fa , che capisce ed approva la loro marcia “benvenuta in aggiunta alle iniziative del governo per una pace giusta che restituisca dignità alle popolazioni indigene che hanno a lungo sofferto emarginazione e oppressione”.
Dopo il trionfo di domenica, gli zapatisti hanno avuto il primo incontro coi membri della Commissione di pacificazione e concordia del Congresso, ai quali Fox, come suo primo atto politico, ha trasmesso nelle settimane scorse il pacchetto di misure legislative a favore degli indios che accolgono largamente le richieste zapatiste, mentre si appresta a soddisfarne altre: ridurre ulteriormente la presenza dell’esercito nella regione e la scarcerazione di alcuni esponenti guerriglieri.
Marcos ha ribadito nel suo appassionato discorso di domenica davanti alle folle i sui sospetti su Fox , il timore che la sua mano tesa possa essere una trappola, riaffermando temi e dogmi di sinistra in opposizione alla politica liberista e di globalizzazione che Fox intende perseguire per il Messico. Partito col timore di essere arrestato come ribelle, tanto che aveva chiesto la protezione della croce Rossa, si è trovato protetto e scortato dalla polizia per tutti i tremila chilometri di percorso come un esponente di stato, in un tour che per l’entusiasmo delle folle è diventato quasi una tournée di una rock star: la carica potenzialmente eversiva della marcia, concepita come sfida e accolta e esaltata invece da Fox come nuova coscienza e consapevolezza per tutti dei diritti degli indios finora negletti e cittadini di seconda classe, è stata abilmente disinnescata dal presidente che ha fatto propri i motivi della protesta. Al punto che Marcos, spiazzato, ha accusato Fox di aver “espropriato” la marcia e le sue motivazioni. Vuoi per l’aspetto spettacolare, festoso che la marcia ha assunto, vuoi per il riconoscimento attribuitole da Fox, l’iniziativa è stata svuotata del suo contenuto rivoluzionario e potenzialmente eversivo.
Marcos ha ripetuto che non si fida, e ha spostato la polemica col potere centrale sul terreno squisitamente di classe e sulle tendenze di politica economica del presidente. E con ciò si qualifica ancor più come forza politica, non solo paramilitare e guerrigliera. Ribadisce tutta l’opposizione ideologica a un presidente come Fox, espressione di forze di destra, salito al potere con legittime elezioni nel dicembre scorso scalzando il partito rivoluzionario istituzionale che lo deteneva da 71 anni, considerato di sinistra. Ma con quel potere di sinistra, Marcos era considerato un pericoloso rivoltoso e niente altro. Fox gli riconosce dignità di interlocutore politico. Malgrado tutta l’opposizione ideologica a un presidente di destra, il subocomandante ha dichiarato che non avrebbe difficoltà a firmare con lui una pace giusta e duratura. I negoziati saranno lunghi e complessi.
Ma ci sono tutte le premesse perché in Messico si possa ripetere ciò che la storia ha spesso visto: e cioè che sono gli uomini di destra ad avere coraggio e forza politica per perdere qualcosa e guadagnare la pace. Basterà ricordare il generale de Gaulle: solo lui, uomo di destra, poteva avere la forza e il coraggio di lasciare l’Algeria per la quale le sinistre avevano trascinato la Francia in una guerra sanguinosa e tormentosa per la coscienza civile. Intanto, fin d’ora, Marcos è assurto alla dignità di interlocutore politico, sia pure avversario. Non è più solo il ribelle mascherato, anche se continua a tenersi il passamontagna. Verrà il momento in cui dovrà toglierselo. E allora, come lui stesso dice, “andato il passamontagna sarà andato anche Marcos”.
Pais
México
J. J. A.
La prima riunione tra il subcomandante Marcos e la Commissione di concordia e pacificazione (Cocopa) si è conclusa con ben magri risultati. Il capo insurgente e i comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) hanno promesso di studiare la proposta della commissione: una riunione con dieci deputati e dieci senatori delle commissioni del Congresso che esamineranno nei dettagli il progetto di legge sui diritti e le culture indigene.
L’incontro tra Ezln e i rappresentanti della commissione che quattro anni fa redasse il progetto di legge è durata due ore dentro il domicilio nella capitale dei ribelli, la Scuola nazionale di antropologia e storia (Enah). Il gruppo zapatista ha ricevuto l’offerta e si è impegnato a studiarla, per comunicare poi se è disposto ad accettarla, si legge in un comunicato dalla Cocopa. Poco prima della riunione, il presidente del governo, Vicente Fox ha ribadito che governo e zapatisti stanno dalla stessa parte nelle rivendicazioni indigene e nella riforma costituzionale che sancisce i diritti dei popoli. In Messico gli indigeni sono 10 milioni, ma differiscono nella interpretazione dell’autonomia da concedere alle 57 differenti etnie.
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