Città del Messico

Se il Messico fosse un teatro, una enorme sala con tutte le sedie disposte a guardare un sipario ancora chiuso, pochi momenti prima della grande rappresentazione, i comportamenti dei protagonisti, di quelli che vorebbero esserlo, del pubblico, sarebbero certamente nervosi, curiosi, pieni di ansia o di aspettative.

Vicente Fox, il Presidente, sta ancora sbraitando, di là, sugli scalini che portano sulla scena. Vuole salire a tutti i costi, anche se è un attore mediocre. E’ disposto a dire qualunque cosa, perché lo lascino passare. Ora sta dicendo: “Benvenuta la carovana zapatista, benvenuto il subcomandante Marcos! Vi riceviamo nella capitale a braccia aperte!” (i punti esclamativi sono tutti suoi). Sta spiegando a tutti quelli che incontra che il suo governo vuole la pace. Dice che vuole “invitare Marcos a Los Pinos per parlare degli indigeni e della situazione del paese”, come se l’uomo simbolo degli zapatisti fosse il capo di un altro partito. Dietro di lui, però, un parlamentare della Cocopa, la Commissione che ha steso la legge costituzionale sui diritti indigeni che il Messico povero reclama, racconta a chi gli sta intorno che Fox è un bel furbo, visto che ha già mandato obiezioni informali, sulla legge, che la stravolgerebbero completamente. Vecchia storia: quando, anni fa, la Cocopa la scrisse, la legge, un altro Presidente, Zedillo, fece la stessa cosa, una serie di emendamenti di quelli che riducono a brandelli una legge. Ma, almeno, lo fece apertamente.

Completamente fuori dal quadro, in un angolo tranquillo dietro le quinte, il Sindaco, Manuel Lòpez Obrador, uomo di sinistra, dice sorridendo ai suoi amici che se gli zapatisti vogliono restare nella sua città, bene, “non c’è alcun inconveniente”, piuttosto “l’approvazione della legge dipende dal governo federale e dal parlamento”. E tace. Qualcuno commenta sottovoce che Lòpez Obrador, l’unica speranza di una sinistra stramazzata al suolo dopo le presidenziali, che pensa solo a come distribuire i posti, al prossimo congresso del Prd, di un partito che comincia a non esserci più, e a far pesare il piccolo vantaggio che consiste nell’avere in parlamento i voti che a Fox mancano per la maggioranza, ha governato nei primi tre mesi e qualcosa la città più grande e difficile del mondo facendo qualche errore. Tagli alle spese inutili, però forse troppi e indiscriminati; decentramento alle delegazioni, con allusioni indirette all’esperienza partecipativa di Porto Alegre, però troppo poco; decisioni assunte sulla base di sondaggi su duemila persone, in una città di venti milioni. Ma le critiche sono forse premature. Il momento del Sindaco potrebbe venire presto. Intanto, ha aperto un bel casino, rifiutando l’ora legale estiva e provocando una enorme discussione. L’ora legale serve alla Borsa, per essere sincronizzata su quella di New York. Ancora non s’è deciso niente, tanto da rendere legittima la domanda: ma in Messico, che ora è?

In fondo alla platea c’è un tipo vestito molto bene, elegantissimo, che però si sbraccia e urla, sbraita insulti: “Demagoghi irresponsabili Malati di protagonismo! Minaccia di violenza!”. Prende fiato, e grida l’insulto peggiore di tutti: “Utopisti!”. Ma chi e?, domanda qualcuno a qualcun altro: “Si chiama Jorge Espina Reyes, è il presidente dei padroni messicani, gli industriali. Lascia perdere”.

Dietro la scena, anche se non si vede ancora, c’è, a sorpresa, uno spazio enorme, all’aperto, sotto un cielo tranquillo di sole, dove Iker, Teresa, Mariana e altri trecento ragazzi come loro tre, studenti della gigantesca Unam, stanno nettando mucchi di fagioli neri dalle impurità e dai residui. Lo fanno su fogli di carta messi per terra, da dove li guardano le foto allineate dei ventitré comandanti zapatisti (più un sub). Intanto fanno l’assemblea. Uno dice che aveva solo tre pinche martelli, ieri, e che ce ne vogliono di più. Una ragazza fa il conto sulle dita: allora, qui sul prato abbiamo tende per tot centinaia, poi c’ la scuola, laggiù, con la sua palestra, e poi… Abbiamo già più di mille prenotazioni, dice un terzo, capace che qui arriviamo a quattro o cinquemila. Qualcuno spiega ai passanti: gli studenti, qui, hanno preso questo bel prato grande, lo hanno chiamato Aguascalientes come quelli degli zapatisti, e ci stanno organizzando un bel dopoteatro, da dormire, da mangiare e da stare insieme per tutti quelli, messicani e stranieri, che hanno viaggiato per migliaia di chilometri con la “Comandancia”. E le autorità accademiche?, chiede l’altro. Be’, i ragazzi qui sono andati a chiedere aiuti pratici dopo aver occupato il posto, e quando quelli hanno cominciato a prendere tempo, loro hanno detto che, bè, allora bisognerà occupare questa o quella facoltà. Gli aiuti pratici sono arrivati subito. Ma gli altri studenti? Be’, lì è più difficile, c’è stata l’occupazione, sa, otto mesi l’anno scorso contro la privatizzazione, ma è finita male, molte divisioni, la repressione e le sue code… Però questa potrebbe essere l’occasione per riprendersi…

Sui pullman della carovana che sta parcheggiando fuori del teatro, e sull’uscio, ci sono persone che non parlano lo spagnolo di qui, o parlano altre lingue. Ciarlano allegri, magari un po’ stanchi. Sono centinaia di giovani e meno giovani, qualcuno indossa una tuta bianca, anzi molti, molti invece hanno semplicemente gli abiti da fatica dei viaggiatori, e zaini, fazzoletti legati al collo e l’abbronzatura dei muratori. Sulla porta lasciano passare una signora dal profilo severo, e il solito beneinformato dice che si tratta di Danielle Mitterrand. Più in là, uno con i baffoni alla Zapata, però biondi, è José Bové. Uno con l’aria del ballerino di tango che si prende in giro ha la stessa faccia di Eduardo Galeano. Quello piccolo è Yvon Le Bot, che scrive bei libri sugli zapatisti. Uno con la pancia e pochi capelli, simpatico, scherza, pare sia un certo Vàzques Montalbàn. E personalità che parlino italiano? Nessuna, anche perché i soli due deputati in coda per entrare, Ramon Mantovani e Walter De Cesaris, di Rifondazione, a chiamarli personalità si offenderebbero. Vabbè, che c’importa. Come al solito siamo la delegazione straniera più numerosa, e siano ospiti davvero speciali, se Fox ha dovuto far finta di non sapere nulla di quelle tali espulsioni, 130, di tre anni fa. E se l’Ezln ha chiesto alle tute bianche di accompagnare in giro, per una settimana, i suoi comandanti.

Curioso, da dietro il sipario, da palco che dovrebbe essere vuoto, viene un gigantesco brusio, come se ci fossero un sacco di persone, un sacchissimo di persone, milioni. Che di colpo tacciono, e si sente una voce chiara dire alcune parole: “Riempiremo le strade della capitale, e allora vedremo se ci sentiranno”. Un coro, come nella tragedia greca, chiede: “Ma quanto vi fermerete?”. La voce risponde: “Gli zapatisti non se ne andranno finché non se ne andranno. Resteremo finché la legge di riforma costituzionale sui diritti e la cultura indigena non sarà approvata definitivamente”. Cioè, la loro Selva diventerà, per un tempo indefinito, la metropoli, e la loro Realidad la palazzina della Scuola di antropologia che li ospiterà. Il coro prende fiato tutto insieme e scandisce in un tuono: “Non siete soli!”.

Tutto è pronto. Questa mattina, a un’ora incerta, il sipario si leverà sullo Zocalo di Città del Messico e, finalmente, si vedrà che questo è un teatro alla rovescia, che ha una platea piccolissima e una scena infinitamente vasta. In platea ci sono loro, quelli che hanno il colore dei soldi. Sulla scena ci saranno quegli altri, quelli del colore della terra e moltissimi altri di ogni possibile colore. Il campanello di scena sta già suonando.

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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